Naturale o creato in laboratorio: il mistero delle origini del Covid

Gli scienziati propendono per la prima ipotesi, ma non è esclusa la seconda. Ecco perché la storia continua
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CICLICAMENTE torna il dibattito sull'origine della pandemia da Sars-Cov-2. Salto di specie naturale o fuga incidentale del virus da un laboratorio sono le tesi contrapposte. Una risposta, attualmente, non c'è ma guardando alla storia delle pandemie, l'origine naturale è l'ipotesi più accreditata dagli scienziati. Ma dal momento che la prova regina, sia in un senso sia nell'altro, manca, non è da scartare a priori l'incidente di laboratorio.

 

Il salto di specie

Da migliaia di anni l'uomo, ciclicamente, è sottoposto all'attacco di virus provenienti dalle specie animali. Un fenomeno del tutto naturale, lo spillover, ovvero il salto di specie. Circa il 60% delle malattie infettive conosciute sono zoonosi, infezioni ereditate dagli animali quando l'uomo, da raccoglitore e cacciatore è divenuto agricoltore iniziando il processo (inizialmente lentissimo) di uso della superficie terrestre a fini agricoli e di addomesticazione di alcune specie animali. Attraverso il contatto diretto con essi abbiamo ereditato, ad esempio, il morbillo e la tubercolosi dal bestiame, la pertosse dal maiale e l’influenza dalle anatre.

Quando si verifica il salto di specie, il sistema immunitario del nuovo ospite è del tutto sprovvisto di risposte e così si manifesta la malattia in tutta la sua forza. Negli ultimi anni i salti di specie si sono verificati con sempre maggiore frequenza. Hiv, Ebola, Marburg, Nipah, Sars, H5N1, H1N1, Mers e Zika sono solo alcuni esempi. Ecco perché, guardando alla storia naturale delle nuove malattie emerse nei decenni, gli scienziati ritengono sia ragionevole l'origine naturale di Sars-Cov-2.

 

L'origine naturale di Sars-Cov-2

Ma a sostegno di questa tesi non c'è solo il 'film' dei salti di specie sempre più frequenti ma anche la comparazione della sequenza del virus con i suoi fratelli più stretti. In uno studio pubblicato da Nature nei primissimi mesi di pandemia, è stato dimostrato come il genoma di Sars-Cov-2 sia per il 96% identico a quello di un coronavirus (RATG13) isolato nel 2013 in Cina da alcuni pipistrelli (animali noti per essere serbatoio naturale dei coronavirus). Percentuale elevatissima ma che non rappresenta però la prova incontrovertibile del salto poiché potrebbe esserci stato un ospite intermedio prima dell'uomo. Ecco perché la tesi della fuga di laboratorio rimane comunque un'ipotesi da esplorare soprattutto alla luce del fatto che incidenti del genere, nello studiare un virus, non sono da escludere. Non a caso nel 2004 due ricercatori, studiando la Sars in un laboratorio di Pechino, si sono infettati diffondendo l'infezione ad altre sette persone prima che il focolaio venisse estinto.

La tesi della fuga dal laboratorio

Premessa: quando parliamo di origine non naturale intendiamo o che il virus sia uscito dal laboratorio studiando un animale infettato con un virus noto o che sia uscito dopo averlo creato a tavolino. Sull'origine non naturale, in assenza di prove, ci sono solo speculazioni appartenenti essenzialmente a due categorie: una in cui si sostiene l'origine non naturale in quanto, nonostante sia passato oltre un anno e mezzo, il parente più stretto di Sars-Cov-2 non è stato ancora individuato in un animale; l'altro, che il virus contenga caratteristiche insolite che indicherebbero la progettazione da parte dell'uomo. Non solo, un altro argomento a sostegno è quello che vede l'origine di Sar-Cov-2 da ricercarsi nei campioni di coronavirus presenti nel laboratorio di Whuan raccolti dai pipistrelli tra il 2012 e il 2015.

La prima tesi in realtà non rappresenta affatto una prova. Indagini del genere durano anni poiché è complicato individuare l'animale giusto su cui effettuare le analisi. Spesso sporadici, anche se l'animale risulta positivo, i virus presenti nella saliva, nelle feci o nel sangue sono spesso degradati, rendendo difficile il sequenziamento dell'intero genoma del patogeno. Ad esempio, per quanto riguarda la Sars, ci sono voluti 14 anni prima di stabilire che il salto di specie fosse avvenuto dal pipistrello all'uomo per mezzo di un ospite intermedio come lo zibetto. Tesi, quella della mancata individuazione, che potrebbe presto smontarsi anche grazie ad un recente studio, per ora pubblicato su bioRxiv, in cui si sostiene l'individuazione nei pipistrelli di un parente ancora più prossimo di RATG13, ovvero RmYN02, coronavirus con un genoma ancor più simile a Sars-Cov-2.

 

Sulla seconda ipotesi, ovvero un virus creato ad hoc in laboratorio, le prove non sono affatto univoche. Il tutto si concentra nella ricerca di possibili firme nel genoma che indicherebbero una manipolazione. Una di queste sembrerebbe essere una sequenza di soli 12 nucleotidi. Ma il condizionale è d'obbligo perché la presenza di questa sequenza potrebbe essere avvenuta sia per manipolazione genetica in laboratorio sia casualmente in natura. Nel primo caso attraverso un'inserzione voluta con un esperimento di manipolazione del genoma virale in vitro, fatto per studiare i meccanismi patogenetici dei coronavirus umani; nel secondo a seguito di un evento di ricombinazione che potrebbe essere avvenuto in un animale infettatosi contemporaneamente con due virus diversi.

Indagini in alto mare

Nelle scorse settimane gli Stati Uniti, per mezzo del consulente della Casa Bianca Anthony Fauci, hanno avanzato la richiesta di rilasciare, da parte delle autorità cinesi, i registri ospedalieri dei membri dello staff del laboratorio di Whuan. Altri hanno chiesto campioni ematici, l'accesso ai campioni di virus e pipistrelli e i quaderni di laboratorio dell'istituto incriminato. Dati sui cui basare le future inchieste che però la Cina non ha concesso ancora in toto. Stabilire l'origine, dunque, sarà mestiere davvero complicato.