"Per ripartire dopo il Covid cerchiamo la Bellezza e la natura", la ricetta di Giuseppe Cederna

Colloquio con l'attore: che invita a vivere montagne, laghi, colline e mari. A immergersi nella letteratura e a mettersi in gioco con la creatività, anche in cucina
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"LA NATURA cura, è un medico naturale" dice Giuseppe Cederna passeggiando nella campagna della Maremma, con un sottofondo di uccelli che cinguettano e il vento che disturba piacevolmente la conversazione. L'attore romano, tra i migliori interpreti di cinema e teatro italiani non solo della sua generazione, ha ricominciato a muoversi e a spostarsi con maggiore libertà dopo le graduali riaperture post-emergenza sanitaria.

Nonostante "il terribile dolore e il trauma collettivo" provocato dal Covid, il desiderio di tornare a vivere e a respirare è per Cederna, in questo momento, prevalente. Come per gli altri suoi colleghi attori, i lockdown hanno bloccato quasi completamente il lavoro, niente più spettacoli, tour, palcoscenici e viaggi. Solo il cinema ha permesso di tenere aperta qualche finestra di normalità con la ripartenza dei set.

Giuseppe Cederna 

Guardare avanti non è stato facile neanche per un artista affermato quale lui è. Come tutti, ha dovuto affrontare la paura del virus, cercando di dare un senso a una situazione destabilizzante. Adesso il futuro sembra più roseo e l'attore romano sta mettendo in cantiere la parte da protagonista nello Zio Vanja di Cechov prodotto dai Teatri di Pistoia e in Storia di un corpo di Daniel Pennac che debutta il 6 giugno all'Arena del Teatro Stabile di Bolzano ai Prati del Talvera, con la produzione di Paola Farinetti.

Cederna, sarà difficile recuperare il filo dell'esistenza dopo un taglio così netto al suo normale corso?
"È necessario e bisogna farlo pensando a quello che abbiamo vissuto. Il Covid, la malattia, la pandemia, non hanno cancellato la bellezza, non l'hanno uccisa. Dobbiamo ripartire da qui. Personalmente, ho attraversato questo anno e più di emergenza con umori altalenanti, ma ho sempre tentato di reagire, di non lasciarmi sopraffare da quanto stava accadendo. Per fortuna non mi sono ammalato, nessuno nella mia famiglia è stato contagiato, ma ho avuto amici malati già nel primo periodo dell'epidemia. Le notizie che ricevevo erano vaghe. Abbiamo cercato di proteggerci e di stare a casa, ma poi sono arrivate anche le fasi di crisi che sono riuscito a superare aggrappandomi ad alcune cose che contano molto nella mia vita, come la poesia. Sono sicuro che le parole possono aiutarci a stare meglio nel corpo e nello spirito".

Come si sono manifestati i momenti più critici?
"All'inizio il blocco totale per me non è stato traumatico. Mi rendevo conto che si trattava di una tale catastrofe generale, mondiale. Mi sembrava di assistere con una certa curiosità a quello che mi stava succedendo, come se fossi un animale da laboratorio. Ho tenuto saldo il timone grazie alla lettura. La mia ancora di salvezza è stata L'isola del tesoro di Stevenson. Dovevo fare una riduzione del testo per uno spettacolo teatrale. Un capitolo al giorno mi ha costretto a focalizzarmi su quelle parole. Era una tela di Penelope che non volevo finire, ci ho lavorato per quasi due mesi, ogni mattina per due ore, intorno a me solo il silenzio della città deserta. Tuttavia la mancanza di rapporti umani, di vita sociale, a un certo punto è diventata un peso insostenibile. E mi ha portato a deprimermi".

Che cosa provava?
"La sensazione di depressione ha preso il sopravvento più o meno a maggio dell'anno scorso, quando pensavamo che da lì a poco sarebbe ricominciata una vita nuova anche se strana, che ci sarebbe stato un nuovo mondo sconosciuto, misterioso, anche doloroso, ma comunque potevamo uscire anche se non si poteva ancora viaggiare o lasciare la città. Tutto si era improvvisamente ristretto, me ne accorgevo camminando sui marciapiedi. In quei momenti mi ha salvato l'idea della mia compagna (Alessandra Ferrari, ndr) che, vedendomi depresso, mi ha proposto di fare un progetto insieme. Sono nati così i 'Viaggi in cucina', una serie di video che abbiamo realizzato a quattro mani, lei riprendendomi con il cellulare e occupandosi anche delle musiche e del montaggio, e io della lettura e del commento delle poesie. Ho cominciato col salutare i miei nipoti e i piccoli allievi della scuola Musica minuscola dove insegna Alessandra. Sono partito da Rodari e Munari per poi attingere al serbatoio di parole d'oro dei poeti che conosco. Abbiamo ricevuto affetto e gratitudine da un numero incredibile di persone, e questo mi ha dato forza".

La necessità di vivere distanziati e di stare il più possibile all'aperto ha fatto riscoprire a molti il valore della natura. E lei?
"È una cosa fondamentale per il mio benessere psicofisico, da sempre. Proprio adesso se mi guardo intorno capisco il motivo per cui mi sento così bene. Sono circondato da grandi querce, un sambuco, un frassino, le grandi foglie verdi di un fico, un campo di papaveri della campagna della Maremma. Qui posso respirare. Sento meno forte la pressione dell'ansia, della tensione. Credo che il solo pensiero di essere in posti come questo o altrove nella natura quest'estate, ci possa aiutare a superare le difficoltà. Come artista nomade sono sempre in cammino e mi piace portare le mie letture nei boschi, sulle colline di campagna o tra le montagne. Da più di quindici anni tutte le estati le passo in cammino con i miei libri accompagnato dal pubblico che mi segue tra le montagne, le colline e le coste italiane. Quest'anno sarò anche al Parco del Pollino, a cavallo tra Basilicata e Calabria, un posto a me caro perché mio padre Antonio Cederna (figura fondamentale nella storia dell'ambientalismo italiano, ndr) scrisse decine di articoli per salvarlo dalla speculazione edilizia negli anni Settanta e Ottanta".

Come vede l'estate post-Covid che ci aspetta?
"La situazione sta migliorando in modo significativo grazie al vaccino. Ricominceremo anche a viaggiare e questo ci farà bene, è una cosa di cui sento molto la mancanza. L'estate scorsa, appena ci si è potuti muovere, io e la mia compagna abbiamo preso un aereo e siamo andati nella nostra isola del cuore, Karpathos. Abbiamo raggiunto i nostri amici greci, una famiglia di contadini che abitano in una valle a un'ora e mezza dal mare, in un villaggio di casette semidiroccate, circondato da campi di pomodori, zucchine, carciofi, un posto stranissimo e meraviglioso. In quei giorni in Grecia ho finalmente respirato di nuovo, potevo sognare di nuovo: gli amici ci hanno insegnato a tagliare bene il grano con una piccola falce. Per la prima volta ho visto tutto il ciclo del grano, della farina, del pane. La vita. Così ha preso forma il mio prossimo spettacolo Le isole del tesoro, che avrà la regia di Sergio Maifredi. Le isole non l'isola, cioè quella della fantasia di Stevenson e quella in Grecia dove mi piacerebbe tornare".

L'isola di Kastellorizo è diventata la prima isola Covid-free, 30 anni dopo il film "Mediterraneo". Che effetto le fa?
"Mi fa molta commozione e tenerezza, quest'isola prima del film era considerata l'isola degli strani, lontana da tutti, dove vivevano pochissime persone, isolate, un po' bizzarre perché riuscivano a sopravvivere in solitudine per tutto il resto dell'anno. Poi è arrivata la fortuna insperata di "Mediterraneo": tutti pensavano che si sarebbe guastata con l'enorme successo del film. Invece è rimasta se stessa e adesso ha anche il premio di essere Covid-free. È un'isola con alterne fortune, baciata dal destino nel bene e nel male, e che ora sia baciata nel bene mi rende contento, è anche l'isola del mio destino e fra un mese dovrei tornarci, ci vado ormai ogni due anni".