L'acqua di Lourdes ha poteri curativi? Come il placebo

A testarla su un gruppo di credenti i ricercatori dell’Università di Graz
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SI': l’acqua di Lourdes ha poteri miracolosi, come placebo. A testarne i 'poteri curativi' su un gruppo di credenti sono stati i ricercatori dell’Università di Graz, confermando che le persone religiose possono trarre beneficio dall’assunzione di farmaci placebo o interventi che pretendono di fornire guarigione con mezzi spirituali o soprannaturali.

Il team guidato dalla professoressa di psicologia clinica Anne Schienle ha adottato un approccio più aperto allo studio dei placebo, considerandoli "uno strumento in grado di invocare nei pazienti una risposta di significato". Secondo la definizione dell’antropologo Daniel Moerman, "i placebo non hanno effetto finché non vengono interpretati da qualcuno come aventi un certo grado di potere o valore". Di conseguenza, ogni individuo avrà una risposta diversa, a seconda della misura in cui è certo dell’efficacia di un particolare intervento. E la suggestione della fonte miracolosa di Lourdes è stato il mezzo perfetto per 37 donne devote alla Madonna. Hanno bevuto acqua di rubinetto spacciata per acqua di Lourdes e riferito di aver sperimentato un profondo senso di gratitudine, felicità e soddisfazione, formicolio e calore corporeo. Non solo: un terzo del campione sosteneva che avesse un sapore diverso rispetto a quella etichettata come acqua di rubinetto, nonostante i campioni bevuti provenissero dalla stessa fonte idrica, suggerendo che l’effetto placebo potrebbe influenzare anche la percezione sensoriale. Non a caso la parola stessa deriva dal verbo latino placeo, e letteralmente significa "io piacerò".

Le risonanze magnetiche

Oltre a far bere l’acqua e a chiedere loro cosa provavano, i ricercatori hanno scansionato il cervello delle volontarie con la risonanza magnetica e scoperto che l'imaging neurologico era in linea con le esperienze soggettive: dopo aver bevuto la presunta acqua della fonte miracolosa hanno evidenziato una maggiore connettività nella rete della salienza che permette di orientarsi tra stimoli esterni ed interni, monitorare le sensazioni corporee e interpretare le emozioni. Parallelamente, risultavano ridotti i livelli di attività nella rete di controllo cognitivo, il circuito che gestisce le informazioni in entrata e aiuta durante i compiti intellettualmente rigorosi. Già altri studi sull’effetto placebo, come quello dei neuroscienziati Ulrike Bingel e Tor Wager pubblicato su Nature Communication, hanno dimostrano che questi trattamenti hanno effetti diretti sul cervello tali da ridurre l’attività nella corteccia insulare posteriore, l’area che crea le informazioni del dolore e le invia all’amigdala. I ricercatori austriaci hanno invece attestato che il placebo può agire anche sugli stati emotivi: le volontarie si sentivano meno sotto pressione e prepositive nell’ottenere risultati positivi, poiché si aspettavano che una forza esterna sarebbe intervenuta in loro aiuto. “Pensavano che qualcosa d’altro lo avrebbe fatto per loro – spiega Schienle –. Pensiamo si tratti di una regolazione emotiva implicita, al di fuori della consapevolezza”.

 

A concordare con i risultati ottenuti dai ricercatori austriaci è anche il professor Fabrizio Benedetti dell’Università di Torino, uno dei più autorevoli studiosi italiani sulle neuroscienze del dolore ed in particolare di placebo e nocebo, che, al contrario dei primi, pur essendo inerti possono produrre effetti negativi. “L’effetto placebo è dovuto alle aspettative del paziente e non è importante da dove vengano queste aspettative. Possono derivare dal credere nei medici oppure negli sciamani oppure in un dio. L’importante è che il paziente si aspetti qualcosa”.

 

Il potere della fede

Secondo il neurofisiologo non si tratta di religione in sé, ma di credere e basta: "Anche chi crede negli sciamani può essere maggiormente condizionabile”, e quindi più sensibile all’effetto positivo o negativo attribuito. “In tutte le condizioni dove la componente psicologica è importante, l’effetto placebo è grande: per fare degli esempi concreti, logicamente non uccide i batteri di una polmonite né far regredire un tumore, ma al contrario è efficace in caso di dolore, ansia, depressione e performance fisica".

Ora lo studio condotto dai ricercatori austriaci, pubblicato su Frontiers in Behavioral Neuroscience, potrebbe suggerire un nuovo approccio per alleviare i problemi di salute fisica e mentale. "Credendo che il placebo avrebbe portato a un miglioramento degli stati emotivi e fisici, il cervello dei partecipanti aveva inavvertitamente creato quegli stati – spiega Schienle –. Stiamo parlando di cambiamenti positivi che possono continuare anche a lungo dopo che una persona ha preso il placebo: la scintilla iniziale di positività o sollievo può portare a un ciclo di feedback positivo che genera ancora più ottimismo. Non è chiaro come questi risultati possano cambiare in diversi contesti culturali o religiosi, in particolare al di fuori di un quadro cristiano. Studi futuri potrebbero anche trarre vantaggio dall’indagare sugli effetti dei placebo su persone con credenze religiose particolarmente forti, come monaci e suore".

Il placebo

Il meccanismo dell’effetto placebo si conosce dalla fine del Settecento, quando il medico britannico John Haygarth dimostrò che anche le terapie false potevano produrre risultati reali e comprovati se si aveva fiducia in chi le prescriveva. E quando alle ignare volontarie – tutte diplomate o laureate, senza malattie sintomatiche o disturbi mentali – al termine della sperimentazione è stato detto che avevano bevuto solo acqua di rubinetto, le reazioni sono state inaspettate. Invece di sentirsi ingannate, la maggior parte ha potuto apprezzare la forza della propria mente, così potente da trasformare la propria giornata senza alcun intervento divino. “Alcune l’hanno presa sul ridere. Altre hanno detto di esser state loro stesse ad averlo fatto, non un placebo”.

Secondo l’esperienza di Benedetti “anche la ripetibilità è molto variabile. Dipende da come variano le aspettative del paziente nel tempo”. Quindi un placebo potrebbe anche funzionare se si sa che non è un farmaco, oppure non essere efficace oggi, ma un domani sì, se il nostro cervello sarà maggiormente suggestionato o suggestionabile. Un approccio che condivide Schienle, secondo cui si potrebbe arrivare alla prescrizione di “placebo in aperto”, ovvero dicendo in anticipo ai pazienti che prenderanno una molecola inerte ma che ha ottenuto effetti positivi durante la sperimentazione, per la serie “Vorresti prendere questo e vedere se aiuta anche te?”.