Mal di testa, quel disturbo che può diventare invalidante e colpisce un miliardo di persone

Una settimana di sensibilizzazione fino al 22 maggio. Per l’Oms l’emicrania cronica, la forma di cefalea più grave, è la seconda causa di disabilità a livello globale
 
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CHI SOFFRE di cefalea somiglia a un personaggio in cerca d’autore: per trovare chi interpreti la sua storia impiega anni, anche 20 anni dai primi sintomi, spesso vagando da un medico all’altro e da un farmaco all’altro, continuando a sentire dolore e rischiando nel frattempo la cronicizzazione della sua malattia. Una malattia che per l’Oms è la terza più diffusa a livello globale, con un miliardo circa di malati, e al secondo posto tra quelle che causano disabilità.

Fino al 22 maggio si celebra la Settimana nazionale del mal di testa, un’occasione per fare il punto sulle opportunità terapeutiche che offre oggi la medicina e sui bisogni dei malati. Che sono tanti, e soprattutto donne: in Italia l’emicrania, la forma più grave di mal di testa, affligge l’11,6 per cento della popolazione, il 30 per cento circa con almeno un attacco a settimana di emicrania, e un milione, i pazienti cronici con almeno 15 giorni al mese.

Nomadi emicranici

“Nel nostro paese esiste una situazione surreale per i pazienti con emicrania cronica. Tra l’esordio dei sintomi e la visita dello specialista giusto possono trascorrere anche 20 anni, un lasso di tempo durante il quale gli emicranici si sottopongono a esami diagnostici inutili nell’80% dei casi, consultano in media 8 diversi specialisti per ciascun paziente, arrivando a 18 nei casi di emicrania cronica grave, e un quarto di loro ricorre al pronto soccorso almeno 2 volte all’anno”, spiega, in occasione della Settimana Nazionale del mal di testa Piero Barbanti, responsabile del centro diagnosi enterapie delle cefalee dell’IRCCS San Raffaele di Roma, presidente dell’ANIRCEF, Associazione Neurologica Italiana per la Ricerca sulle Cefalee.

“E poi c’è il fenomeno del nomadismo sanitario – riprende il neurologo - oggi in Italia abbiamo 160 centri cefalee distribuiti per la Penisola, ma non bastano, e non a caso le regioni hanno nominato oltre 210 centri prescrittori degli anticorpi monoclonali anti-CGRP, che sono formidabili armi di prevenzione”.

I monoclonali e gli altri

Gli anticorpi monoclonali sono farmaci messi a punto per prevenire gli attacchi dolorosi. Agiscono bloccando l’azione di CGRP, una piccola proteina (un peptide) legandosi o direttamente al peptide oppure ai suoi recettori localizzati sui vasi delle meningi, dove il CGRP esercita una forte attività vasodilatatoria innescando l'attacco doloroso. “In Italia sono commercializzati tre anticorpi anti-CGRP – spiega l’esperto –. Prodotti da aziende differenti, si iniettano ogni mese o ogni tre mesi e sono molto efficaci. Secondo lo studio EARLY-2 coordinato dal San Raffaele, il 75.6% degli emicranici cronici, che sono i pazienti con almeno 15 giorni al mese di mal di testa, dopo un anno di cura ha più che dimezzato il numero attacchi. L’AIFA ha stabilito che il trattamento con anticorpi monoclonali debba interrompersi per 3 mesi dopo un anno di cure. Sono regole molto restrittive per i pazienti e l’auspicio è che quando Aifa rivedrà i criteri di rimborsabilità tenga conto dei dati ottenuti nella vita reale, che sono migliori di quelli risultati dai trial. Chi risponde bene agli anti-CGRP dovrebbe poter continuare la terapia, come si fa in altri paesi, almeno i cronici”.

I gepanti sono farmaci non ancora commercializzati in Europa, e sono antagonisti del recettore del CGRP, “si assumono per bocca e sono utili sia per spegnere l’attacco acuto di emicrania che nella profilassi. Sono già utilizzati negli USA. Qui al San Raffaele sono attivi in questo momento 16 trial clinici sperimentali con diversi anticorpi monoclonali anti-CGRP e con i gepanti per la prevenzione dell’emicrania e della cefalea a grappolo, anche per la fascia pediatrica”.

Altre medicine che vengono utilizzate per la profilassi sono beta-bloccanti, antidepressivi, calcioantagonisti e antiepilettici “molecole per così dire ereditate da altre malattie che hanno una loro efficacia, ma anche effetti collaterali importanti che non di rado spingono chi li usa ad abbandonarli entro i primi mesi di cura”, dice e conclude Barbanti.

E poi ci sono i trattamenti sintomatici, cioè i farmaci che curano l’attacco acuto, il dolore quando si presenta, e sono antinfiammatori e triptani.

L’emicrania e gli altri mal di testa

Ci sono due grandi categorie di cefalee, o di mal di testa, le cefalee primarie che non sono legate ad altre patologie e sono le più frequenti, e le cefalee secondarie che invece dipendono da altre malattie (traumi cranici, neoplasie cerebrali, ictus…).

Tra le cefalee primarie c’è l’emicrania, la cefalea di tipo tensivo, la cefalea a grappolo, che differiscono tra loro per tipo e intensità del dolore, per la durata e la frequenza degli attacchi e per la presenza o l’assenza di altri sintomi.

Nell’emicrania il dolore è pulsante di intensità moderata-severa e interessa metà della testa. A volte gli attacchi vengono preceduti da disturbi neurologici, per esempio da sintomi visivi (emicrania con aura). L’attacco acuto spesso si accompagna a vomito, forte fastidio per la luce e i rumori, e può durare da alcune ore fino a 2 o 3 giorni. Il paziente emicranico non riesce a svolgere le attività quotidiane, che aggravano la sua condizione.

Il dolore della cefalea tensiva, la forma più frequente di mal di testa, ha una intensità lieve-moderata del tipo gravativo o costrittivo: in pratica il classico cerchio alla testa. Dura minuti o ore, ma può durare anche giorni. In genere questo mal di testa non peggiora svolgendo le attività di tutti i giorni, né è associato a nausea o vomito.

La cefalea a grappolo provoca attacchi dolorosi brevi (1-3 ore) e molto intensi che si susseguono una o più volte al giorno per circa 2 mesi (il grappolo, appunto), alternandosi a periodi privi di dolore. Mentre l’emicrania e la cefalea di tipo tensivo colpiscono soprattutto le donne (in quei casi due pazienti su tre sono di sesso femmi