Covid: mistero svedese

Difficile raggiungere l'immunità di gruppo, secondo i criteri della matematica delle epidemie. Non senza pesanti danni collaterali
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Ricercatore dell'Istituto dei sistemi complessi del Consiglio Nazionale delle ricerche e presidente Big Data in Health Society

 

La strategia della Svezia nell’affrontare il Covid-19 continua a rimanere un mistero. L’approccio basato sul lasciar evolvere l’epidemia per raggiungere l’immunità di gruppo è stato aspramente criticato non solo dalla comunità scientifica ma persino dal proprio sovrano.

Il dibattito si è però incentrato sul tasso di incidenza (più che raddoppiato rispetto ai paesi confinanti) piuttosto che sulle basi scientifiche delle decisioni prese  Eppure, la matematica delle epidemie è molto chiara sul perché non sia possibile raggiungere l’immunità di gruppo senza averne enormi danni collaterali.

 

Tutto parte da un concetto semplice: l’immunità di gruppo non blocca magicamente un’epidemia, ma semplicemente ne inverte la tendenza. Passata questa soglia, invece di una crescita esponenziale, si ha una decrescita del numero degli infetti. Le campagne vaccinali mirano quindi a raggiungere l’immunità di gruppo in modo da impedire lo sviluppo di un’epidemia e da smorzare qualsiasi focolaio. Con un’epidemia in corso, le vaccinazioni diventano misure di contenimento da affiancare a quelle non farmacologiche (lockdown, mascherine, igiene, etc.) per affrettare la fine ed impedirne la ripresa  del contagio.

 

Cosa succede quando si lascia evolvere liberamente un’epidemia? Come è ben noto, c’è una fase iniziale in cui il numero dei colpiti cresce violentemente; se le persone guarite acquistano immunità dalla malattia, questa crescita termina esattamente quando il numero di persone guarite raggiunge la soglia dell’immunità di gruppo. Il problema è che però, anche se inizia la decrescita, l’epidemia prosegue “per inerzia”: infatti, il numero di infetti è massimo all’immunità di gruppo, e tali infetti - anche se con efficienza via via decrescente - continueranno ad infettarne altri. In questo modo, alla fine dell’epidemia, il numero delle persone colpite non sarà pari a quello necessario a raggiungere l’immunità di gregge, ma sarà pari alla cosiddetta “dimensione finale di un’epidemia”, un valore tipicamente molto più alto.

 

Per farci un’idea di cosa questo significa, proviamo a ragionare in termini di R0, il parametro che misura la trasmissibilità di una infezione in termini di quante persone un portatore della malattia può potenzialmente infettare.

La Svezia è un Paese a bassa densità – 10 mln in tutto con il 20% della popolazione residente nella sola Stoccolma - e con una socialità più diluita rispetto a quella mediterranea. E’ quindi normale aspettarsi che l’R0 non sia particolarmente elevato: supponiamo che R0=3. In tal caso, lasciando l’epidemia libera di evolvere, sarebbe colpito più del 90% della popolazione, mentre l’immunità di gruppo si situa intorno al 70%, un valore ben più basso. Ovviamente, la situazione ottimale sarebbe avere un vaccino con cui immunizzare il 70% della popolazione prima che l’epidemia esploda; purtroppo, non è questa la situazione in cui ci siamo trovati.

La cosa paradossale è che la soglia vaccinale potrebbe essere raggiunta, ma solo tramite misure non farmaceutiche. Per fare un esempio, ammettendo sempre di avere un R0 uguale a 3, bisognerebbe mantenere lockdown in grado di dimezzare i contatti fra la popolazione. Questo porterebbe a diminuire grosso modo di tre volte il picco massimo di infetti, al prezzo però di più che raddoppiare la durata dell’epidemia e del lockdown associato. Ma soprattutto significherebbe accettare che circa il 70% della popolazione corra i rischi legati ai ricoveri gravi e alla mortalità associati al COVID19. È chiaro quindi che, anche se si tratta di una strategia teoricamente possibile, è comunque qualcosa a cui ricorrere solo in extrema ratio, in mancanza di vaccini.

Insomma, sarebbe meglio che in futuro si facciano i conti meglio - e si pensi un po’ di più - prima di decidere delle politiche sanitarie che rischiano di essere in contrasto persino con quello che già sapevamo sull’evoluzione delle epidemie.