Covid-19, la gravità dell'infezione dipende dalla genetica

La ricerca è stata condotta dal Consorzio Internazionale di Genetica "Covidhge" di cui fa parte anche l'Italia: individuati 65 geni stimolati da interferone in grado di controllare la replicazione virale. E combattere l'infezione.     
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LA gravità dell’infezione Covid-19 può dipendere da specifici geni. Un gruppo di ricercatori del Sanford Burnham Prebys Medical Discovery Institute di San Diego, in California, ne ha individuati almeno 65 in grado di combattere l’infezione e, quindi, di proteggere l’organismo dai sintomi più gravi. Si tratta di geni stimolati da interferone (ISG) che, secondo quanto riportato dai ricercatori sulla rivista Molecular Cell, sarebbero in grado di combattere in modi diversi l’infezione Covid-19. Comprenderne il meccanismo di funzionamento potrebbe aiutare a identificare i fattori che influenzano la gravità della malattia e allo stesso tempo potrebbe contribuire allo sviluppo di trattamenti e opzioni terapeutiche più mirate. “Volevamo comprendere meglio la risposta delle cellule a SARS-CoV-2 – afferma Sumit K. Chanda, docente e direttore dell’Immunity and Pathogenesis Programme presso lo Sanford Burnham Prebys – e capire cosa possa determinare una reazione più o meno forte. Abbiamo acquisito nuove informazioni sul modo in cui l’agente patogeno interagisce con le cellule umane, ma stiamo ancora cercando il suo punto più debole. In questo modo potremo sviluppare antivirali mirati e specifici”.

 

In realtà, non è la prima volta che i geni dell’interferone vengono collegati alla gravità di Covid-19. Già a settembre scorso uno studio del Consorzio Internazionale di Genetica, Covidhge, composto da oltre 250 laboratori di tutto il mondo, tra cui i Laboratori di Genetica Medica del Bambino Gesù, dell'Università di Tor Vergata e dell'Istituto San Raffaele di Milano, ha individuato uno specifico difetto nella produzione degli interferoni che aumenta la gravità della malattia. I risultati, pubblicati sulla rivista Science, hanno fatto per la prima volta luce sull'esistenza di una base genetica in alcuni casi gravi dell'infezione. Nel nuovo studio, invece, i ricercatori hanno approfondito il ruolo delle proteine prodotte naturalmente dalle cellule in risposta agli stimoli del virus.

 

Gli esperimenti di laboratorio hanno portato a identificare i geni in grado di controllare la replicazione virale. “Abbiamo scoperto 65 ISG associati al controllo dell’infezione – spiega Chanda – alcuni dei quali inibivano la capacità del virus di entrare nelle cellule, altri sopprimevano la produzione dell'RNA e altri ancora ostacolavano l'assemblaggio del virus”. Gli scienziati hanno anche dimostrato che gli ISG potevano agire contro altri virus, come l’HIV o l’influenza stagionale. “Abbiamo identificato otto geni che inibiscono la replicazione di SARS-CoV-1 e 2 in un compartimento subcellulare specifico”, aggiunge Laura Martin-Sancho, coautrice dell’articolo. “Questo suggerisce che il sito potrebbe rappresentare un bersaglio efficace. Si tratta di un’informazione importante – prosegue - ma sarà necessario approfondire le ricerche e comprendere al meglio la biologia del virus, in modo da indagare sulla possibilità che la variabilità genetica degli ISG sia correlata alla gravità di Covid-19”. Per i prossimi studi, i ricercatori hanno in programma di esaminare le varianti di SARS-CoV-2, per valutare le possibili differenze con il ceppo originale.

 

“Lo studio conferma un approccio ampiamente riconosciuto, che riguarda l’ingresso del virus nelle cellule, che cerca di riprodursi e di rilasciare le sue proteine”, spiega Giuseppe Novelli, rettore dell’Università Tor Vergata di Roma, tra i protagonisti del consorzio Covidhge. “Con i sistemi moderni di proteomica, di RNAomica, di interattomica è possibile vedere con quali proteine dell’ospite interagiscono le proteine del virus. Gli studiosi – prosegue - ne hanno identificate diverse molto importanti. Le principali sono quelle che fungono da sensori dell’arrivo di un virus nella cellula, cioè quelle che ci avvisano che il virus sta arrivando. Queste proteine sono state quindi studiate e diventano ora candidati per nuovi potenziali farmaci”.