L'utilizzo delle staminali mesenchimali per combattere Covid-19

3 minuti di lettura

Mentre in tutti questi mesi di pandemia l'attenzione di buonissima parte della comunità scientifica si è concentrata prevalentemente sui vaccini e sui farmaci anti-Covid, lo scienziato italiano Camillo Ricordi ha iniziato caparbiamente a seguire un approccio alternativo per la cura dei pazienti colpiti dal virus Sars-CoV-2. Nel Cell Transplant Center presso l’Università di Miami che Ricordi dirige, ha iniziato subito a dirottare i suoi studi sulle staminali mesenchimali derivate dal cordone ombelicale contro il diabete di tipo 1, verso la possibilità di usare queste stesse cellule per la lotta contro il Covid-19. Approccio ora consacrato con un'importante pubblicazione sulla rivista Stem Cells Translational Medicine, in cui annuncia che il trattamento funziona praticamente in quasi la totalità dei casi gravi.

 

Lo studio e i 24 pazienti coinvolti

Nel paper vengono descritti i risultati di uno studio controllato randomizzato che ha coinvolto 24 pazienti con Covid-19 ricoverati presso la University of Miami Tower o il Jackson Memorial Hospital in seguito allo sviluppo di una sindrome da distress respiratorio acuto. Ciascun paziente ha ricevuto due infusioni di staminali cordonali o placebo a distanza di pochi giorni l'una dall'altra.

“Sono state effettuate due infusioni di 100 milioni di cellule staminali entro tre giorni, per un totale di 200 milioni di cellule in ciascun soggetto nel gruppo sottoposto a trattamento”, dice Ricordi. Ebbene, i ricercatori hanno scoperto che il trattamento è sicuro e non presenta eventi avversi gravi. Non solo. La sopravvivenza dei pazienti a un mese di distanza è stata del 91% nel gruppo trattato con cellule staminali rispetto al 42% nel gruppo di controllo. Tra i pazienti di età inferiore agli 85 anni, il 100% di coloro che hanno ricevuto l'infusione di staminali è sopravvissuto a un mese di distanza. Il gruppo di ricerca di Ricordi ha anche riscontrato che i tempi di recupero sono stati più veloci tra coloro sottoposti al loro trattamento. In particolare, più della metà dei pazienti trattati con infusioni di cellule staminali mesenchimali si è ripresa ed è tornata a casa dall'ospedale entro due settimane dall'ultimo trattamento.

Provato l'uso terapeutico

Stando a questi dati è indubbio che le cellule staminali mesenchimali possiedano proprietà specifiche che le rendono candidate promettenti per l’uso terapeutico. “Non solo aiutano a modulare le risposte immunitarie e infiammatorie, ma hanno anche un'attività antimicrobica e hanno dimostrato di promuovere la rigenerazione dei tessuti”, spiega Ricordi. In pratica attraverso la loro azione “spengono” l'infiammazione, prevenendo e contrastando quella “tempesta di citochine” responsabile della gravità dell'infezione Covid-19. Gli studi di Ricordi stanno andando avanti e si sta pensando di coinvolgere anche pazienti che hanno sviluppato forme più lievi di Covid-19 nel tentativo di prevenire un'eventuale recrudescenza della malattia.

Ora l'obiettivo è di prevenire la terapia intensiva e l'intubazione in questi pazienti, anticipando il trattamento con cellule mesenchimali staminali ai primi segni di deterioramento e di progressione della malattia”, specifica lo scienziato italiano.

A che punto è la ricerca sulle staminali

I risultati promettenti che arrivano dagli Usa hanno dato anche l'impulso alla ricerca sulle staminali nel nostro paese. “In Italia abbiamo condiviso il nostro protocollo con diversi centri, come l’ospedale Niguarda di Milano, Humanitas a Milano”, racconta Ricordi. “Siamo in contatto anche col professor Massimo Dominici dell’Università di Modena in Reggio Emilia, che sta coordinando uno studio molto importante che coinvolge almeno quattro centri italiani, dove confronteranno almeno quattro fonti diverse di cellule mesenchimali staminali prelevate dal tessuto adiposo, dal midollo osseo, dal cordone ombelicale e dalla placenta”, aggiunge. Questo studio è stato recentemente approvato in Italia. “Inoltre stiamo discutendo con l’Ismett, l'Istituto Mediterraneo dei trapianti e terapie ad alta specializzazione di Palermo, di una grande collaborazione tra University of Pittsburgh Medical Center, il Governo italiano, e la Regione Sicilia, per sviluppare un centro a Palermo che consenta di distribuire dosi in Italia, o sicuramente in Sicilia, ed effettuare un trial parallelo a quello avanzato attivo in molti centri del Nord America, per confermare l'efficacia di questo tipo di terapia per Covid-19”. L'idea è quello di trasferire in Italia dosi che verranno preparate a Miami e poi criopreservate a Palermo per essere pronte per il trattamento di pazienti anche in Italia.

Le nuove bamche per la conservazione di queste cellule

Considerato che il protocollo di Ricordi si è rivelato promettente anche contro altre malattie autoimmuni, nel nostro paese iniziano ad essere avanzate proposte per la creazione di nuova banche per la conservazione delle cellule staminali che derivano sia dal sangue cordonale, cioè quelle che oggi in Italia possono solo essere donate o conservate privatamente all'estero, che quelle derivate dall'involucro, cioè dal vaso del cordone ombelicale stesso, usate negli studi di Ricordi.

“La possibilità di generare banche anche in Italia per provvedere a dosi anche a livello europeo rappresenta sicuramente una prospettiva molto importante e interessante”, dice lo scienziato italiano. Anche le banche private sembrano essere molto interessante a un nuovo sistema di conservazione delle cellule staminali derivate dal cordone ombelicale.

“Pubblico e privato potrebbero unirsi e lavorare insieme, creando una vera e propria banca ibrida”, propone Pierangela Totta, direttore scientifico di Futura Stem Cells. “In pratica, si tratta di dare alle banche private la possibilità di offrire alle famiglie l'opportunità di rimanere in Italia utilizzando e sostenendo laboratori già esistenti con uno scopo comunitario: inserire i loro campioni in un registro pubblico, quindi allargando le potenzialità di utilizzo delle staminali conservate privatamente”.