La risposta degli scienziati italiani al Covid? Reinventarsi

Partire dalle difficoltà per trasformarle in nuove opportunità. E' quello che hanno fatto in molti, che si raccontano su Nature Italy
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Meno di un anno fa non conoscevamo la sequenza del virus che avrebbe sconvolto le nostre vite. Oggi stiamo invece discutendo dell’efficacia di un vaccino nella prevenzione di Covid-19. Un’accelerata nella ricerca scientifica mai vista prima d’ora. Ma non è solo questione di vaccini. In questi mesi il desiderio di contribuire alla lotta alla pandemia e lo stanziamento di ingenti somme hanno indotto numerosi gruppi di ricerca a declinare la propria esperienza in ottica Covid-19. Un cambio di rotta particolarmente evidente anche nel nostro Paese, come raccontato su Nature Italy, un progetto del gruppo editoriale della rivista Nature nato lo scorso ottobre.



Dai linfomi al coronavirus

Un esempio di come la pandemia ha costretto a reinventare la ricerca è quello di Stefano Casola dell’Istituto Firc di Oncologia Molecolare di Milano. Da sempre impegnato nella lotta ai linfomi - grazie alle competenze accumulate in 20 anni di ricerca sul sistema immunitario - il gruppo di Casola è riuscito a sviluppare un test volto ad identificare da un lato gli anticorpi diretti contro Sars-Cov-2, dall’altro a classificarli in base alla loro durata nel tempo. Non solo, attraverso queste ricerche Casola sta cercando di identificare quelli più reattivi in modo tale da poter contribuire allo sviluppo di nuovi anticorpi monoclonali utili al contrasto del virus.

L'esperienza con la fibrosi cistica

Tra gli altri scienziati italiani che hanno riadattato la propria ricerca e i propri laboratori per fronteggiare Covid-19 - come racconta l’articolo di Nature Italy - c’è anche la pediatra Carla Colombo del Policlinico di Milano. Da sempre impegnata nello studio della fibrosi cistica, una malattia genetica rara che colpisce principalmente i polmoni, la Colombo ha dato vita ad un importante progetto volto a monitorare le conseguenze dell’infezione da coronavirus in gruppi differenti di persone, incluse quelle affette da fibrosi cistica e da altre malattie respiratorie. Un progetto utile ad identificare eventuali marcatori per seguire l’evoluzione dell’infezione e per comprendere l’eventuale efficacia di nuove cure che potrebbero affacciarsi all’orizzonte.



Produrre le proteine del virus

Ma c’è anche chi, come il biologo Federico Forneris dell’Università di Pavia, sta valutando l’opportunità di dare vita ad una spin-off. Impegnato sino al mese di febbraio nello studio sul ruolo del collagene nel dare vita a metastasi polmonari, Forneris ha cominciato a produrre in laboratorio le proteine virali del coronavirus utili sia allo sviluppo di nuovi test diagnostici sia allo studio dell’interazione di queste proteine con le cellule umane. Ma un altro grande filone di ricerca, nato con Covid-19, è quello della creazione di modelli animali utili a studiare la malattia. Ed è quello a cui sta lavorando Matteo Iannacone, immunologo dell’Ospedale San Raffaele di Milano.

Mancava il lavoro di base 

Esempi, questi raccontati su Nature Italy, che mostrano ancora una volta la versatilità e la capacità di adattamento dei nostri ricercatori. Ricercatori capaci di trasformare le difficoltà in opportunità. La speranza, quando tutto sarà alle spalle, è quella che l’esperienza vissuta in questi mesi di pandemia non finisca nel dimenticatoio. E ad ammonire sulla possibilità di scarsi investimenti, passata l’emergenza, è lo stesso Iannacone: “Questa pandemia - spiega a Nature Italy - è così grave anche perché non è stato fatto il lavoro di ricerca di base sui coronavirus che si sarebbe dovuto fare”. Ripetere l’errore sarebbe gravissimo.

Pochi investimenti

Mai come in questi mesi si è avvertita la necessità di maggiori investimenti in ricerca scientifica. Investimenti che oggi, a causa dello scarso contributo a livello statale, sono sempre più sulle spalle del terzo settore come fondazioni e onlus a scopo di ricerca che si alimentano grazie alla generosità dei cittadini.