Medici in prima linea nel docufilm sull'epidemia di Covid-19

"A viso aperto" racconta i primi giorni del coronavirus
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GIU' LE maschere e su le mascherine. «A viso aperto», il docu-roadmovie girato tra febbraio e maggio scorso è il racconto «senza filtri» dell'Italia nei primissimi mesi della pandemia. Ma, ora che i contagi e i morti salgono di nuovo, rappresenta anche un monito per evitare di ripetere gli stessi sbagli. «A evitare di rivivere lo stesso film», sottolinea Giuseppe Lauria, direttore della Medicina d’urgenza dell’ospedale di Cuneo e presidente Simeu Piemonte, firmato da Ambrogio e Luigi Crespi. Presentato con successo in varie città, giovedì 22 approderà a Roma, alle ore 20, allo Space Cinema Roma Moderno.

"A viso aperto", il trailer del docufilm che racconta l'Italia nei primi mesi della pandemia

Storie di medici e infermieri

Il docu-roadmovie - presentato da Simeu, la Società Italiana della Medicina d’Urgenza, che rappresenta i medici e gli infermieri dei pronto soccorso e che si sono trovati a gestire un’emergenza senza precedenti - parte dalla Lombardia fino ad arrivare in Piemonte e in Veneto. Ripercorre con coraggio le aree del Paese più devastate dai primi mesi della pandemia. Cremona, Crema, Bergamo, Brescia e Milano, le città che più hanno sofferto l'attacco del nuovo coronavirus. «“A viso aperto” è un viaggio che racconta la pandemia in Italia ricorrendo a più punti di vista: da quello di medici, infermieri e dirigenti sanitari a quello delle vittime e degli imprenditori, ma anche coinvolgendo le forze dell'ordine, le associazioni, i volontari e i cittadini», sottolinea Lauria, un medico che la pandemia l'ha vista prima di tutto attraverso i suoi stessi occhi. E che ora la sta vivendo sulla pelle, in quarantena, tra le mura di casa.

La città deserta

«Il docufilm racconta davvero bene quello che abbiamo vissuto in clinica, ma anche fuori. Molto suggestive – racconta – sono le immagini che riprendono una donna in bici mentre attraversa una città completamente vuota. Da quella sensazione di pace e tranquillità, apparenti, si viene catapultati in ospedale, dove quell'iniziale atmosfera bucolica svanisce improvvisamente». E' qui che si incontrano gli «eroi» in prima linea, come Giorgio Carbone, responsabile della Medicina e Chirurgia d’urgenza di Humanitas-Gradenigo, a Torino, già presidente di Simeu e tra i medici che si sono ammalati nel corso della pandemia. E ci sono, naturalmente, i pazienti. E, poi, gli altri personaggi fuori dall'ospedale: «A viso aperto» dà voce ai cari delle vittime, agli imprenditori, agli operai e agli impiegati dei servizi. I protagonisti di quelle terribili settimane sono anche quelli che hanno permesso di costruire ospedali specifici per contrastare il coronavirus. Ci sono i medici cubani, medici e infermieri di Emergency, dell’Esercito Italiano, e anche tante associazioni locali, che hanno permesso di realizzare veri e propri «miracoli», proprio nel momento in cui ne abbiamo avuto più bisogno.

Le terapie e la speranza

Infine, il documentario chiude con un messaggio di speranza, rappresentato dalla capacità degli italiani di pedalare nel momento del bisogno.
«Rivedere questa pellicola oggi, dopo un’estate in cui ci si è illusi di poter cancellare con un colpo di spugna il virus, acquista tutto un altro significato - ammette Lauria -. Ora il rischio di rivivere lo stesso film, o anche peggio, è reale», aggiunge. Qualcosa certamente è cambiato, in bene e in male. «Abbiamo imparato dagli errori, almeno in clinica - ammette Lauria -. Conosciamo un po' meglio il virus e l'infezione: sappiamo ad esempio che il cortisone può essere di grande aiuto, quando invece all'inizio della pandemia la sua somministrazione era addirittura sconsigliata». Ma – aggiunge - «allo stesso tempo non possiamo permetterci gli stessi costi sostenuti prima, quando non avevamo idea di quello che stava succedendo. Stiamo pagando - continua - e pagheremo per molto tempo un prezzo economico e sociale alto e ogni decisione, ora, verrà valutata attentamente in termini di benefici versus costi».

Infine, anche i medici, pur essendo certamente più preparati oggi, hanno uno spirito diverso, forse meno combattivo. O quantomeno disilluso. «All'inizio eravamo visti come eroi sia dentro sia fuori dagli ospedali e ci sentivamo tali - dice Lauria -. Questa era una potente benzina che ci dava una grande spinta nel sostenere l'enorme sforzo fisico ed emotivo che ci veniva richiesto. Ma ora che l'aura di eroe si è dissolta, un po' per la stanchezza e un po' perché all'esterno sembrano aver dimenticato i nostri sacrifici, sarà probabilmente più dura affrontare situazioni simili a quelle passate nei primi mesi della pandemia».
Anche per questo bisogna fare di tutto per contenere la diffusione del virus. «Dopo la delusione cocente arrivata a fine estate, quando abbiamo finalmente realizzato che il virus non era scomparso, quello che serve adesso è affrontare l'emergenza “a viso aperto” con una maggiore consapevolezza rispetto a quando tutto è iniziato».