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Una croce sull’altopiano di Asiago e due giudizi contrapposti sul generale Cadorna

Il confronto tra Mazzaro e Tirondola dopo un videocommento su una decimazione nell’ambito dell’esercito italiano nel maggio 1916

Aggiornato alle 4 minuti di lettura

La croce collocata sul monte Sprunk con i 12 nomi

 

Scrivo queste righe nei giorni in cui, 105 anni fa, uno fra i maggiori giornalisti italiani del ’900, il capitano Paolo Monelli, combatteva disperatamente coi suoi alpini sul Tondarecar. Lo faccio per commentare un videointervento di un altro giornalista, Renzo Mazzaro, apparso sul sito del Mattino col sobrio titolo “Le infamie dell’esercito italiano sull’altipiano di Asiago”. Dopo aver rivolto a quei combattenti “infami” un devoto pensiero, antitetico a quello per l’anonimo titolista, mi permetto di formulare alcune osservazioni in merito a quanto sostenuto.

Anno Zero di Renzo Mazzaro: le infamie dell'esercito italiano sull'altopiano di Asiago

Si esordisce affermando che Cadorna assunse il comando dell’Esercito nel 1915 (in realtà 1914) e che a lui si devono le c.d. decimazioni, “provvedimento selvaggio che nulla può giustificare”, frase attribuita alla Commissione d’inchiesta su Caporetto (sulla quale andrebbe steso più di un pietoso velo). Peccato che la frase non fu della Commissione, ma di un anonimo generale che depose alla stessa, non prima di essersi lamentato delle troppo poche fucilazioni (“la pena capitale, la sola disgraziatamente che in guerra può avere efficacia, fu virtualmente abolita”). Basta leggersi gli atti.

Si biasima la “teoria dell’attacco frontale” affermando che Cadorna “mandava i militari all’aperto contro le mitragliatrici”. Col rammarico che tali esperti di tattica non abbiano assunto incarichi di vertice nel conflitto, nel quale caso avremmo vinto in pochi giorni, basterebbe leggere le direttive di Cadorna, e la sua corrispondenza, per sapere che l’attacco in massa contro postazioni potentemente difese e non previamente distrutte era vietato.

Cadorna stesso, che più volte bloccò offensive inutilmente sanguinose decise dai subordinati, definì quel tipo di guerra “infame” e “priva di qualsiasi genialità”, non essendo possibili manovre per ali. Fatto sta che i migliori critici delle vituperate “spallate”, né più né meno quanto ci era richiesto in quella situazione strategica, furono i nostri avversari austriaci: per citarne solo due, il maresciallo Conrad, che giudicò l’esonero di Cadorna la loro maggior vittoria, e il generale Krauss, il quale affermò che una dodicesima spallata italiana sull’Isonzo sarebbe stata per loro esiziale. La guerra si vinse per il logoramento dell’esercito avversario nel 1915-17, oltre che per la predisposizione della linea difensiva sul Grappa-Piave da parte del vituperato Cadorna.

Su questi temi si espresse contro Cadorna, con gli stessi argomenti e analoga acredine, in un articolo del novembre 1921 il direttore del Popolo d’Italia Benito Mussolini (non senza essersi professato “candidamente incompetente” in materia), cui fece seguito un altro noto esperto di questioni militari, Roberto Farinacci, che biasimò il “tristo comando di Cadorna”. Non dello stesso parere era Nello Rosselli: “È un uomo diritto e solido la cui voce, fra tanto gracidio, fa bene; c'è ancora, in Italia, per fortuna, qualche testa solida”.

Si parla poi dei 12 fucilati per sbandamento, nel maggio 1916, di un inesistente 141° artiglieria (fanteria, semmai) sull’Altipiano. “Cose orribilmente disgustose e ripugnanti”, parole dello stesso Cadorna (luglio 1917), ma in quel contesto purtroppo necessarie. Nessun riscontro trova la notizia, puntualmente riportata, secondo cui i corpi di quei militari sarebbero stati gettati nella voragine del Monte Sprunch, che si trova a circa 7 km dal luogo dei fatti.

Nel video ci si augura che sia “restituita dignità e memoria” ai “fucilati per esecuzione sommaria”, la cui morte fu “un’infamia”. Sarà, ma considerando che la stragrande maggioranza di quei fucilati furono effettivamente responsabili di reati militari quali rivolta o diserzione, per non parlare di delitti comuni quali saccheggio od omicidio, non mi sentirei di accomunarli a quanti fecero dignitosamente il loro dovere. Salvo, naturalmente, comprovati casi specifici.

Infine, stupisce che il sig. Mazzaro provi un “travaso di bile” nell’apprendere che una sentenza (meglio: ordinanza) del Tribunale di Padova ha condannato un venetista per avere definito “macellaio” Luigi Cadorna, su istanza del nipote (non il pronipote) che assisto in giudizio.

Evidentemente non si conoscono bene gli atti processuali, la giurisprudenza in materia e l’infinita serie di insulti, molti dei quali non pubblicabili su un giornale, oggetto di un giudizio che non è certo sui fatti storici; contumelie che da parte del mondo venetista sono proseguite dopo la sentenza, spesso condite da minacce, anche nei confronti della magistratura, del mio assistito e, buon ultimo, di chi scrive.

Si conclude auspicando che la sentenza “sia rivoltata come un calzino”. Con lo stesso ardore mi auguro che si possa discutere di questi temi, storici e giudiziari, sulla base dei documenti e non del sentito dire.

Avv. Andrea Tirondola - Vicenza

***

Il modo con cui si confronta l’avvocato Tirondola è già chiaro all’inizio della sua lettera, quando mi gratifica di aver definito infami i combattenti italiani della prima guerra mondiale sull’altopiano. Perché mi attribuisce una cosa che non ho mai detto? Per mettermi nella posizione che più fa comodo a lui, evidentemente. Io ho definito infame la decimazione, non chi combatteva nell’esercito italiano 105 anni fa. Non mi sognerei mai di dire una stupidaggine del genere. Decimazione che considero “un provvedimento selvaggio che nulla può giustificare”, sia stata la commissione d’inchiesta su Caporetto a definirla così o chiunque altro.

In guerra si uccide e si viene uccisi, bisogna obbedire agli ordini e chi non lo fa è sottoposto alla legge marziale, lo sappiamo bene, ma anche gli ordini hanno dei limiti e anche la legge marziale ha una procedura. Dovrebbe ben saperlo l’avvocato che è anche un militare. Passare per le armi con esecuzione sommaria 12 soldati, senza un procedimento che ne stabilisca le responsabilità, addirittura sorteggiandone otto, uno ogni dieci, è un’infamia in qualunque epoca, in qualunque esercito e sotto ogni latitudine. Per me.

Non vedo nella lettera un cenno di rispetto per quei 12 morti, che non erano né assassini né grassatori né responsabili di delitti comuni e neppure disertori, ma solo sbandati. Vedo solo la voglia di impartire lezioni di strategia militare, a onore e lustro del generale Cadorna, che nulla c’entrano. O precisazioni da archivio storico: che il generale è entrato in comando nel 1914 e non nel 1915; che il 141° era un reggimento di fanteria e non di artiglieria; che non è vero che i morti sono stati gettati nell’abisso dello Sprunk perché mancano riscontri.

Qui l’avvocato ha ragione: per esserne certi bisognerebbe svuotarlo. Perché non lo facciamo, anche se è profondo 78 metri? Quei 12 morti, condannati alla damnatio memoriae ma riabilitati dallo Stato italiano dopo 104 anni, lo meriterebbero. Quanto meno meriterebbero lo stesso rispetto che l’avvocato pretende per la sentenza (ops, ordinanza!) del tribunale di Padova che ha dato ragione al nipote di Cadorna, suo cliente. In proposito, aspettiamo l’appello che è meglio.

Renzo Mazzaro

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