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Cinema al 100 per cento: le recensioni dei film usciti il 17 novembre 2022

“The Menu” indaga il lato oscuro della cucina stellata. Si fa largo anche il cinema del reale di Roberto De Paolis con la storia di Princess, una giovane prostituta nigeriana. Nel plumbeo “Incroci sentimentali” Claire Denis mette in scena un triangolo amoroso con Juliette Binoche, Vincent Lindon e Grégoire Colin

Marco Contino, Michele Gottardi
Aggiornato alle 3 minuti di lettura

Princess

Regia: Roberto De Paolis

Cast: Kevin Glory, Lino Musella, Maurizio Lombardi, Salvatore Striano

Durata: 108’

Sin dall’estetica dei titoli di testa, “Princess”, opera seconda di Roberto De Paolis dopo il promettente esordio con “Cuori puri”, si presenta come una favola. C’è un bosco, (forse) un principe azzurro ma, soprattutto, c’è una principessa. Così, almeno, si fa chiamare un giovane prostituta nigeriana (Kevin Glory) che, insieme ad altre ragazze che hanno vissuto realmente sulla propria pelle il dramma della tratta e della schiavitù sessuale, ha raccontato la propria esperienza di strada al regista, diventando anche la protagonista del suo film. Roberto De Paolis la segue mentre ogni giorno lascia gli alloggi di fortuna in mezzo al bosco ai margini di tangenziali e reticolati urbani del piacere: qui incontra i clienti, alfieri di una umanità varia, il più delle volte squallida e strafottente (c’è il violento, il ricco che promette di cambiarle la vita, l’imbranato), contratta allo sfinimento la tariffa delle sue prestazioni, litiga con altre prostitute con le quali è allo stesso tempo in competizione e solidale. Forse c’è un uomo che trova sempre una scusa per incontrare Princess senza, però, mai farci del sesso (Lino Musella) e che prova un sentimento autentico nei confronti della ragazza che, nella sequenza più intesa del film, abbandona la propria corazza, svelando una fragilità commovente e umiliante allo stesso tempo, come se si riappropriasse del proprio corpo da cui, normalmente, si astrae quando si tratta di offrirlo al miglior prezzo, una sorta di dissociazione che le consente di sopravvivere in una realtà drammatica. “Princess” è autentico cinema del reale che, ogni tanto, smarrisce la sincerità di fondo ma resta, nel complesso, una testimonianza di una vita vissuta che è tutto fuorché una favola (m.c.).

Voto: 6,5

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Incroci sentimentali

Regia: Claire Denis

Cast: Juliette Binoche, Vincent Lindon, Grégoire Colin

Durata: 116’

Sotto il cielo livido di Parigi si consuma un triangolo sentimentale. Lei è Sara (Juliette Binoche), una giornalista radiofonica legata da anni a Jean (Vincent Lindon), ex rugbista ed ex detenuto per qualche peccato di gioventù: hanno un rapporto tenero, sereno. Almeno fino a quando François (Grégoire Colin), il grande amore della vita di Sara, torna dal passato per mettersi in affari con Jean. Ispirandosi alle pagine del romanzo di Christine Angot “Un tournant de la Vie” (che scrive la sceneggiatura insieme alla regista), Claire Denis firma con “Incroci sentimentali” il racconto funereo di relazioni intime tormentate, specchio di una società conflittuale e sempre meno accogliente. Non a caso il film è ambientato durante la pandemia, schiacciato da una fotografia plumbea e attraversato da nevrosi personali (quelle dei protagonisti) e collettive (basta un cane che abbaia troppo o un’auto parcheggiata male per innescare la rabbia). Fino a quando “Incroci sentimentali” resta piantato sul rapporto tra Sara e Jean, il film sprigiona forza e inquietudine: grazie anche alla scelta di fare di François una presenza silenziosa e strisciante, quasi sempre scrutata da lontano o di cui si percepisce solo la voce. Una sorta di rumore di fondo nella coppia, un elemento spettrale che si insinua nella quotidianità fino a farla deflagrare. Incarnando, così, una delle tante crisi sentimentali della coppia moderna alimentate da incomprensioni, gelosie e ambizioni professionali (Jena vive sulla propria pelle una specie di “espulsione” dal mercato del lavoro e, quindi, una dipendenza dagli altri, che minano la sua mascolinità e che lui è pronto a barattare, forse, con l’amore pur di sentirsi ancora uomo). Poi, quando la presenza di François assume una materialità ingombrante, il film si slabbra in dialoghi sempre più estenuanti e si appesantisce di riflessioni socio-politiche a cui, in realtà, manca il respiro, come le esternazioni di piccolo cabotaggio sull’identità razziale nel dialogo tra Jean e il figlio mulatto avuto da una precedente relazione o nell’intervista di Sara al politico ed ex calciatore Thuram. Il registro melodrammatico, infine, prende il sopravvento finendo per disperdere quell’atmosfera esiziale (contrappuntata da una colonna sonora che trasuda dramma) che fino a quel momento aveva conferito ad “Avec amour et acharnement” (questo il titolo originale) un incedere quasi da thriller. La stessa identità del film ne risente, rimanendo quasi irrisolto, come nel finale in cui tutto sembra perduto. O forse è un nuovo inizio (m.c.).

Voto: 5,5

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The Menu

di Mark Mylod

con Ralph Fiennes, Anya Taylor-Joy, Nicholas Hoult

durata: 106’

Nel filone “gourmet”, in cui la settimana scorsa abbiamo pur visto “Boiling Point”, “The Menu” costituisce un ulteriore passo verso la scarnificazione del mito dello chef, cui ci hanno abituato le diverse trasmissioni televisive contenitore - "Hell's Kitchen", "MasterChef", "Dinner Club" – con la santificazione dei guru della cucina. Qui siamo all’horror culinario, servito in salsa agrodolce, dove dal menu dello chef Slowik (un perfidissimo Raplh Fiennes) a salvarsi sono ben pochi, e non per indigestione. Una giovane coppia si reca a Hawthorn, un’isola remota per mangiare in un ristorante esclusivo gestito da un celebre e ultrastellato chef, che ha preparato un importante menu di cucina molecolare in cui il cibo è trattato come arte concettuale, ma il suo approccio alla gastronomia riserva sorprese scioccanti. L’unica ad avvertire il clima ostile è Margot, la “fidanzata” di Tyler (Anya Taylor-Joy bravisssima come peraltro anche Nicholas Hoult, un Tyler tanto imbranato quanto doppio) che, a differenza di tutti declina il cibo, irritando Slowik, ma nel contempo entrandovi in confidenza al punto da farsi svelare lo spettacolo macabro che prende progressivamente forma. Margot entra nel sistema dello chef folle per la sua alterità rispetto agli altri commensali, celebrità del cinema e squali della finanza, critici gastronomici e habitué che non ricordano nemmeno un piatto delle altre cene. L’orchestrazione dei piatti a un ritmo da caserma sfocia presto nel delirio che non sveleremo, ma anche qui, un po’ come accadeva per il celebre Kane di Orson Welles in “Quarto potere”, la chiave è la semplicità perduta, la voglia di un semplice cheeseburger, l’impossibile desiderio di tornare alle proprie, negate, origini. “The menu” non è cinema militante, ma fa critica sociale trasversale; è d’autore, ma non è a tesi; ripercorre il cinema di genere, innervandolo di … piatti interessanti. È un po’ come la cucina stellata e molecolare, o l’accetti o la rifiuti. Noi lo prendiamo. (m.g.)

Voto: 6,5

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