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Elezioni politiche in Veneto nel 2018: votò l’80 per cento, boom Lega

Per il Carroccio il risultato migliore fu a Treviso con il 37,4 per cento, in casa Pd il risultato migliore a Venezia con il 18,5 per cento

6 minuti di lettura

Elezioni del 2018, ecco la situazione

 

Nelle precedenti elezioni del 2018 la fuga dalle urne alla fine è risultata meno rovinosa del previsto: gli analisti temevano un dato addirittura sotto il 70 per cento, in realtà l’affluenza si è attestata attorno al 73; con una diminuzione di un paio di punti rispetto al funesto 2013, tanto più contenuta in quanto mai come stavolta la legge e la campagna elettorali si presentavano fortemente scoraggianti.

Se il Veneto è risultato tra i più virtuosi arrivando all’80 (con punte dell’83 a Vicenza e Padova), ci sono state una Sicilia ferma al 65, e una Calabria addirittura al 60. 

Per quanto riguarda il risultato elettorale le elezioni del 2018 hanno visto un centrodestra attestato a ridosso della maggioranza assoluta, con il 48 per cento, mentre il centrosinistra si ferma al 20. In mezzo i pentastellati, con il 24.

Il voto  fotografa un’Italia arrabbiata e delusa spaccata a metà: al Sud il M5S viaggia al 50% con la promessa del reddito di cittadinanza, mentre al Nord la Lega, FI e FdI incassano la maggioranza assoluta con la promessa della flat tax. A pagare il conto sono i partiti di forte “identità nazionale”: Pd, LeU e +Europa

In Veneto la Lega asfalta il resto dei partecipanti alla corsa elettorale: è la sola ad aumentare i voti rispetto alla volta precedente, a spese sia dei competitori come 5 Stelle e Pd, sia dei suoi stessi alleati. 

Se passiamo ad analizzare le situazioni delle singole province in casa Lega, la parte del leone la fa chiaramente Treviso, casa-madre del governatore del Veneto Luca Zaia con il 37,4 per cento.

Ma è insidiata da vicino da Vicenza, con il 35,9. Il resto si attesta tra il 30,3 di Rovigo e il 32 di Verona; peraltro comunque tutte quote inferiori alla media regionale del partito, che è del 32,2. Ultima in coda è Venezia, con il 28,3. Quest’ultima provincia diventa invece leader interna tra i 5Stelle, con il 27,5; sopra la media regionale, pari al 24,4, troviamo soltanto Rovigo con il 25; ci si avvicina Padova con il 24, per il resto siamo tra il 22 di Belluno e il 22,9 di Verona.

In casa Pd, è ancora Venezia a vantare il risultato migliore, con il 18,5 per cento, ma stavolta affiancata da Belluno con la stessa quota, e incalzata da Rovigo con il 18,1. Padova è allineata alla media regionale, che è del 16,7, cui si avvicina Treviso con il 16,4. In coda Vicenza con il 15,7 e Verona con il 15,1.

Infine, per quanto riguarda Forza Italia, la posizione migliore è di Rovigo con l’11,9 per cento; sopra la media regionale del 10,6 troviamo Padova con l’11,6, Verona con l’11,3 e Belluno con l’11,1; le altre sono sotto, con Vicenza fanalino di coda, unica a una sola cifra (9,7).

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LE ANALISI SUL VOTO DEL 2018

Di seguito l’articolo di Albino Salmaso, pubblicato sui nostri giornali il 7 marzo 2018 che intervista il professor Paolo Feltrin, politologo, docente di Scienze politiche e sociali all’Università di Trieste, uno dei massimi esperti della questione settentrionale che guida l’Osservatorio elettorale del consiglio regionale. 

Angelo Carconi (ansa)

«Salvini guidi il governo è lui il leader del Nord»

Il professor Feltrin: «C’è un conflitto fra Settentrione produttivo e Sud assistito ma non è pensabile che la guida del Paese venga consegnata al Meridione»

Il voto del 4 marzo fotografa un’Italia arrabbiata e delusa spaccata a metà: al Sud il M5S viaggia al 50% con la promessa del reddito di cittadinanza, mentre al Nord la Lega, FI e FdI incassano la maggioranza assoluta con la promessa della flat tax. A pagare il conto sono i partiti di forte “identità nazionale”: Pd, LeU e +Europa.

Non sarà facile formare una maggioranza per il nuovo governo, ma a guidare palazzo Chigi sarà un leader del Nord, con Salvini in pole position.

Paolo Feltrin, politologo, docente di Scienze politiche e sociali all’Università di Trieste, è uno dei massimi esperti della questione settentrionale e guida l’Osservatorio elettorale del consiglio regionale.

Professor Feltrin, Matteo Salvini ha vinto la sua scommessa: la Lega ha divorato Forza Italia di Berlusconi e agganciato il Pd di Renzi. Nessun sondaggio aveva captato il terremoto. Come mai?

«Certo. Non era mai successo che la Lega straripasse oltre i confini di Veneto e Lombardia e raggiungesse l’Emilia Romagna, la Liguria, la Toscana, l’Umbria e le Marche. A dispetto del cambio del nome, per la prima volta nella sua storia è davvero Lega Nord dalle Alpi al Rubicone, ben oltre i confini della Padania di Bossi. Il boom di Salvini segna la fine delle regioni rosse e per la prima volta dal 1861 si cancella la diversità fra Centro Italia e il Settentrione».

Perché lei parte addirittura dal 1861, quando c’era il regno con Casa Savoia?

«Si votava anche allora, con lo Statuto Albertino, sulla base del censo: in Emilia, Umbria e Toscana vincevano i massoni e i liberal-repubblicani. Ora per la prima volta il Nord dal Piemonte al Friuli è unificato sotto la bandiera della Lega e del centrodestra. La Prima Repubblica dal 1948 al 1992 si è caratterizzata da una geopolitica a segmenti: il triangolo industriale Milano-Torino-Genova; le regioni bianche Dc come il Veneto e il Trentino; le regioni rosse come la Toscana, l’Umbria e l’Emilia e il Mezzogiorno assistenzialista della Dc e del Psi».

Cosa cambia con il voto del 4 marzo?

«La straordinaria sorpresa di queste elezioni è la rottura delle divisioni territoriali e la grande frattura Nord-Sud lungo il Rubicone. In Emilia Romagna la prima coalizione è il centrodestra con la disfatta del Pd e LeU di Bersani, in Toscana i candidati di Matteo Renzi vincono di stretta misura ma nelle Marche il centrosinistra arriva terzo e in Umbria la Lega e FI hanno ridotto il gap a una decina di punti. Cosa mai viste, cose dell’altro mondo».

Professore, c’è l’altra metà dell’Italia da raccontare…

«La sorpresa è ancora più grande perché non s’era mai visto un partito raggiungere il 50 per cento in Campania, Puglia, Sicilia Calabria e Sardegna. Nemmeno la Dc nel 1948 o quella di De Mita che ha fatto esplodere il debito pubblico, sono riuscite nell’impresa. Il messaggio profondo del voto è: Nord contro Sud e Sud contro Nord, l’uno contro l’altro armati».

Ma siamo di fronte a un rinnovato scontro etnico-razziale? Insomma è la Lega del “leon che magna el teron”?

«No. Quello di Bossi era folclore. Salvini si è candidato anche in Sicilia e non ha vinto con i suoi slogan sulla sicurezza, altrimenti avrebbe sfondato in tutto il Sud, dove invece è stato arginato dal M5S. Si è data troppa importanza alla questione sicurezza-immigrati».

E quindi come si spiega il terremoto nelle urne?

«Con tre indicatori. Partiamo dal tasso di disoccupazione: dov’è più alto il M5S vola e questo vale per tutto il Mezzogiorno. Poi c’è il reddito per abitante: dov’è più basso esplode il voto dei grillini. Terzo: la proposta politica. La Lega ha imposto lo slogan soldi a chi lavora. Che va declinato con più soldi in busta paga, ergo meno tasse. E unifica il Nord produttivo in tutti i suoi ceti sociali: operai, imprenditori, commercianti, partite Iva e professionisti che dopo dieci anni di crisi si aggrappano alla prospettiva del taglio delle tasse».

E il M5S perché ha fatto man bassa al Sud?

«Con una promessa chiarissima: soldi a chi non lavora con il reddito di cittadinanza che unifica il Mezzogiorno travolto dalla crisi degli ultimi dieci anni, dove il lavoro è un miraggio. Non c’è razzismo, sono le due emergenze territoriali che si scontrano: il lamento che sale del profondo Nord è “basta tasse” mentre il Sud intona un’altra preghiera: non abbiamo lavoro e dateci i soldi per vivere».

I sondaggi non hanno azzeccato il trend nemmeno questa volta: come mai?

«Nessun sondaggio aveva intuito il cataclisma nelle urne. Il M5S in tutto il Settentrione perde voti e arretra rispetto al 2013, mentre esplode al Sud con il reddito di cittadinanza. La verità è arrivata dai seggi, quindi le elezioni servono anche per capire le pulsioni reali e il magma sociale del Paese».

Chi ha pagato il prezzo ed esce con le ossa rotte?

«Tutte le forze che si presentavano con una proposta nazionale: Pd, LeU, +Europa e anche la Meloni. Emblematico il declino di Forza Italia, convinta di prendere voti da Bolzano a Palermo e quindi di poter battere Salvini. Berlusconi non ce l’ha fatta».

Professore, come se ne esce in tempi ragionevoli?

«Emerge potentissima la questione meridionale, irrisolta a 155 anni dall’unità d’Italia. La Germania dell’Ovest dopo il crollo del muro di Berlino nel 1989 ha azzerato il gap con l’Est mentre noi ce lo trasciniamo dietro in maniera drammatica e le classi dirigenti ne debbono prendere atto. Vogliamo ancora essere una Nazione o no? Il conflitto territoriale rende impossibile l’accordo Lega-M5S: Salvini che vuole dare soldi a chi lavora, dice l’esatto contrario di Di Maio che vuole invece garantire il reddito di cittadinanza ai disoccupati. Non è pensabile che la guida del Paese sia consegnata al Meridione. L’ho spiegato ad Angelino Alfano, quand’era il delfino di Berlusconi: con i conti pubblici gravati da 2,2 miliardi di euro di debito, alla classe dirigente meridionale è inibito l’accesso ai vertici delle cariche statali elettive. Lui non ne era convinto, ma si è ritirato dalla politica e dopo aver guidato il ministero degli Esteri ora torna a fare l’avvocato ad Agrigento».

Sulla carta esiste però la possibilità di un governo di centrosinistra M5S, Pd e Leu…

«Non è una prospettiva credibile. Il Pd non si può autodistruggere. Renzi l’ha capito e ha chiuso la porta al M5S e anche alla Lega ma con sfumature diverse. Il Nord resta quindi al posto di comando a Palazzo Chigi perché la coalizione vittoriosa è quella di centrodestra».

Quindi non resta che attendere un incarico esplorativo a Matteo Salvini?

«Prima o poi toccherà anche a lui essere chiamato al Quirinale e si vedrà di che stoffa è fatto il leader della Lega».

Ma i numeri per formare il governo non ci sono. Cinque anni fa Berlusconi garantì a Enrico Letta la nascita del suo Gabinetto, ora Renzi potrebbe essere chiamato a un gesto di altrettanta responsabilità?

«Il Pd si dovrebbe astenere. Come hanno fatto il Pci di Berlinguer nel 1976 e Forza Italia di Berlusconi nel 2013: sarà un governo favorito dalle larghe astensioni. Salvini è un rebus perché molti osservatori dicono che l’uomo politico è assai diverso dal capopopolo dei comizi. I parlamentari europei di tutti i partiti sostengono che quando si intavola una discussione con lui, ci si trova di fronte a un leader ragionevole, amabile e preparato. Senza i toni aspri da piazza. Scopriremo in queste settimane se avrà capacità di mediazione e di governo per guidare l’Italia. Il Parlamento Ue è una scuola migliore di Montecitorio».

Cosa deve fare Renzi? Le sue dimissioni sono vere e quando se ne deve andare?

«La sua abilità politica l’abbiamo conosciuta, ha saputo dare una grande scossa all’Italia per farla ripartire. Ma ha commesso due errori: ha rotto il patto del Nazareno con Berlusconi per l’elezione di Mattarella presidente della Repubblica. E ha perso il referendum del 4 dicembre. Rotta l’intesa con FI ha sprecato la grande occasione di cambiare la Costituzione con la maggioranza dei due terzi. L’altro errore è stato non sparire dopo il ko al referendum: si doveva eclissare per poi tornare sula scena come Cincinnato acclamato dalla folla. È rimasto e ha fatto la fine del pugile suonato, messo al tappeto da due ko. Deve dimettersi ed esclissarsi».

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