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Villaggio futuro, Cortina si interroga su una possibile seconda vita degli alloggi olimpici

Verso i Giochi del 2026, abbandono o riutilizzo: ecco come è andata nelle città delle ultime edizioni

Gianluca De Rosa
Aggiornato alle 7 minuti di lettura
Gli alloggi e le strutture realizzate dove sorgeva il mercato generale del capoluogo piemontese 

Cuore pulsante dei Giochi, il villaggio olimpico assume storicamente una rilevanza sociale a volte anche più importante di quella sportiva nell’ambito delle rassegne a cinque cerchi.

Luogo di incontri e scambi culturali dove atleti, dirigenti e più in generale addetti ai lavori condividono spazi e relative esperienze. L’uno al fianco dell’altro, senza una bandiera, un ideale o un risultato sportivo a dividerli.

Anche per questo motivo, ogni Olimpiade è accompagnata da una lunga serie di riflessioni condite molto spesso da polemiche e contestazioni che caratterizzano il pre, durante e post di ogni suo villaggio.

Ognuno con la sua personalissima storia, accompagnata nella maggior parte dei casi da una domanda: cosa ne faranno una volta terminate le Olimpiadi? A Cortina per ora c’è la localizzazione, Fiames, e la scelta di puntare su prefabbricati removibili. Ma poi cosa succederà? Ecco come è andata con le Olimpiadi invernali più recenti.

SARAJEVO 1984

Sarajevo (Jugoslavia), la guerra balcanica ha coinvolto gli impianti olimpici provocando pesanti danneggiamenti

 

Una della pagine più sentimentali ed al tempo stesso amare della storia olimpica è stata scritta a Sarajevo dove pochi anni dopo la rassegna a cinque cerchi scoppiò la guerra. I villaggi olimpici, che dopo i giochi vennero riadattati ad appartamenti e distribuiti ai cittadini, furono pesantemente bombardati.

Il villaggio più famoso era quello di Dobrinja, situato alle porte di Sarajevo. Collocato a poca distanza dall’aeroporto, segnava la linea di confine tra la parte di territorio bosniaca e quella serbo bosniaca.

Durante gli anni della guerra Dobrinja subì il tentativo di occupazione da parte dei soldati serbi con alcuni segni ancora ben visibili sulle facciate dei palazzi nonostante svariati progetti di rigenerazione urbana. Uno di quei condomini oggi vede una facciata situata sul territorio della Sarajevo bosniaca e l’altra sul territorio della Repubblica serba di Bosnia.

Diversa la situazione nel quartiere di Mojmilo che nel 1984 ospitava un altro villaggio olimpico, più vicino al monte Trebevic sede di gara, dove lo stato di abbandono è ancora evidente.

Le palazzine destinate ad ospitare gli atleti, alla fine dei giochi vennero regalate ai cittadini ritenuti meritevoli, soprattutto giovani laureati ed alti funzionari. Durante la guerra il quartiere di Mojmilo venne rastrellato dalle truppe di Ratko Mladic con conseguenze disastrose per la popolazione residente di etnia bosniaca.

LILLEHAMMER 1994

Lillehammer (Norvegia), Il villaggio olimpico è diventato zona residenziale con alcuni edifici trasformati in studentato

 

La rigenerazione urbana ha interessato il villaggio olimpico di Lillehammer, in Norvegia. Oggi centro residenziale con alcuni alloggi convertiti a studentato, passò alla storia come il primo villaggio in cui si decise di ridurre al minimo gli sprechi.

All’interno del villaggio composto da villette e bungalow, tutte di dimensioni ridotte con all’interno arredamento minimalista ed un cucinino, vennero utilizzati per la prima volta di un’Olimpiade piatti e posate realizzati in materiale biodegradabile. Molti atleti, soprattutto dello sci, decisero di utilizzare strutture alternative situate in altura perché più vicine alle piste rispetto al villaggio olimpico cittadino.

«Era un villaggio romantico», ha raccontato di recente in una intervista l’ex pattinatrice ucraina Oksana Baiul che nel 1994 a Lillehammer vinse la prima medaglia d’oro olimpica del suo Paese, «dalla piccola finestra della camera in cui alloggiavo si vedeva un panorama bellissimo. Nel villaggio c’era una caffetteria dove trascorrere un po’ di tempo libero».

SALT LAKE CITY 2002

 Salt Lake City (Stati Uniti), le strutture ricavate nel campus universitario sono tornate ad ospitare giovani studenti

 

Il villaggio per l’Olimpiade americana venne ricavato all’interno del campus appartenente all’Università dello Utah. Era stato pensato per accogliere atleti e delegazioni per un totale di 3500 persone. Il villaggio si componeva di un’area residenziale, composta da venti palazzine ognuna delle quali contenente appartamenti di varie metrature a partire da monolocali. C’era poi un’area ricreativa internazionale ed un’altra ala destinata agli uffici amministrativi. All’interno del campus trovava posto anche il Rice Eccles Stadium, sede della cerimonia di apertura.

Il villaggio venne costruito con un piano ben preciso, risalente già al 1998: annettere una parte della confinante base militare di Fort Douglas. Il progetto si completò nei tempi prestabiliti. L’allora villaggio olimpico tornato nel frattempo ad essere un campus universitario a tutti gli effetti, aveva una posizione strategica rispetto al centro cittadino ed alle varie sedi di gara anche se furono tante tra le delegazioni partecipanti a quei giochi che scelsero alloggi alternativi più vicini alle sedi di gara.

SOCHI 2014

Sochi (Russia), i villaggi olimpici di Adler e Krasnaja Poljana sono stati convertiti per l’ospitalità turistica

 

A Sochi, in Russia, i villaggi olimpici erano due. Uno collocato sul mare, ad Adler, cittadina del distretto di Sochi abitata da poco meno di settantamila abitanti. L’altro in montagna, a Krasnaja Poljana, sul versante meridionale del Gran Caucaso.

Entrambi di piccole dimensioni realizzati in modalità residence, sono stati destinati una volta terminata la rassegna olimpica all’ospitalità turistica essendo entrambe località molto frequentate, sia per la presenza del mare da una parte che della montagna dall’altra (Krasnaja Poljana è un’attrezzata stazione invernale e ospita, tra l’altro, il trampolino Russki Gorki, la pista sciistica Roza Chutor e lo Sliding Center Sanki con pista artificiale di bob, skeleton e slittino).

Un episodio curioso interessa l’area riservata all’ospitalità di coloro che avevano scelto di alloggiare nelle vicinanze di Roza Chutor. Una volta arrivati a destinazione la sorpresa: «Quegli alloggi sono stati completati a manifestazione già iniziata», racconta un testimone oculare ricordando quei momenti col sorriso, «quando siamo arrivati in alcuni appartamenti non c’erano ancora i mobili. Qualcuno dormì per terra la prima notte non essendoci il materasso sul letto».

PYEONGCHANG 2018

Il villaggio olimpico coreano di Pyeongchang è situato nelle vicinanze delle stazioni sciistiche di Alpensia e Yongpyong e dello stadio olimpico, nella località di Daegwallyeong. I lavori di costruzione vennero affidati all’azienda Daelim. Sono iniziati nel giugno 2015 e terminati nel settembre del 2017. Il complesso si compone di otto edifici per un totale di 600 appartamenti per una capienza “olimpica” pari a 3.500 persone. Una volta terminati i giochi, sono stati tutti trasformati in edilizia privata.

La società Yongpyong Resort Co. Ltd. ne ha gestito la vendita, iniziata già prima della conclusione del cantiere e prima anche del via ai giochi olimpici invernali. Ogni condominio, otto in totale, è composto da quindici piani. Tre le tipologie di appartamenti ricavati: 59 metri quadrati, 74 metri quadrati ed 84. Prezzo? All’epoca 9 milioni e mezzo di won per 3,3 metri quadrati.

Una volta completati i giochi sono stati sostituiti all’interno delle residenze alcuni dei materiali inizialmente allestiti come gli armadi. Le case sono state progettate con un sistema di ventilazione incrociata a quattro vani ed un sistema di massimizzazione dell’effetto luce. Per favorire l’acquisto vennero erogati mutui a condizioni vantaggiose e venne esentata la (pesante) imposta sugli immobili vigente in Corea del Sud.

PECHINO 2022

Un villaggio per tre. Tanti infatti erano gli spazi destinati all’ospitalità degli atleti nella tentacolare capitale della Cina. Il più grande era situato a Zhangjiakou, circa 160 chilometri a nordovest di Pechino, dotato di 2800 posti letto. Gli altri due, Chaoyang e Yanqing, contavano un totale di circa 3.500 posti letto. Strutture altamente tecnologiche con letti smart (a differenza dei letti di cartone utilizzati nel villaggio olimpico di Tokyo), una volta terminati i giochi sono state destinate all’accoglienza ed all’isolamento delle persone contagiate dal Covid. Il governo cinese ha infatti convertito i villaggi di Pechino, Yanging e Zhangjiakou in strutture di isolamento per la quarantena.

MONACO DI BAVIERA 1972

Simbolica eccezione tra le località sede dei giochi olimpici invernali, è Monaco di Baviera.

Il villaggio olimpico (Olympisches Dorf) fu progettato dallo studio Heinle, Wischer & Partner ed una volta terminate le Olimpiadi estive venne messo interamente in vendita come edilizia privata. Attualmente è abitato tanto da essere diventato a tutti gli effetti un piccolo quartiere di Monaco: vi risiedono poco più di seimila persone.

L’ex villaggio olimpico, divenuto tristemente noto per essere stato teatro del massacro degli atleti israeliani, venne realizzato seguendo una concezione di edilizia moderna. Gran parte degli appartamenti è dotato di ampi terrazzi, cosa poco frequente in Germania, e privi di barriere architettoniche.

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Un quartiere all’ex mercato il sogno infranto di Torino. Tentativo “housing sociale”

L’intervento più vasto tra i cantieri del 2006 costò cento milioni. Quattro palazzine furono occupate da disperati, ora nuovi lavori

Da mercati ortofrutticoli dismessi a villaggio olimpico centrale per i Giochi olimpici e paralimpici del 2006. Il 22 dicembre 2005 fu completata la più grande opera per l’Olimpiade torinese, coordinata dall’architetto Benedetto Camerana: 20 mesi di costruzione, con un costo complessivo che ha superato i 100 milioni di euro per uno spazio di 25 mila metri quadrati in cui hanno risieduto gli atleti degli sport del ghiaccio, mentre quelli della neve sono stati dislocati in prossimità delle venues montane tra Bardonecchia e Sestriere.

Oltre a ospitare la grande parte dei primattori dei Giochi e le strutture realizzate per permettergli di allenarsi come le palestre, aree ricreative e la mensa, queste aree sono state anche il centro accrediti per i giornalisti, hanno ospitato conferenze e accolto il personale del villaggio.

L’idea per la gestione post olimpica era di far nascere dal nulla un nuovo quartiere residenziale nella zona sud-ovest del capoluogo piemontese, non lontana dallo stadio Filadelfia, il mitico campo in cui giocava in passato le partite di campionato il Torino di calcio e che attualmente ospita il centro allenamenti.

Una quarantina di palazzi colorati, sorti non lontano dalla stazione del Lingotto, che potevano ospitare circa 2600 persone, sovrastate da una passerella che collegava al modernizzato centro commerciale.

Dopo i Giochi del 2006, la struttura ospitò gli atleti e il quartier generale del Comitato organizzatore anche dell’Universiade 2007, mentre in seguito ebbe una storia meno gloriosa, non riuscendo mai a svolgere il compito auspicato, ovvero di ospitare abitazioni private e foresterie universitarie. Una parte dell’ex-Moi (come viene chiamata l’area ricordando le sue origini di mercato) ospita tuttora alcune sedi delle Federazioni sportive regionali, mentre l’area più vasta è stata al centro di diversi casi di cronaca.

La riconversione a uso residenziale non c’è mai stata e, anzi, nella primavera del 2013 quattro delle sette palazzine sono state occupate dai rifugiati scappati dal Nord Africa dopo l’emergenza scattata nei loro rispettivi Paesi con l’aiuto di alcuni militanti dei centri sociali torinesi.

Tensioni durate per anni, fino allo sgombero completato nell’estate del 2019 da parte delle forze dell’ordine, che hanno liberato un’area che però tutt’oggi rimane deserta ed è una delle ferite aperte di un’Olimpiade che ha lasciato una grandissima legacy sul territorio e cambiato in meglio il volto dell’intera città, ma anche avuto diverse pecche.

Come la gestione di molte strutture, non soltanto metropolitane ma anche montane, come dimostrano su tutte le chiusure definitive di impianti quali l’Oval di pattinaggio di velocità (non lontano dal villaggio olimpico torinese) o la pista di bob, slittino e skeleton di Cesana.

Sul finire del 2020, sono partiti i lavori per riprovare a dare un futuro all’ex-Moi, con un progetto di “housing sociale” da 400 posti letto che dovrebbe completarsi tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023: chissà che sia la volta buona per quello che fu il villaggio olimpico di Torino.

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Milano sta sistemando un ex scalo ferroviario: in eredità 1.400 letti

Il villaggio sorgerà su 60mila metri quadrati in un’area di 200mila su cui, fino a pochi giorni prima correvano esclusivamente binari ferroviari

Lavori in corso nel futuro villaggio olimpico di Milano. Sorgerà nell’area dell’ex scalo ferroviario di Porta Romana dove il 10 settembre sono partite le prime opere di sostegno e scavi. Si tratta della seconda fase (la prima è consistita nel processo di bonifica, già completato) del cronoprogramma stilato dal fondo Porta Romana (gestore Coima Sgr, investimenti di Covivio, Prada Holding e Coima Esg Impact) presentato nel luglio del 2021 a palazzo Marino per la benedizione del sindaco Beppe Sala che a più riprese ha rassicurato tutti sul rispetto della scadenza fissata dal Cio (31 luglio 2025) ma, soprattutto, sulla fruibilità dell’area a sipario calato sulle olimpiadi.

Non casuale la scelta di Porta Romana, anello di congiunzione tra i sempre più moderni quartieri di sud est ed il centro città. Dal settembre del 2026 ospiterà gli studenti universitari che, pur scegliendo l’avanguardista Milano per il proprio futuro, non potranno permettersi i costi da capogiro che la stessa impone.

Il villaggio sorgerà su 60mila metri quadrati in un’area di 200mila su cui, fino a l’altro ieri, correvano esclusivamente binari ferroviari. I 1.400 posti letto che verranno messi a disposizione degli atleti in occasione delle olimpiadi invernali di Milano-Cortina saranno interamente destinati, tramite cambio di destinazione d’uso e successiva privatizzazione, agli studenti seguendo un modello già sperimentato in altre località sede dei giochi olimpici.

Non solo palazzine: il progetto include tanto spazio verde. Si chiamerà Parco Romana la “mini foresta” sopraelevata che coprirà le rotaie della ferrovia. Il progetto rientra nel masterplan Parco Romana, concepito dal gruppo di architetti di fama mondiale Skidmore, Owings & Merrill-Som Lo spazio su cui sorgerà il villaggio era stato venduto nel 2020 da Ferrovie dello Stato al fondo Porta Romana nonostante un’agguerrita concorrenza per una cifra pari a 180 milioni di euro.

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A Fiames solo edifici removibili, realizzati con i prefabbricati

 «I terreni, una volta conclusi i Giochi, torneranno come sono: liberi».

Un villaggio olimpico a Fiames, tutto realizzato con prefabbricati e removibile, tanto che – parola del sindaco Gianluca Lorenzi – «i terreni, una volta conclusi i Giochi, torneranno come sono: liberi». È questo l’orientamento più recente, annunciatonei giorni scorsi dal presidente regionale Luca Zaia, per la realizzazione del villaggio. A marzo gli operatori turistici ampezzani avevano chiesto invece che il villaggio non fosse provvisorio, ma stabile, in modo da risolvere l’annoso problema dell’accoglienza dei lavoratori stagionali. Gli operatori sono stati comunque rassicurati dal Comune sul fatto che si cercherano delle soluzioni.

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