Addio Omar Monestier, sempre con noi

BELLUNO. Non aver mai paura di cambiare. Litiga ma fai pace. Davanti al nemico mostra il petto. Battiti sempre. Difendi i tuoi colleghi.

Le staffilate di Omar Monestier spesso arrivavano nella penombra di una stanza con la sola lampada da scrivania accesa. Gli occhi spiritati anche dopo giornate campali, le iniziali stampate sul lato sinistro della camicia sempre perfetta, tra il quinto e il sesto bottone. Om, come l’antico mantra dello yoga.

C’è forse qualcosa di mistico nella scia di sentimenti che questo direttore ha lasciato tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, nei territori che ha abitato con il suo giornalismo.

Far sentire tutti, in qualche modo, la sua scommessa vinta. Questa è un po’ la cifra dell’uomo che se n’è andato così, in un attimo, come un soffio di vento improvviso che sposta i petali di un fiore. E intorno a questo vuoto ci siamo noi, le sue due famiglie. Quella di Sara, Benedetta, Tommaso, Giulio e Giovanni. E poi i giornalisti.

Gli sarebbe piaciuto vedere il suo Tommaso prendere la parola davanti all’altare del Duomo di Belluno colmo, nonostante la soggezione che il silenzio impone quando si fa largo tra pianti e singhiozzi. Tommaso lì davanti a tutti, quasi con la stessa postura del papà.

La giacca, la cravatta di Omar, la camicia perfetta. Viso leggermente inclinato verso l’alto, sguardo dritto sulla platea, nessuno scritto in mano.

«Papà avrebbe detto: sembri un sacco di patate». Forse è vero, l’avrebbe detto. È in effetti una possibile sferzata tipica del suo sarcasmo. Ma in quella chiesa, nello spazio che durante il funerale è stato dedicato ai ricordi, si è visto tutt’altro che un sacco di patate. È l’assunzione di responsabilità di un giovane adulto a un passo dalla laurea alla Cattolica di Milano.

«Papà non aspettava altro, mi diceva sempre che avremmo brindato con fiumi di champagne. Averlo vicino mi spingeva a confrontarmi con lui. Un giorno gli dissi: sei una montagna troppo alta da scalare. Lui rispose: io sono io e tu sei tu. Omar cammina sulle mie gambe. Papà è in ogni mio gesto. Papà è in ogni sconfitta e in ogni vittoria. Vi chiedo solo una cosa, ricordatelo ma senza mitizzarlo. Non gli sarebbe piaciuto».

Video. Il ricordo del figlio: "Ricordate papà senza mitizzarlo perché è stato un uomo vero"

Funerali Monestier, il ricordo del figlio: "Ricordate papà senza mitizzarlo perché è stato un uomo vero"

Quanta dignità in questa famiglia ferita, quanto coraggio, quanta apertura verso il mondo anche nel momento più duro. Spalancare le porte di casa, ora, con l’odore dell’incenso e le corone di fiori ai piedi della bara.

In effetti è il lato inedito che l’altra famiglia, quella dei giornalisti, prima di giovedì ha solo potuto immaginare. Cosa ci poteva essere nella vita intima di questa figura austera e decisa che si aggirava per le redazioni? Alzi la mano chi non se l’è chiesto almeno una volta, nelle redazioni del Mattino di Padova, della Tribuna di Treviso, della Nuova Venezia, del Corriere delle Alpi, del Messaggero Veneto, del Piccolo, del Tirreno.

C’era un uomo che si svegliava la mattina spalancando la porta della camera e lasciando entrare l’aria della sua opera preferita, come racconta la figlia Benedetta nello scritto che pubblichiamo qui sotto.

«Papà non voleva mai leggere i miei temi, non voleva che mi sentissi giudicata». Ecco, chi l’avrebbe mai detto. L’uomo che leggeva fino all’ultima notizia in breve dei suoi giornali per verificare che non contenesse le cialtronate che ogni tanto scappano ai giornalisti, non voleva leggere gli scritti della figlia per non giudicarla. Sapeva, forse, che non correva rischi perché le piante del suo giardino stavano crescendo nel modo giusto.

Quanti abbracci e quante carezze, tra tutti loro seduti sul primo banco. Benedetta che rincuora i gemelli cingendoli ai fianchi. Benedetta che bacia la madre in testa per provare a darle forza. Tommaso che stringe Benedetta e la madre. I gemelli che si prendono per mano.

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Non si è spezzata la catena della famiglia Monestier. Gli anelli sono ancora ben saldi, uniti l’uno all’altro, nonostante tutto. «È stato breve il nostro lungo viaggio», ha detto Sara, anche lei piena di forza nell’affrontare la platea di giornalisti, imprenditori, politici, con i presidenti delle Regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia in prima fila insieme al sindaco di Trieste e, più in fondo, il vicesindaco di Padova, con l’amministratore delegato del gruppo Gedi Maurizio Scanavino e il direttore generale di Gnn Fabiano Begal.

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E tutti intorno noi, la sua seconda famiglia, forse quella a cui ha dedicato di gran lunga più tempo. Omar Monestier aveva una disponibilità aperta a conquistare e a essere conquistato. Era un seduttore nato. Un narciso, anche. Sempre sul punto di farsi coinvolgere da qualcosa o da qualcuno.

Quanta gente, in questi 30 anni di giornalismo locale, è andata a raccontare a lui le vicende personali. Quante storie, umane e professionali, sono passate per il suo ufficio. Aveva una parte di sensibilità maschile e una femminile. Con tutto ciò che questo comporta, nel bene e nel male.

Video. L'ultimo saluto di amici, colleghi e parenti a Omar Monestier: "Ci ha insegnato a non fermarci mai alla superficie"

La fusione dei suoi due mondi genera un fenomeno rarissimo e stupendo: la caduta delle maschere. E così il direttore di quattro giornali, diventa semplicemente “Fabrizio”, che sceglie di tratteggiarne la personalità con le sue frasi più incisive, quelle che ti sparava nei momenti di crisi. Arrivava lui e pam: ti dava la soluzione. “Considera tuo ogni territorio che ami”. “Mai dire: non ce la facciamo”.

Per la stessa alchimia, il condirettore degli stessi quattro giornali diventa semplicemente “Paolo” e guardando in faccia moglie e figli dice: «Noi giornalisti siamo una tribù e Omar era un capo tribù. Ci vuole coraggio facendo questo lavoro a tirare su anche una famiglia. Un lavoro senza orari, con le rampogne che partivano dalle 6 del mattino».

Poi c’è Fabiano Begal, il cardine amministrativo dell’era Monestier, che gli riconosce uno dei suoi punti d’orgoglio. «Spesso mi dicevi, per scherzo, che volevi morire in piedi e combattendo. Certifico che l’hai fatto». Messaggi disperati, per dire che ogni cosa ha una fine, certo. Ma non ci si doveva lasciare così. Messaggi a cui Omar avrebbe risposto alla Omar.

«Dai dai, su su. Notizie notizie».

***

Benedetta Monestier

Papà era vita. Papà era un profumo buono, un bacio al sapore di caffè la domenica mattina, un sorriso innamorato. Papà era disciplina. Papà era musica. La musica gli piaceva tanto.

Dacché io abbia memoria, papà mi svegliava spalancando la porta della camera e lasciando entrare l’aria della sua opera preferita del momento.

Papà mi ha portata all’opera con lui tante volte. E per me erano momenti magici, piccole isole felici in cui potevo godere io sola di quell’uomo che mi conosceva con una profondità inaudita, che mi faceva la guerra per farmi capire il significato della pace, che mi insegnava a cadere perché sapeva già - testarda come sono - quanto mi sarei fatta male. Si potrebbe dire che papà mi abbia amato anche attraverso la musica. E sapete, domenica mi sentivo così felice e ad un certo punto ho iniziato a cantare tra me e me il “Nessun dorma”. Ero di colpo emozionata al ricordo di averlo sentito dal vivo con papà, e così gli ho scritto “papà sto sentendo il Nessun dorma e ho i brividi. Mi porti a vederlo di nuovo?”. E lui mi ha risposto, subito, “va bene”. Cosa non avrebbe fatto per rendermi felice.

Caro papà, mi sono chiesta lungamente perché la mia storia d’amore con te sia finita sulle note del Nessun dorma. Non ho una risposta, non l’avrò mai. Ma so con tutta me stessa che il tuo ricordo è e sarà sempre l’opera più bella della mia vita, che rivivrà in me ancora e ancora.

Ciao papà

***

«Adesso cammina sulle mie gambe. È in ogni mio gesto»

Le parole del secondogenito Tommaso

Nel dolore collettivo dell’addio, a un certo punto si accende una luce, che poi è l’eredità più preziosa lasciata da Omar Monestier: i figli.

Dal banco in prima fila si alza il figlio Tommaso, che prendere la parola per primo a nome della famiglia. Ha 24 anni e sta per laurearsi alla Cattolica di Milano. «Ho paura di non sentire più i suoi commenti, le sue critiche, i suoi rimproveri» dice con sicurezza, improvvisando un intervento che scalda i cuori. «La sua era una voce forte, presente, sarcastica. Sant’Agostino dice che coloro che amiamo e che abbiamo perduto non sono più dove erano, ma sono ovunque noi siamo. Omar cammina sulle mie gambe. Papa è in ogni mio gesto. Voleva la mia laurea e mi diceva che avremmo festeggiato con fiumi di champagne. Papà è una meteora che ha illuminato la mia vita».

Dopo Tommaso, ha preso la parola la primogenita Benedetta, 27 anni, laureata alla Bocconi, sempre a Milano. L’aveva sentito domenica, gli aveva mandato un messaggio. Voleva andare a vedere l’opera con lui ancora una volta. E lui le aveva detto sì. «Avrebbe fatto di tutto per rendermi felice».

***

L’omaggio di Fabrizio Brancoli

C'è un torto che non dobbiamo farti. Non possiamo non imparare alcune cose precise da te, dal tuo modo di essere, di vivere.
Provo a elencarle.

Sorridi, sempre.
Mostra il petto davanti al nemico.
Guarda avanti.
Riconosci la fondamentale importanza delle asole in un abito. Le asole sono importanti.
Mangia bene.
Se puoi, impara a fare il pane in casa e regalalo di tanto in tanto alle persone amiche. Il pane è importante, il pane è un simbolo.
Prenditi cura di te.
Non aver paura di cambiare.
Va bene la provocazione, va bene l’anticonformismo; ma, davvero, non è il caso di indossare calzini troppo colorati.
Litiga ma fai la pace.
Considera tuo ogni territorio che ami e che ti interessa conoscere.
Esorta chi lavora con te e per te. Dai dai, su, forza, sveglia.
Colpisci gli errori ma perdona le persone.
Considera sempre la possibilità di fare il pastore di pecore nelle Isole Shetland o di produrre olio in Toscana.
Difendi i tuoi colleghi.
Compra scarpe eleganti..
Scrivi in un buon italiano..
Sii aperto ma proteggi la tua sfera interiore.
Distribuisci torti e ragioni, premi e punizioni.
Sii sempre riconoscente verso i tuoi maestri e in ogni caso verso chi ti insegna qualcosa.
Non dire “non ce la facciamo”. Mai.
Dietro ogni persona c’è un abisso, tienilo presente prima di giudicare
Mangia un po’ di frutta a metà del pomeriggio. Per esempio una mela.
Soffri pure; ma poi reagisci.
Non sei infallibile. Sappi chiedere scusa.
Ama quello che fai, ama le esperienze, ama le persone.
Battiti. Sempre.
Se non impariamo almeno qualcuna di queste cose, se non riusciremo a vivere bene ora che vai via, noi ti tradiremo. Non dobbiamo farlo. Oggi piangiamo ma poi basta.

Ciao amico mio

***

L’omaggio di Paolo Cagnan

Sara Benedetta Tommaso Giulio Giovanni

Vedete
Noi siamo la grande famiglia dei giornalisti. Estranei, perlopiù, alle vostre vite.
Forse ci avete sentiti nominare, qualche volta, da Omar.
Forse no.

Noi siamo una tribù.
Siamo quelli di Udine, gli ultimi del Piccolo, i primi del Corriere, quelli là in mezzo tra Bolzano Trento e Verona, i veneti, i toscani…
Noi siamo una tribù. Omar era un capo tribù.
Una tribù stramba.
Estroversa.
Monomaniacale.
Forse persino irritante.

Pensate, alcuni di noi hanno anche avuto il coraggio, l’ardire di tirare su una famiglia. Di costruirsi un percorso normale, da persone normali.
Non siamo tutti uguali, questo no.
Ma ci riconosciamo a pelle.

Qualcuno – come Omar – si alza alle sei e inizia a rampognare; a dare pacche sulle spalle; a distribuire incarichi, a costruire percorsi.
A guardare avanti, come amava sempre dire lui.
Altri, come il sottoscritto, si alzano alle dieci del mattino e i messaggi whatsapp li mandano fino alle due notte, ai colleghi, sperando che abbiano i cellulari silenziati e che non ti odino più di tanto.
Noi siamo questa cosa qui. Omar era questa cosa qui.
Divorati dalle notizie, caricati a molla da una passione onnivora, innamorati di un mestiere che spesso ci ha preso a sberle; timorosi di un futuro incerto - ma capaci di grandi slanci.

Incapaci di smettere. Incapace – lui per primo - di staccare
Workaholic, si dice in inglese. Malati di lavoro.
Alle volte ci malediciamo, perché in fondo lo sappiamo, di avere rubato tempo agli affetti più cari.

Oggi ci guardiamo allo specchio sgomenti, e non troviamo un perché.
Qualcuno è sorretto dalla fede, cristiana o laica che sia. Altri si chiedono se tutto questo abbia un senso – e hanno pieno diritto di farlo.

Noi, credo, possiamo solo dire a voi che vi vogliamo bene, come ne abbiamo voluto – e sempre ne vorremo – a Omar.
E lui, che non era incline alle smancerie ma aveva un gran cuore- e chi gli è stato vicino lo sa - ora direbbe “Dai Cagnan, su
al lavoro che dobbiamo fare abbonati”

Sara Benedetta Tommaso Giulio Giovanni vi vogliamo bene.

***

L’omaggio di Paolo Mosanghini

Cara Sara, cari Benedetta, Tommaso, Giovanni e Giulio

Parlo di Omar con voi, la sua grande famiglia che tanto amava perché il suo ruolo di capofamiglia che tiene sotto controllo tutti lo manteneva anche con noi.

Quando litigavamo, e trascorrendo molte ore con lui capitava, mi zittiva: sei come un quinto figlio, fa come ti dico, si fa così. Lezioni le chiamava. Di vita, di giornalismo. Di capitudine, mi diceva, sceglieva lui.

Vi ha protetti dalla sua vita frenetica, vi portava costantemente nei suoi pensieri e nel suo cuore. Aveva una parola, un ricordo che intervallavano la giornata magnificando quello che Sara gli preparava per pranzo o parlando degli impegni scolastici dei ragazzi. Oppure dei biscotti e del pane: abbiamo provato una nuova farina e con Sara ho fatto un pane eccezionale. Se vieni di qua te lo faccio assaggiare…

E ha fatto diventare le redazioni dei giornali delle grandi famiglie, tanti figli, tutti con i loro pregi e difetti, ma che lui spronava costantemente; sapeva cogliere il meglio in ognuno di noi e “cavarlo” fuori, come diceva, perché tutti hanno qualcosa di buono.

Era ottimista, e con quegli occhietti vispi vedeva gli aspetti positivi, migliori, la luce, era questa sua capacità di visione che lo rendeva speciale e ci aiutava a intuire dove andare a parare.

Come padre e come direttore voleva avere sempre ragione: io ho sempre ragione anche quando non ce l’ho, quante volte me l’ha ripetuto.

Mille? Diecimila? Un milione? Non lo so. Non le ho contate.

La nostra squadra del Messaggero Veneto è attonita, profondamente addolorata, commossa, incredula, ammutolita.

Con te, Omar, aveva imparato a non avere paura delle sfide

Ci lasci uniti e professionalmente forti perché questa era la tua tempra ed è diventata la tempra del Messaggero al quale hai voluto appartenere con il cuore da subito, dieci anni fa. Curioso di conoscerne la storia e gli aneddoti, immergendoti nella vita della nostra gente.

Perché un giornalista – mi dicevi - deve vivere il posto che racconta, deve mescolarsi con la gente, deve stare in mezzo a tutti, dalla classe dirigente ai lettori che ci scrivono tutti i giorni.

Alla famiglia del Messaggero due anni fa avevi aggiunto anche quella del Piccolo, moltiplicando la dedizione per i tuoi giornali, impegnandoti a conoscere un’altra dimensione del Friuli Venezia Giulia, incontrando gente, partecipando a iniziative. Spendendoti con ogni forza per amalgamare due giornali e farli diventare un’altra unica famiglia con tanti figli.

“Sei sempre a Trieste”… non essere geloso come mia moglie.

Ed eri orgoglioso di rappresentare il Messaggero Veneto e Il piccolo fuori nelle circostanze pubbliche. Tanto che ti sbertucciavo: Dove eri sul palco a pavoneggiare?

E poi il culto della barba, un tuo vezzo, un tuo punto debole. Guai a farne una critica.

Su teams non ci sarà più lo squillo, migliaia di volte, quante volte in una giornata comparivano le iniziali Om e tu che alla centesima chiamata mi dicevi: ancora tu ma non dovevamo sentirci più…. E i tuoi sms? Mica come gli altri. Non me mandavi uno, ma una gragnuola. Eccolo, è lui. Eccolo, anche al telefono rispondevi così…

Ci hai insegnato tanto, tutto; ci hai incamminato verso nuovi orizzonti. E quando eravamo claudicanti incoraggiavi: andiamo avanti, sempre avanti.

Andiamo avanti sì.

E con questi pensieri, andremo avanti con il rigore, la competenza e l’energia che ci hai trasmesso.

Te lo prometto, a nome di tutti.

Sara, Benedetta, Tommaso, Giovanni, Giulio siamo consapevoli che papà ha sottratto del tempo a voi per stare in redazione. Si chiama: passione. E lui lo diceva: se non hai passione per questo lavoro non lo fai bene. Lui ne aveva e la trasmetteva: ed è l’amore per il giornalismo che ha fatto di lui un grande giornalista. Le attestazioni che state ricevendo lo dimostrano.

Omar, è stato un privilegio conoscerti e viaggiare insieme.

Grazie

Ti voglio bene

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