Cambiamento climatico in Veneto, il direttore del Consorzio Delta del Po: «Questa terra non sprofonderà nel mare»

Un paesaggio del Delta del Po a Porto Viro 

Giancarlo Mantovani contesta gli studi internazionali e la previsione degli accademici: «Frasi apocalittiche pronunciate da incompetenti. Qui lavoriamo ogni giorno per salvare ogni metro quadrato conquistato nei secoli con un’attenta programmazione di opere idrauliche»

ROVIGO. La passione per la propria terra d’acqua è in ogni parola, anche nello snocciolare dei numeri. Se l’appartenenza è data dalla nascita, per Giancarlo Mantovani, direttore generale del Consorzio Delta Del Po, si rafforza poi nella scelta convinta di non lasciarla. E anzi nel difenderla metro su metro con il cuore e con la professione.

Idrovora di Goro: solleva 21.000 litri al secondo di 6 metri per mantenere all asciutto parte dell’Isola di Ariano completamente soggiacente il Livorno del mare con punte negative di 4,3 metri

Laurea in Ingegneria, qualche anno di insegnamento di matematica e fisica – «il passaggio quasi obbligato per chi come me ha completato questa carriera universitaria» -, la libera professione, il lavoro in un’impresa e poi dal 1991 a oggi sempre e solo Consorzio del Delta del Po. Un cursus honorum completo partendo dalla scrivania di impiegato fino ad arrivare all’attuale ruolo di direttore.

Dietro - e dentro - a tutto un unico grande amore per quella terra conquistata alle acque del fiume, che nasce a Pian del Re sul piemontese Monviso, attraversa tutte le nebbie della pianura padana fino a gettarsi nel mare Adriatico.

Cos’è oggi il Delta del Po?

«Un’area di 43 mila ettari conquistata dall’uomo con un sistema di scolo impiantato dai primi del Novecento, rinsaldato con opere continue fino ad arrivare ai 42 impianti idrovori, alle 126 pompe che sollevano oggi 120 mila litri di acqua al secondo garantendo l’asciutto al sistema di isole perimetrate da fiume e mare. Quando piove e il Po s’ingrossa scatta l’allerta».

Quanto costa l’asciutto delle terre del Delta?

«Una bolletta pesante per quanto riguarda il consumo di energia elettrica: diciamo due milioni di euro l’anno, 50 euro ogni ettaro. E poi c’è la manutenzione del sistema. Questo è un territorio impegnativo che richiede un costante lavoro dell’uomo».

Vale la pena?

«Certo. Parliamo di una terra abitata da 50 mila residenti distribuiti in sette comuni. Il più grande è Porto Viro con 13.800 abitanti. C’è un’economia vivace fatta di agricoltura, pesca e un turismo sempre più in crescita. C’è una bellezza da preservare riconosciuta Sito di interesse comunitario (Sic). C’è un parco meraviglioso, con una preziosa biodiversità da tutelare. Insomma, un territorio vivo».

Ma la politica è interessata a mantenerlo?

«Sono programmati investimenti sulle aree umide, si lavora sulla slow mobility, si interviene sulla pesca, sull’acquacoltura, … A mio avviso, l’interesse c’è. Anche perché qui ci sono interessanti potenzialità che posso ancora essere sviluppate».

Tra trent’anni, nel 2050, esisteranno ancora queste terre strappate all’acqua? Come e quanto incide il cambiamento climatico e con esso l’innalzamento del livello del mare?

«Qui la mano dell’uomo ha dato e ha tolto. Con il sistema di canali e pompe ha difeso la terra, ma con la scelta di estrarre il metano, maturata e messa in atto tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, ha anche fatto sprofondare il suolo abitabile di 5-6 metri. Si sono dovuti rialzare gli argini, poi nel 1961 è stata finalmente sospesa l’attività metanifera, ma le conseguenze dell’estrazione non si sono cancellate subito. Lo sprofondamento delle terre è continuato per qualche anno fino a ridursi sempre di più. Dal 1983 al 2008, in 25 anni, si è sprofondati di 50 centimetri sul livello del mare. Quest’area è abituata a combattere con l’acqua e chi dice che nel 2050 sarà tutto sommerso dice una stupidaggine colossale».

In bici sugli argini del Po

Il mare che sale non fa paura?

«Macché: occorre continuare a gestire una condizione con cui conviviamo da sempre. Siamo a meno 4,30 metri sul livello del mare e per fronteggiarlo abbiamo alzato argini alti 4 metri. Ci mettono alla prova di più le bombe d’acqua che scaricano la loro potenza sulle terre lambite dal Po. 100-140 millimetri in un’ora, precipitazioni battenti che sconvolgono le nostre abitudini meteo».

E allora?

«Continuiamo a fare quello che abbiamo sempre fatto e che sappiamo fare bene: potenziamo impianti e canali di scolo, costruiamo vasche di laminazione. E’ un lavoro continuo di rincorsa, ma deve cambiare l’approccio: non più resistente ma resiliente. Certo non potremo alzare gli argini all’infinito, dovremmo programmare alcune zone da sacrificare. E su queste dirottare gli allagamenti, considerando dove saranno minori i danni a persone e animali. Nel 2050 le terre del Delta del Po non saranno sommerse. A fine secolo il mare potrà alzarsi di 70, 80, 90 anche 100 centimetri ma i nostri argini sapranno ancora proteggersi. Sono stanco di vedere quelle stupide planimetrie realizzate da incompetenti che pronunciano assurde frasi apocalittiche».

Saranno gli argini di terra a far fronte all’annunciato cambiamento climatico?

«Hanno questa missione. Sa qual è il problema più urgente: l’invasione di nutrie, istrici, volpi e tassi che minano con gli scavi per le loro tane la stabilità degli argini stessi. Rischiano di farli collassare. Sono animali importati, liberati da allevamenti. Per contrastare la loro azione servono manutenzione e controlli continui. L’intelligenza dell’uomo troverà le risposte. Così come ha regimentato le acque riducendo drasticamente il fenomeno delle grandi alluvioni. L’ultima che ricordiamo per l’assoluta devastazione che ha portato con sé è quella del 1966. Allora avvenivano ciclicamente ogni due-tre anni. Adesso registriamo ogni anno piccole rotte».

Segno dei tempi o forse dell’uomo.

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