Perissinotto: «In Generali lotta di potere Il distacco dai big? È per le dismissioni»

L’ex ad del Leone silurato dieci anni fa con l’accusa di aver fatto troppa finanza: «Scontro causato da frizioni personali» 

L’INTERVISTA



«Quella in corso in casa Generali è una lotta di potere, nella quale non sono chiare fino in fondo le ragioni». Giovanni Perissinotto, ex amministratore delegato del colosso assicurativo triestino, non usa mezzi termini per commentare le tensioni in atto tra i grandi azionisti del Leone, con il vicepresidente esecutivo Francesco Gaetano Caltagirone che si è appena dimesso dal cda lamentando il mancato coinvolgimento nelle scelte strategiche. Così, ora l’imprenditore romano si appresta allo scontro in assemblea con il principale azionista Mediobanca, sapendo di poter contare sul sostegno di Leonardo Del Vecchio e della Fondazione Crt.

Dieci anni dopo, sembra di rivivere una situazione simile a quella che portò al suo addio come ad di Generali. Considerato che conosce i meccanismi del gruppo come pochi, avendoci lavorato per 32 anni, di cui quattordici tra direttore generale e ceo, si è fatto un’idea sul perché ciclicamente il primo gruppo assicurativo italiano si trova a fare i conti con queste tensioni tra grandi azionisti?

«Si fatica a vedere le ragioni “industriali” delle critiche, oggi come allora. Sembra per lo più uno scontro di potere, in parte conseguenza di frizioni a livello personale, nel quale vengono esposti problemi in maniera confusa e senza indicare in maniera chiave le possibili soluzioni».

Nel 2012 Del Vecchio e altri azionisti rimproverarono alla sua gestione di essere troppo concentrata sulla finanza, dato che avevate acquisito diverse partecipazioni in altre società; oggi invece la critica è relativa a un ritmo di crescita inferiore al potenziale, che nel tempo ha portato ad aumentare le distanze nei confronti degli altri big assicurativi europei.

«Fino a qualche lustro fa Generali era sul piano di Allianz, Axa e Zurich, ma poi ha prevalso la politica delle dismissioni: penso ad esempio alla Svizzera, a Israele e al Messico, quasi tutte effettuate in momenti non ideali per vendere. Senza dimenticare i mancati guadagni di questi anni, dovuti alla cessione di una quota consistente di Banca Generali (il 12% fu ceduto nel 2013 al prezzo di 13,5 euro, mentre oggi la controllata vale 37,8 euro, ndr). Sinceramente trovo ridicola l’accusa di “fare troppa finanza” rivolta a un gruppo con 450 miliardi di attivi, con prevalenza nel ramo vita».

Torniamo al presente. Se per lungo tempo Generali è stata vista dai grandi azionisti come una fonte di dividendi (“La mucca dalle cento mammelle”, l’ha definita in un libro l’ex presidente Cesare Geronzi, a indicare la tendenza della grande imprenditoria italiana ad attingere più che a sostenere il principale polmone finanziario italiano), ora sembrano esserci azionisti disposti a rinunciare a parte dei dividendi per accelerare la crescita della compagnia e, soprattutto, a mettere soldi di tasca propria per irrobustire le spalle del Leone e aiutarlo a crescere più rapidamente.

«Io vedo che vengono lanciati segnali confusi al mercato. Per anni si è condivisa la politica che ha portato a ridurre il perimetro di gruppo e ora che i prezzi delle acquisizioni sono molto elevati, in particolare nell’asset management, si dice che occorre cambiare strategia».

Al di là di questa vicenda societaria, vede dei cambiamenti nell’imprenditoria italiana, alla luce della sua esperienza come vicepresidente del Gruppo Finint?

«Vedo un grande dinamismo nel nostro Paese e soprattutto nel Nordest. L’inventiva che ci ha portato a creare nei decenni prodotti di straordinario successo come la Vespa – per dirne una - non è venuta meno, così come la voglia di rischiare e mettersi in gioco. Nel tempo, con l’arrivo delle nuove generazioni al comando, sono migliorate anche le competenze manageriali. La sfida è consentire a tutte queste energie di sviluppare il proprio potenziale. Pertanto è fondamentale snellire le procedure autorizzative e più in generale la burocrazia, che sono un grosso freno per tornare a crescere in maniera strutturale». —



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