Veneto, solo 92 su 460 beni confiscati alle mafie sono stati assegnati alla comunità

La villa sequestra a Felice  Maniero a Campolongo Maggiore

L’onorevole Nicola Pellicani della Commissione Antimafia: «Manca un coordinamento nella gestione e i piccoli comuni non hanno mezzi  e capacità per prenderli in gestione».

VENEZIA. Beni confiscati alle mafie, in Veneto solo una piccola parte viene assegnata. Manca un coordinamento nella gestione degli stessi e non ci sono fondi per poterli rendere utilizzabili. Lo denuncia l’onorevole Dem Nicola Pellicani, componente della Commissione Antimafia, che ha reso pubblico l’elenco dei beni sequestrati alle organizzazioni criminali dagli anni Ottanta ad oggi. Se guardiamo i dati emerge che le mafie hanno reinvestito i soldi sporchi soprattutto in appartamenti e in garage. Ma ci sono anche alberghi, auto e terreni.

Nicola Pellicani

«È necessario un maggiore investimento nella gestione e nella valorizzazione dei beni. I Comuni, in particolare i piccoli Comuni dovrebbero essere supportati nell’azione di riutilizzo dei beni, sia sotto il profilo economico-finanziario, sia sotto l’aspetto manageriale. In tal senso i fondi del Pnrr possono rappresentare una formidabile opportunità - spiega Nicola Pellicani -. Già in occasione del decreto Rilancio del 2020 avevo presentato un emendamento per estendere ai beni confiscati alla criminalità organizzata i benefici previsti dal Superbonus al 110%, sul quale si registrò scarsa attenzione da parte del Mef».

I dati dicono che in Veneto su 460 beni confiscati alle mafie solo 92 sono stati assegnati alle comunità per farne un uso sociale. Come dire un bene su cinque. Gli altri restano lì a perdere di valore. I dati resi pubblici da Pellicani sono quelli dell'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (Anbsc). Fra i beni destinati in Veneto, 56 sono stati affidati ai Comuni, cinque a Ministeri, tre alla Polizia, due ai Carabinieri, tre alla Guardia di Finanza e 23 ad amministrazioni statali.

La provincia con il maggior numero di beni sequestrati è Vicenza (129), seguita da Venezia (128), Verona (90), Padova (78), Treviso (17), Belluno (10) e Rovigo (8). Il patrimonio immobiliare confiscato è composto soprattutto da appartamenti in condomini (156) e da box auto (122). Ma ci sono anche ville (4), terreni agricoli (33), terreni edificabili (4), fabbricati industriali (5) e un albergo, tutti beni dall'elevato valore economico.

Se si entra nello specifico naturalmente si parte dalla villa a Campolongo Maggiore, con piscina e campo da tennis, di Felice Maniero. Restando nel veneziano e spostandoci a Mestre troviamo gli immobili sequestrati all’imprenditore cinese Luca Keke Pan.

La demolizione dell'Hotel San Martino sul Nevegal

Nel Bellunese era stato confiscato sul Nevegal l'hotel San Martino di proprietà di Enrico Nicoletti, "il Secco", cassiere della Banda della Magliana. È stato abbattuto perché costruito abusivamente.

Nel Padovano, molti appartamenti, fabbricati e magazzini, sono stati confiscati a Fabrizio Perrozzi, condannato dal Tribunale di Padova per un'evasione fiscale miliardaria.

Nel Rodigino la confisca più importante è villa Crocco Valente a Badia Polesine.

Nel Trevigiano, invece, i sequestri più rilevanti riguardano i beni mobili (una Ferrari) e immobili della famiglia sinti Hudorovich.

In provincia di Verona è Erbè il comune in cui si registrano le confische più significative: a Roberto Patuzzo, trafficante di droga affiliato alla 'ndrangheta agli inizi degli anni Novanta, furono confiscate la villa (poi sede dell'Ulss 9 Scaligera per ragazzi con problemi psichici) e un terreno che è diventato la base scout Tartaro-Tione 1. Nel Vicentino, le confische con il più alto valore economico sono quelle effettuate nei confronti di Antonio Serino, pregiudicato napoletano residente a Bassano del Grappa, con condanne per ricettazione e tentata estorsione, per un valore complessivo di un milione di euro.

«Purtroppo, le questioni legate al possibile impiego dei beni confiscati sono tante, non ultimi i problemi burocratici e uno scarso coordinamento con l'Anbsc - conclude Pellicani -, oltre all'impossibilità di utilizzare alcuni beni per le sue specifiche caratteristiche. Spesso il quadro è molto confuso, ed è capitato che ci siano sindaci che non sapevano neppure di avere nel proprio territorio beni confiscati».

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