Cambiamento climatico, l'inchiesta: il Veneto è indietro su molti fronti

Competenze sparse tra quattro assessorati regionali senza una vera cabina di regia, progetti scollacciati, nessuna legge ad hoc e dotazioni finanziarie ridotte. Eppure, i progetti importanti ci sono e noi ve li raccontiamo. Veneto regione hotspot, ecco cosa significa. Il ruolo del mondo economico e di quello accademico. Con un video-contributo dello scrittore Matteo Righetto. Tutte le prossime puntate

Partiamo dal titolo, in un eccesso di (necessaria) sintesi: sul cambiamento climatico, il Veneto è indietro. Tutt’intorno stanno accadendo cose. E noi? Noi siamo lenti, ma soprattutto scompaginati. L’elemento che sottolineano praticamente tutti è l’assenza di una cabina di regia. La sfida è davvero complicata. Innanzitutto, bisogna crederci.

La Regione, che dovrebbe e potrebbe essere il motore del cambiamento, e che in molti altri campi ha saputo dettare la linea anche ad altri territori, su questo fronte pare abbia ancora tanta strada da fare. Non c’è una legge sull’adattamento climatico, non c’è un assessorato dedicato alla transizione ecologica. Lombardia ed Emilia Romagna sono parecchio avanti, il Friuli Venezia Giulia si sta muovendo. Del resto, il cambiamento climatico è probabilmente la partita più importante dei prossimi dieci o quindici anni. Ce la giochiamo in conto alle nuove generazioni, ben consapevoli degli errori che hanno fatto molti tra coloro che li hanno preceduti.

La generazione dei boomer, in buona sostanza.

“La Regione in ritardo? E’ il mondo intero, a essere in ritardo” chiosa un assessore. E ha perfettamente ragione. Ma noi vogliamo – con questa inchiesta – guardare al Veneto, e fare la nostra parte, con occhio critico e uno spirito autenticamente propositivo, senza fare sconti.

La materia è complessa e articolata: per questo servono accordi di filiera. In Veneto abbiamo progetti molto interessanti, ma la visione d’insieme chi ce l’ha? Da questa legislatura, la seconda a guida Zaia, l’assessorato di Gianpaolo Bottacin ha integrato una generica competenza sul clima, che si va ad aggiungere a quelle su ambiente, protezione civile e dissesto idrogeologico.

Dunque, è lui il “dominus” del climate change?

Non proprio. Le competenze sono diffuse, la materia troppo ampia. Ecco allora che abbiamo almeno tre altri assessori toccati dai processi di mitigazione e adattamento: Marcato all’energia, Caner all’agricoltura, Corrazzari alla pianificazione territoriale. Altre Regioni hanno creato un assessorato ala transizione energetica, cercando di fare confluire tutto lì. Il Veneto, data la situazione, dovrebbe perlomeno pensare a una sorta di Comitato interassessorile, una squadra composita che si occupi di queste tematiche.

Questo sfarinamento produce inevitabilmente l’assenza di una visione complessiva, favorendo al tempo stesso la settorializzazione. Tradotto: ognuno avanti in ordine sparso. 

Sentite cosa dice Luigi Lazzaro, presidente di Legambiente Veneto

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Ovviamente, la Regione rivendica il suo ruolo, nella complessità di gestire i piani di mitigazione e adattamento. L’assessore Bottacin, che è il principale decisore e appaltatore dei lavori in questo settore, spiega a Ugo Dinello: “Anche noi stiamo, come tutto il mondo, agendo su due fronti: adattamento e mitigazione. In un caso si cercano di eliminare o limitare le cause che possono portare pericoli; dall’altra parte, combattere la crescita delle temperature è difficile e bisogna fare fronte agli eventi con azione di mitigazione. I nostri punti di riferimento sono tre: 1) il Piano aria, per le emissioni climalteranti e nocive; 2) il “Piano Ruol” (dal nome del professor Piero Ruol, docente “Idraulica costiera e marittima” e “Dinamica costiera e protezione del litorale”) per la difesa della costa; 3) il piano D’Alpaos per la difesa dei fiumi, dal nome dell’ingegnere idraulico Luigi D’Alpaos, professore emerito all’Università di Padova e principale estensore del Piano.

Luca Marchesi, funzionario a capo dell'Area tutela e sviluppo del territorio della Regione, ragiona nel video qui sotto a tutto campo, dalla condizione di "area hotspot" all'assenza di una efficace cabina di regia: osservazione che il super tecnico già alla guida di Arpa Veneto, smentisce.

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Marchesi parla nel video di finanziamenti europei. Lo scorso 12 ottobre 2021 la giunta regionale del Veneto ha varato il suo piano per attingere ai fondi FESR 2021-2027. La programmazione europea segue infatti un andamento settennale. I fondi a disposizione nell’ambito “Promuovere l’adattamento ai cambiamenti climatici, la prevenzione dei rischi di catastrofe e la resilienza” sono 95 milioni di euro. Non molti, per un arco temporale così ampio e con un range di interventi così impegnativo. “Verso il Veneto del 2030” è un articolato programma di oltre 200 pagine che riassume gli interventi per la mitigazione del rischio idraulico e idrogeologico, soprattutto in funzione dei compiti di protezione civile. Qui sotto trovate un abstract.

Marchesi parla nella sua video intervista anche di Veneto Adapt e di Adriaclim, vediamo allora di cosa si tratta.

“Il Progetto LIFE Veneto ADAPT, realizzato con il contributo dello strumento finanziario LIFE dell’Unione Europea, intende sviluppare una metodologia e strumenti operativi per l’adattamento ai cambiamenti climatici replicabili per un’Europa più̀ resiliente, ottimizzando e rendendo più̀ efficace la capacità di risposta a livello regionale all’impatto ai cambiamenti climatici” si legge nella presentazione del portale che trovate qui.

Avviato a luglio 2017, il progetto si è chiuso a marzo 2021 ed è stato presentato a novembre: il capofila è il Comune di Padova che ha avuto come partner Coordinamento Agende 21 Locali Italiane, Città metropolitana di Venezia, Università IUAV di Venezia, SOGESCA Srl, Comune di Treviso, Unione dei Comuni Medio Brenta e Comune di Vicenza. Qui sotto, il documento di riferimento.

«Per ogni territorio abbiamo analizzato i possibili rischi ambientali – come isole di calore, assetto idrogeologico e avvenimenti atmosferici estremi –, programmando una serie di progetti da realizzare entro i prossimi dieci anni» spiega Daniela Luise, project manager dello studio.

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E poi c’è AdriaClim un progetto italo-croato con cappello europeo su cui gli esperti stanno lavorando da un anno e mezzo e che tra 13 mesi spiegherà come pubblico e privato dovranno fare fronte ai cambiamenti di comportamento a cui i fattori climatici ci costringeranno nei prossimi anni e che cambieranno anche le nostre coste.

Tre le azioni del progetto AdriaClim: la più importante è stilare il Piano di adattamento ai cambiamenti climatici. Poi si dovranno mettere in rete i progetti e le iniziative partendo appunto dall’aumento delle temperature e dalla variabilità delle precipitazioni. Infine, mettere a sistema il quadro conoscitivo come l’incremento delle maree estreme e soprattutto la definizione di un “indice di rischio”, che viene dato dal prodotto tra il livello di vulnerabilità del territorio con il livello di esposizione di quello stesso territorio al fenomeno estremo.

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A Venezia presso l’Università Iuav di Venezia è poi attivo da un decennio il Planning and Climate Change Lab, un laboratorio di ricerca sperimentale diretto dal prof. Francesco Musco, rafforzato di recente da una partnership con Fondazione Eni Enrico Mattei (FEEM), che lavora alla definizione di metodologie di adattamento attraverso la Pianificazione urbanistica ed ambientale.

“In realtà negli ultimi anni abbiamo coordinato molte sperimentazioni anche in Veneto e in generale in tutto il Nord Est” – spiega Musco – “da cui potere partire come prima base di lavoro per un Piano di Adattamento del Veneto. Il tema di fondo e fare transitare nella pianificazione urbanistica, ambientale e settoriale le misure di adattamento che sono state elaborate in numerosi piani locali di natura volontaria e soprattutto grazie agli esiti di progetti di ricerca europei”

C’è poi un altro importante progetto ed è VeniSIA, un acceleratore di innovazione sostenibile con sede a Venezia e dedicato allo sviluppo di idee di business e soluzioni tecnologiche per l'economia circolare e il cambiamento climatico.
VeniSIA, voluta da Università Ca' Foscari Venezia e Strategy Innovation srl,  attrae istituzioni, aziende e singoli individui che condividono la credenza che questo sia il contesto perfetto per fornire idee e soluzioni per le sfide di sviluppo sostenibile valide nell’ecosistema ambientale fragile e unico di Venezia, ma allo stesso tempo scalabili, a vantaggio dell’intero pianeta. L'obiettivo finale di VeniSIA non è fare un acceleratore a Venezia, ma fare di Venezia un acceleratore, recita il claim ufficiale del progetto, che trovate a questo indirizzo.

La missione di VeniSIA è quella di supportare le aziende nell'utilizzo del Deep Tech come nuovo approccio ai problemi per trovare soluzioni alle più grandi sfide di sostenibilità del mondo, con l'obiettivo di identificare, scalare e commercializzare soluzioni tecnologiche di sostenibilità d'impatto. Venezia diventerà così la prima città al 100% sostenibile.

Ecco cosa ci ha detto il professor Carlo Bagnoli, che del progetto è direttore scientifico.

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VeniSIA ha il suo quartier generale nel centro storico di Venezia, a Ca' Dolfin a Dorsoduro, ma punta ad essere un acceleratore con molteplici sedi dislocate all'interno dell'intera città. L'ecosistema del progetto sarà quindi costituito dall'ecosistema accademico (Università Ca' Foscari di Venezia, centri di ricerca sulla sostenibilità, ecosistema di Strategy Innovation), dall'ecosistema istituzionale (UE, Governo italiano, Regione del Veneto, Comune di Venezia) e dall'ecosistema di innovazione (network di accelerazione). Qui sotto trovate il prospetto di VeniSIA, in lingua inglese

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COSA FANNO GLI ALTRI

Dicevamo degli altri. Ecco cosa stanno facendo, poi torniamo alle faccende di casa nostra.

La Lombardia ha elaborato un Piano di adattamento ai cambiamenti climatici (PACC) nel 2012, vale a dire quasi dieci anni fa. Negli anni successivi è stata fatta l’analisi delle vulnerabilità negli otto settori chiave e nel 2015 è stato elaborato un "Documento di Azione Regionale sull'Adattamento al Cambiamento Climatico" che ha comunque definito 30 misure per gli ambiti prioritari individuati della Salute umana e qualità dell'aria, difesa del suolo e del territorio, gestione e qualità delle acque, agricoltura e biodiversità, turismo e sport. IL documento è di oltre 200 pagine e se vi interessa potete leggerlo o scaricarlo qui mentre qui sotto trovate il cosiddetto rapporto di sintesi

L’Alto Adige ha varato un “Piano Clima Energia 2050” che comprende 100 misure suddivise in sei macroaree, aggiornato nell’agosto scorso redatto con l’aiuto dell’Agenzia provinciale per la protezione dell’ambiente (Appa, l’equivalente autonomistico delle Arpa regionali) e che potete leggere qui sotto.

Il Trentino ha istituito ancora nel 2010 un Osservatorio sul clima con queste sette strutture:

  • Dipartimento Protezione civile
  • Fondazione Edmund Mach
  • Agenzia provinciale per la protezione dell’ambiente
  • Università degli studi di Trento (DICAM)
  • Museo delle Scienze (MUSE)
  • Fondazione Bruno Kessler
  • Comitato glaciologico trentino della SAT

Dal 2013 esiste un “Fondo per la promozione dello sviluppo sostenibile e per la lotta ai cambiamenti climatici” mentre risale al 2008 questo robusto report previsionale sul climate change.

In Friuli Venezia Giulia, l’assessore all’ambiente ed energia Fabio Scoccimarro ha annunciato a novembre quanto segue: "La Cabina di regia della governance per la strategia regionale per lo sviluppo sostenibile del Friuli Venezia Giulia, riconoscendo la forte correlazione esistente tra le azioni per lo sviluppo sostenibile e le azioni necessarie per affrontare le sfide del cambiamento climatico, ha deciso la costituzione di un Comitato regionale clima Fvg".

Il Comitato sarà costituito con decreto del Direttore centrale difesa dell'ambiente, energia e sviluppo sostenibile e sarà coordinato dall'ARPA FVG, “integrato da rappresentanti della Direzione centrale difesa dell'ambiente, energia e sviluppo sostenibile, e avrà funzioni di confronto scientifico sui temi del cambiamento climatico”.

Ancora nel 2018, Arpa FVG aveva pubblicato uno studio sui cambiamenti climatici e l’analisi dei loro impatti, eccolo qui

Scoccimarro ha detto che la Regione intende raggiungere gli obiettivi del Green Deal europeo con almeno cinque anni di anticipo sul 2050, ma su questo le opposizioni hanno più che qualche dubbio: secondo il Pd, dalla giunta Fedriga sono sinora arrivati solo spot sul clima: “Tre anni fa veniva annunciata una fantomatica task force sui cambiamenti climatici, poi le auto-candidature a Regione pilota sul Green Deal europeo, ora il comitato regionale clima Fvg. Periodicamente la Giunta Fedriga cerca di inventare qualcosa di nuovo, peccato rimanga ferma ai proclami" ha chiosato il consigliere regionale Nicola Conficoni.

In realtà, a inizio dicembre 2021 la Giunta Regionale FVG ha avviato la revisione del PGT Regionale (Piano di Governo del Territorio), usando gli strumenti di legge per gestire le strategie di adattamento. Sono state incaricate nella revisione del PGT le università di Trieste ed Udine, ma la parte relativa all’adattamento climatico e alla transizione ecologica del territorio è gestita da Iuav. “E' un lavoro importante – chiarisce il professor Francesco Musco – che vedrà le università coinvolte per i prossimi due anni”.

La Regione Emilia Romagna, con la nuova legislatura iniziata in pieno lockdown nel febbraio del 2020, ha assegnato la delega alla transizione ecologica alla vicepresidentessa Elly Schlein. Ci sono ovviamente una serie di competenze assegnate ai singoli assessorati: quello all’ambiente, retto da Irene Priolo, gestisce rifiuti, aria, acqua e difesa del suolo. La Regione ha siglato il Patto per il Lavoro e per il Clima, un documento che guarda al 2030 e va oltre la cornice europea, ma soprattutto prevede una cabina di regia – in capo al governatore Bonaccini insieme agli assessori Schlein e Colla – che riunisce attorno a sé tutti i principali attori istituzionali, economici, sindacali, accademici.

Questi sotto sono i soggetti firmatari.

“I sottoscrittori del patto – spiega Priolo – si sono riuniti in modo preliminare quattro volte prima della firma, che è avvenuta a dicembre del 2020. Dopo quella data si sono riuniti formalmente nove volte, convocati dalla presidenza. Io per l'adozione del piano rifiuti li ho coinvolti in sei incontri preliminari. Il metodo, insomma, è diventato sostanza”.

Ecco il Patto per il Lavoro e il Clima

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IL QUADRO METEO: VENETO HOTSPOT

Da dove partiamo? Da un territorio, quello regionale, che soffrirà più di altri l’innalzamento delle temperature e i fenomeni estremi. Abbiamo mari e monti, a una distanza ravvicinata. E siamo in piena Pianura Padana, un territorio che, insieme alle Alpi, è un hotspot del clima mondiale. Se in media la temperatura terrestre nell’ultimo secolo è cresciuta di un grado, a questa latitudine sfiora i 2,5° centigradi, con gravi ripercussioni sulla salute delle persone, sulle acque e sulle rese agricole.

«Ancora oggi – sostiene un report di Italia Nostra - il 40% della superficie e il 32% della popolazione del distretto è a rischio alluvioni; l’abbassamento della quota di fondo, determinato dai prelievi di inerti, modifica profondamente l’assetto morfologico della golena del fiume; la sostituzione di colture invernali (come il grano) con altre estive (come il mais) ha fatto aumentare il consumo di acqua; il progressivo declino della popolazione bovina a favore di quella suina ha determinato la concentrazione di nitrati nelle acque; infine delle 31.723.100 tonnellate di consumi di carburante in Italia (dati del 2017 relativi al consumo globale di gpl, gasolio, benzina) l’area padana ne assorbe il 42 percento».

Guardate queste mappe, fonte Ispra.

Mostrano nell’ordine l’indice di siccità, quello di umidità (qualche perplessità sul dato dell’Emilia Romagna costiera ce l’abbiamo) e le temperature medie del 2020, dove si salva in parte la pedemontana con le Terre alte di Belluno.

Gli esperti di Arpav, l’agenzia di Protezione ambientale della Regione Veneto, non hanno dubbi su quello che ci aspetta. Sentite cosa dice Fabio Zecchini (Ufficio Dati e Clima) a Ugo Dinello:

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Dunque, faremo sempre più i conti con piogge torrenziali e prolungate fasi di siccità. E il fatto di essere un hotspot significa che gli eventi estremi avverranno con maggiore intensità che altrove. I gas serra non riscaldano e basta: radicalizzano il clima, aumentando anche le gelate.

Zecchini parla dell’ultimo rapporto IPCC: è un documento fondamentale, la vera bussola per capire quanto la questione sia seria.

Cosa è IPCC e perché ci fa temere per il nostro futuro

L'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), istituito nel 1988 da due organismi delle Nazioni Unite, l'Organizzazione Meteorologica mondiale (WMO) ed il Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente (UNEP) allo scopo di studiare il riscaldamento globale, nel suo primo report, nel 1990, evidenziò il rischio di un riscaldamento globale con effetti sul clima a causa dell'aumento delle emissioni antropogeniche di gas serra, causato principalmente dall'uso di combustibile fossile.

Da questo presupposto, ecco la necessità di ridurre le emissioni antropogeniche di gas serra, soprattutto per i paesi più industrializzati. Il nuovo report pubblicato il 9 agosto del 2021 ci dice che il cambiamento climatico, più che una minaccia a venire, è già in atto e sta rapidamente peggiorando: più rapidamente rispetto alle previsioni su uno scenario ipotizzato nel 2050, e che invece si verificherà prima.

Ce lo ricorda, inascoltato sino all’altro ieri, anche il presidente della Società Meteorologica Italiana Luca Mercalli, in questo video

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Secondo la mappa delle zone a rischio, a causa dei cambiamenti climatici causati dall’uomo il livello del mare crescerà tra i 60 e i 110 centimetri a fine secolo, se il riscaldamento sarà superiore a 2 gradi. Gli eventi estremi marittimi che oggi avvengono una volta al secolo avverranno ogni anno e i danni aumenteranno da 100 a 1.000 volte.

La zona di gran lunga più interessata è l’Alto Adriatico, da Monfalcone a Cesenatico. Salve alcune zone costiere (da Bellaria e Cesenatico fino a Lido di Savio, da Marina di Ravenna a Marina Romea, da Lido di Spina Lido delle Nazioni, Albarella, Chioggia, i lidi Venezia e Jesolo, Caorle, Bibione e Lignano), il problema è per le aree interne dietro la costa, anche per decine di chilometri. In caso di forti maree e tempeste (l’acqua potrebbe circondare Ravenna (inondando Classe e la zona industriale), raggiungere Comacchio, Longastrino, Ostellato, arrivare alle porte di Argenta, Portomaggiore, Tresigallo e Copparo, coprire l’intero Delta del Po. E poi, più su arrivare fino a Cavarzere, Piove di Sacco, Marghera, parte di Mestre e di Venezia, Altino, San Stino di Livenza, sfiorare San Donà del Piave fino alle aree costiere di Tagliamento e lsonzo.

Secondo un ampio studio dell'organizzazione non profit americana Climate Central che con tre anni di lavoro di ricerca usando accorgimenti d'avanguardia quali il machine learning ha ridisegnato radicalmente la mappa dell'impatto dell'effetto serra sull'innalzamento degli oceani e delle acque, la popolazione globale a grave rischio di finire in permanenza sotto l'alta marea è infatti tripla rispetto alle stime finora esistenti, 150 milioni di persone entro il 2050, poco più di quarto di secolo da oggi, e sale 190 milioni entro fine secolo.

[VIDEO] Merola: il cambiamento climatico impatterà moltissimo anche sul Veneto

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In occasione di Cop26, un gruppo di docenti universitari ha diffuso un documento sotto forma di appello urgente “per salvare Venezia dall’innalzamento del mare”. Ce ne occuperemo più diffusamente nel corso di questa nostra inchiesta. Basti dire per ora che lo scenario intermedio del rapporto IPCC — ritenuto il più probabile —relativo a un aumento medio della temperatura di 2,1-3,5 gradi, l’innalzamento del livello medio del mare risulterebbe essere di 44- 76 centimetri, che, nel caso di Venezia, sarà aggravato dall’inevitabile subsidenza naturale (stimata in circa 2 mm all’anno) della piattaforma geologica su cui si fonda Venezia. E questo significherebbe aprire e chiudere il Mose qualcosa come 260 volte all’anno.

"Salso”. Conoscete questa parola?

“La risalita capillare dell’umidità, intimamente influenzata dalla progressiva crescita dei livelli marini – spiega Mario Piana - rappresenta indubbiamente la principale causa di degrado che colpisce l’intero patrimonio edilizio veneziano, composto da circa 15 mila edifici. L’acqua salmastra che impregna gli strati di terreno nei quali sono immerse le fondazioni degli edifici risale lungo gli spiccati murari delle fabbriche, raggiungendo oramai quote di parecchi metri”.

L’acqua, ma anche la terra. In passato, siamo stati i campioni in una specialità tutt’altro che olimpica: il consumo di suolo. Questo, di certo, non ci aiuta nel tentativo di porre rimedio agli errori commessi.

“L'area centrale della Regione del Veneto – si legge in un report di Veneto Adapt - ha affrontato numerosi eventi catastrofici legati al clima negli ultimi anni, in particolare le inondazioni. Le aree più colpite erano inizialmente le province di Verona, Vicenza e Padova. Quindi la situazione divenne critica in tutta la regione anche nei territori delle province di Verona, Vicenza, Padova, Treviso e Belluno. Gli impatti del cambiamento climatico a cui sono esposte le comunità rappresentano un avvertimento per riconsiderare il cambiamento climatico nelle strategie di azione al fine di mitigarne le conseguenze negative”.

E poi c’è lo smog. L’Unione Europea ha messo da anni l’Italia nel mirino, accusando il nostro Paese di avere fatto poco o niente rispetto alla riduzione delle emissioni. Siamo fuorilegge. L'Italia ha all'attivo tre procedure di infrazione con la Commissione europea per le elevate concentrazioni degli inquinanti atmosferici.

Il nostro paese è già stato condannato il 10 novembre scorso per il superamento continuativo dei limiti di PM10 dal 2008 al 2017. La Commissione Europea chiederà alla Corte di giustizia Europea di definire a breve l'ammontare della sanzione, stimata da 1,5 a 2,3 miliardi di euro. A questa, potrebbero aggiungersi le multe per le altre due procedure di infrazione in corso, per gli inquinanti PM2,5 e NO2: le sentenze sono attese nei prossimi mesi. La parte pecuniaria a carico del Veneto potrebbe aggirarsi tra i 300 e i 500 milioni di euro, ma non siamo la pecora nera.

Dati Ispra, le emissioni di monossido di carbonio per regione

“Fra le regioni della Pianura Padana – spiega il dossier Mal’Aria di Legambiente - la Lombardia è quella che ha fatto meno per attuare le misure antismog concordate col governo: solo il 15% delle azioni sono state completate. Seguono la Regione Piemonte (solo il 25% delle promesse mantenute), e il Veneto e l'Emilia Romagna, con neanche il 40% dei compiti espletati. Ma anche lo Stato è inadempiente: ha completato solo il 15% delle misure”.

Le nostre città sono drammaticamente in vetta alle classifiche nazionali. A Torino spetta la maglia nera con 98 giorni di sforamenti registrati nella centralina Grassi, seguita da Venezia (via Tagliamento) con 88, Padova (Arcella) 84, Rovigo (Largo Martiri) 83 e Treviso (via Lancieri) 80. Al sesto posto in classifica si trova Milano[1] (Marche) 79, seguita da Avellino (scuola Alighieri) e Cremona (Via Fatebenefratelli) con 78 giorni di sforamento, Frosinone (scalo) 77, Modena (Giardini) e Vicenza (San Felice) che con 75 giorni di superamento dei limiti chiudono le 10 peggiori città.

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Gli ambientalisti, certo. “Quelli lì”. Sono anni che lo dicono, inascoltati. La dicotomia economia-ambiente è ancora valida, al giorno d’oggi? E’ un binomio contrapposto?

Ha senso chiederlo direttamente al presidente di Confindustria Veneto, Enrico Carraro. Il quale apre la porta al New deal, sapendo che le aziende venete devono dimostrare con i fatti, e non con strategie di greenwashing, di essere davvero pronte ad affrontare il tema della sostenibilità come nuovo paradigma produttivo, e non solo in chiave di potenziale business. 

[[ge:gelocal:mattino-padova:regione:1.41069954:Video:https://video.mattinopadova.gelocal.it/dossier/cambiamento-climatico-veneto/cambiamento-climatico-in-veneto-carraro-l-economia-sta-cambiando/154595/155275]]

La mappa del rischio climatico realizzata dall’osservatorio CittàClima di Legambiente aiuta a comprendere quanto sta avvenendo nel territorio italiano, perché raccoglie e elabora informazioni sugli impatti degli eventi climatici nei confronti di aree urbane, infrastrutture, beni storici.

La mappa – che trovate qui – prende in considerazione gli episodi avvenuti dal 2010 che hanno provocati danni, per cominciare a creare una prima carta della geografia del rischio del nostro Paese. Obiettivo della mappa è di capire dove e come i fenomeni si ripetono con maggiore frequenza e analizzare gli impatti provocati – andando anche a verificare le differenze con il passato -, in modo da evidenziare, laddove possibile, il rapporto tra accelerazione dei processi climatici e problematiche legate a fattori insediativi o infrastrutturali nel territorio italiano.

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RISCHIO ITALIA

Cinque dossier: città, dissesto idrogeologico, risorse idriche, agricoltura, incendi

La Fondazione CMCC Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici è un ente di ricerca no-profit la cui mission è realizzare studi e modelli del sistema climatico e delle sue interazioni con la società e con l’ambiente, per garantire risultati affidabili, tempestivi e rigorosi al fine di stimolare una crescita sostenibile, proteggere l’ambiente e sviluppare, nel contesto dei cambiamenti climatici, politiche di adattamento e mitigazione fondate su conoscenze scientifiche. Vediamoli uno per uno

Il rischio in città

Il rischio idrogeologico

Il rischio per le risorse idriche

Il rischio incendi

Nel settembre 2020 la Fondazione CMCC ha emesso il suo report sull’analisi del rischio per l’Italia, lo potete scaricare o leggere integralmente qui sotto. Il rapporto individua questi aspetti nodali

Temperatura in aumento. I diversi modelli climatici sono concordi nel valutare un aumento della temperatura fino a 2°C nel periodo 2021-2050 (rispetto a 1981-2010). Variazioni maggiori in zona alpina e stagione estiva sono attese nello scenario con cambiamenti climatici più intensi, per il quale l’innalzamento della temperatura può raggiungere i 5°C a fine secolo.

Più giorni caldi e secchi. Sia per lo scenario ad emissioni contenute che per quello ad emissioni elevate emerge un consistente aumento di giorni con temperatura minima superiore a 20°C in estate e, nella stessa stagione, un aumento della durata dei periodi senza pioggia. Un mare di beni e servizi. Le conseguenze indotte dai cambiamenti climatici potranno avere un impatto su “beni e servizi ecosistemici” costieri che sostengono sistemi socioeconomici attraverso la fornitura di cibo e servizi di regolazione del clima (quali assorbimento/rilascio e redistribuzione del calore e dei gas atmosferici, sequestro e rilascio di CO2 in atmosfera).

Come cambia il mare. I cambiamenti climatici stanno interessando in modo crescente l’ambiente marino (costiero e mare aperto) determinando un aumento delle temperature superficiali e del livello del mare, dell’acidificazione delle acque marine e dell’erosione costiera. Tali cambiamenti necessitano di una particolare attenzione data l’importanza strategica, ambientale, economica e sociale delle nostre coste.

Meno piogge ma più intense. Tra i principali risultati evidenziati dalle analisi degli scenari climatici vi è una diminuzione delle precipitazioni nel periodo estivo (più lieve in primavera) per il Sud e per il Centro Italia, aumentano le precipitazioni nel periodo invernale nel Nord Italia. Associato a questi segnali vi è un aumento sul territorio della massima precipitazione giornaliera per la stagione estiva ed autunnale, più marcata per lo scenario ad elevate emissioni di gas serra.

Il valore aggiunto della ricerca avanzata. I modelli climatici ad alta risoluzione risultano particolarmente importanti per comprendere l’evoluzione attesa (in termini di variazione in frequenza ed intensità) per alcuni impatti, quali ad esempio alluvioni, frane meteo-indotte, siccità e ondate di calore, ma anche per fornire indicazioni utili a studi e pianificazione di adattamento a diverse scale, da quella nazionale a quella locale.

La presentazione dello studio della Fondazione Cmcc

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LE LEGGI E IL CONTESTO

La legge europea sul clima, quella che ha come obiettivo primario il raggiungimento della cosiddetta neutralità entro il 2050 (obbligo teoricamente vinvolante per gli stati membri) è stata approvata nel giugno del 2021 e prevede amche di ridurre del 55 percento l’emissione di gas serra entro il 2030, avendo come parametro di riferimento i dati del 1990. Il provvedimento è passato con 442 voti favorevoli, 203 contrari e 51 astensioni.

Cambiare bisogna

L’88% degli italiani ritiene che il contrasto dei cambiamenti climatici e delle loro conseguenze sia la sfida principale del XXI secolo , i punti percentuali in più rispetto alla media dell’Ue (81%) sono sette. Gli italiani, infatti, percepiscono l’impatto dei cambiamenti climatici sulla propria vita quotidiana in misura maggiore rispetto ad altri cittadini europei (91% contro 77%). E' quanto emerge dalla prima pubblicazione dell’Indagine della Bei sul clima per la stagione 2021-2022 che esamina le opinioni dei cittadini sui cambiamenti climatici.

Stando allo studio, gli italiani sono scettici riguardo alla capacità del loro governo di contrastare i cambiamenti climatici.

L’86 per cento degli italiani ritiene di essere più preoccupato dell’emergenza climatica di quanto non lo sia il governo. Si tratta di un dato superiore alla media europea (75%) di 11 punti percentuali; se si considerano poi le persone politicamente orientate a sinistra, la percentuale sale di sei punti raggiungendo il 92%. Se il 51% dei cittadini europei ritiene che il governo del proprio paese non si adoperi a sufficienza per indurre cittadini e imprese a modificare i loro comportamenti, nel caso degli italiani la percentuale sale al 57%. Pertanto, solo una minoranza (45%) ritiene che l’Italia riuscirà a ridurre drasticamente le proprie emissioni di carbonio entro il 2050, rispettando così gli impegni dell’Accordo di Parigi.

Guarda la scheda sull’Accordo di Parigi

Altri link utili

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LA NOSTRA INCHIESTA

Dopo questa nostra prima puntata d’inquadramento generale, procederemo per gradi, affrontando una serie di temi che abbiamo individuato insieme a molti esperti di settore e che vi presentiamo qui come schema di lavoro che potrebbe anche cambiare.

  • L’erosione costiera e la grande paura lungo il litorale veneto
  • Le città resilienti. Mobilità, infrastrutture, verde urbano: come cambiare
  • Long Vaia. Cosa ci ha insegnato l’evento più estremo degli ultimi anni
  • Aqua granda: come Venezia e la gronda lagunare possono sfuggire al loro destino
  • La nuova irrigazione stretta tra gelate, siccità e grandine deve riconvertirsi, ecco come
  • I ghiacciai si sciolgono, e allora? Guida alla comprensione di un fenomeno e delle sue ricadute
  • Toh, un lupo sotto casa. Come cambia la fauna selvatica e il rapporto con l’uomo
  • Addio Delta del Po? La sommergibilità del parco regionale
  • Cementificatori si diventa: il consumo del suolo e le sue conseguenze non dette
  • La forza dell’acqua: come governare il dissesto idrogeologico
  • Green economy le professioni del futuro, i distretti produttivi, il rischio green washing

SECONDA PUNTATA: L'EROSIONE DELLE COSTE, di Ugo Dinello

L’innalzamento del mare non è il problema più grande di un territorio strettamente connesso all’Adriatico. Anzi, la prima questione sarà fare defluire la grande quantità di pioggia che cadrà in tempi più concentrati. Poi bisognerà capire come fare raffreddare le aree abitate sempre più calde. I responsabili spiegano cosa si sta facendo e perché. E poi ci sono l'antropizzazione e l'innalzamento del livello del mare.

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In questo nostro viaggio ci accompagnerà Matteo Righetto, scrittore veneto tra i più noti, da sempre molto sensibile alle tematiche legate al rapporto tra uomo e natura. 

[[ge:gelocal:mattino-padova:regione:1.41069961:Video:https://video.mattinopadova.gelocal.it/dossier/cambiamento-climatico-veneto/cambiamento-climatico-in-veneto-la-nostra-inchiesta-con-matteo-righetto/154726/155407]]

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PER CONCLUDERE

  • Scrivete nello spazio commenti qualsiasi osservazione, correggeremo gli eventuali errori e ne daremo conto qui, in calce all’articolo, per trasparenza verso voi lettori
  • Seguite le prossime puntate della nostra inchiesta, se credete nel valore dell’informazione potete abbonarvi per vedere anche i contenuti a pagamento, riservati appunto alla nostra community:

Mattino di Padova

Tribuna Treviso

la Nuova di Venezia e Mestre

Corriere delle Alpi

  • A questo link trovate il dossier video con tutti i materiali collegati
  • Se volete scrivere direttamente all’autore dell’articolo fatelo qui

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