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Quei muri anti-migranti che l’Europa non abbatte

Nessuna barriera ha retto al corso della storia.L’idea serve a lisciare l’opinione pubblica

Padre Dante in formato Ue: “Ahi serva Europa di dolore ostello / nave senza nocchiero in gran tempesta”. L’ennesimo stallo di Bruxelles sull’immigrazione mette a nudo il degrado di una casa comune incapace di darsi regole condivise sulle questioni cruciali che la riguardano (sommandosi a salute, fisco, difesa…): ridotta ormai a un’assemblea di rissosi condòmini, ciascuno schierato a miope difesa del proprio cortile.

Senza rendersi conto che fuori sta cambiando il mondo: i soli profughi, quelli messi in moto da guerre e carestie, superano oggi gli 80 milioni. E quando la scelta è tra rischio di morire scappando da casa, e certezza rimanendovi, non esiste alternativa. Né muro per quanto blindato che possa fermarli, come vorrebbero 12 dei 27 Paesi dell’Unione. E come dimostra con brutale evidenza la storia, antica e recente.

Pochi esempi bastano a certificarlo. La Grande Muraglia cinese non solo non resse alla conquista mongola, contro la quale era stata eretta; oggi è un moncherino non in grado nemmeno di far fronte agli assalti di orde di turisti. Sono bastate poche ore, il 6 giugno 1944, per far crollare il Vallo Atlantico anti-invasione alleata, dichiarato invalicabile da Hitler e Goebbels.

Il muro di Berlino, di cui ancora nel gennaio 1989 il capo della Germania Est Honecker proclamava “durerà almeno cent’anni”, si sbriciolava appena dieci mesi dopo. E si è ridotto a quello che viene ironicamente chiamato “tortilla border” il sofisticato e costosissimo apparato tecnologico di confine col Messico messo in piedi dagli Stati Uniti: attraversato ogni giorno da migliaia di clandestini, al punto che i “latinos” nel Paese sono già 12 milioni.

Lo sanno bene, gli imprenditori politici della paura che chiedono a Bruxelles soldi per tirar su barricate di cartone. Se lo fanno, è per lisciare il pelo alle rispettive opinioni pubbliche: cui peraltro propinano un vergognoso inganno, promettendo di arginare un fenomeno inarrestabile. Ma è da condannare anche l’atteggiamento pilatesco degli altri Paesi, che continuano ormai da anni a rinviare il problema, anteponendo la tattica alla strategia. C’è oltretutto una macroscopica sproporzione, tra mancate risposte e numeri reali.

Oggi nella casa comune europea abitano 450 milioni di persone, di cui 23 sono cittadini di Paesi terzi, quindi appena il 5 per cento della popolazione; per giunta, il numero di arrivi specie dalla sponda sud del Mediterraneo è in massiccio crollo, dall’oltre 1 milione di immigrati del 2015 ai meno di 100mila del 2020.

Quanto ai profughi, più di 8 su 10 vivono nel cosiddetto Terzo Mondo; da solo, il piccolo Libano ne accoglie più di tutti i 27 Paesi UE messi assieme.

Sono cifre che inchiodano la benestante e civile Europa a macroscopici peccati in parole, opere e omissioni. Dimenticando, anzi tradendo le sue stesse origini; e finendo per far prevalere la logica dello scontro su quella dell’incontro. Senza rendersi conto che le urla e i silenzi, le grida e i balbettii dei singoli Stati, ignorano una clamorosa evidenza che prima o poi presenterà il conto: o si gestisce il nodo immigrazione con scelte condivise di inclusione, o se ne rimarrà inesorabilmente travolti. E sarà sanguinoso e devastante, il crollo di quell’ultimo muro.

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