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Scavi quadruplicati lungo il Piave. Arriva il sì del Consiglio regionale: in Veneto è corsa all’oro grigio

La quantità massima di ghiaia esportabile è stata portata da 20 a 80 mila metri cubi. Popolazione preoccupata. Polemica del Pd

VENEZIA. Le escavazioni nel Piave, in deroga ai piani estrattivi, quadruplicano. Il consiglio regionale ieri ha approvato a larghissima maggioranza – 33 sì, 8 no, e 10 assenti – l’emendamento proposto dal consigliere del gruppo Zaia Presidente Roberto Bet che ha portato da 20 mila a 80 mila metri cubi il limite massimo di materiale esportabile per ogni intervento sui fiumi del Veneto. E per Treviso questo riguarda quasi esclusivamente il Piave. O meglio, di fatto, 11 chilometri del corso del fiume, il cosiddetto Medio corso, che attraversa Cimadolmo, Maserada, Breda e Spresiano.

lo scontro

È questo uno dei motivi principali di scontro tra Bet e Silvia Rizzotto, da una parte, e Andrea Zanoni dall’altra. Per il promotore dell’emendamento, «questa modifica consente di avere un coordinamento maggiore degli interventi. Invece di fare micro piani da 20mila metri cubi, si dovrà presentare un progetto più grande per 80 mila, che verrà comunque valutato dal Genio Civile. La ghiaia dal Piave deve essere estratta per garantire la sicurezza idraulica», ha detto Bet. L’emendamento approvato va a inserirsi nelle legge che regola l’attività estrattiva nei fiumi. Una legge dell’88 che in primis obbliga la Regione a dotarsi di un piano estrattivo complessivo per ogni fiume, che però a 33 anni di distanza non è ancora stato redatto.

la deroga

Nella stessa legge è appunto prevista la deroga: in assenza di questi piani si può scavare, ma solo 20mila metri cubi alla volta, fino a ieri. Oggi quattro volte tanto.

«La spiegazione del maggiore coordinamento non regge», sbotta Zanoni. «In questi anni la deroga dei 20 mila è stata utilizzata per asportare due milioni di metri cubi di ghiaia dal Piave, e tutti negli stessi undici chilometri di un fiume lungo 220. Guarda caso sono proprio quelli in cui c’è la ghiaia buona, e dove hanno sede diverse aziende che operano nell’escavazione.  Al contrario mai si è intervenuti a San Donà, dove il letto del fiume si è alzato a causa dei limi e dei fanghi che si sono negli anni depositati. Ma questi non sono per nulla remunerativi».

Zanoni ha provato a fare anche i conti in tasca ai cavatori. Scavare 20 mila metri cubi può portare a un ricavo fino a 400 mila euro; ci vuole poco a fare la moltiplicazione.

L’emendamento approvato dal consiglio regionale, stando alle stime del consigliere del Partito Democratico, è un affare da 1,6 milioni per ogni scavo. «Non arrivano i cavatori a dirci dove scavare e quanto scavare. Condivido che serva un aggiornamento normativo più corposo, ma questa è una modifica contenuta che garantisce che gli interventi si inseriscano in quadro più ampio», ha aggiunto Rizzotto.

la corsa all’oro grigio

Bocciato anche l’emendamento con cui era stato chiesto di ascoltare il parere dei Comuni interessati e dall’Autorità di bacino, prima di autorizzare gli scavi in deroga. Le principali critiche alla gestione del Piave degli ultimi anni, che ha visto fenomeni di erosione importanti, sono proprio i cittadini, le associazioni ambientaliste e le amministrazioni rivierasche. Non appena le modifiche alla legge approvate dal consiglio regionale entreranno in vigore, c’è da attendersi che scatti una nuova corsa alla oro grigio del Piave.

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