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Jacobs e l’oro olimpico nei 100: «Padova è la città dove tutto è iniziato»

Lamont Marcell Jacobs subito dopo la vittoria nei 100m all'Olimpiade di Tokyo

Figlio di un militare Usa in Italia e di una veneta, nella città del Santo ha cominciato la corsa di avvicinamento al tetto del mondo dell’atletica. Ecco cosa dice di sè

PADOVA. L’uomo più veloce del mondo è lui, Marcell Jacobs. Gareggia per le Fiamme Oro Padova e ha riscritto la storia dell’atletica italiana. Dopo aver migliorato il record europeo dei 100 metri con 9”84 in semifinale, in finale ha realizzato qualcosa di mostruoso imponendosi in 9”80. L’oro dei Giochi Olimpici di Tokyo è suo. Il Mattino di Padova lo aveva intervistato dopo un’una strepitosa impresa come la vittoria agli Europei indoor di atletica leggera di Torun, lo scorso marzo. Nell’occasione lo sprinter nato a El Paso si era confessato a cuore aperto, parlando anche del suo rapporto con Padova e di quello, tormentato, col padre oltre che della sua passione per i tatuaggi. Ve ne riproponiamo un ampio stralcio.

Se le diciamo Padova, cosa le viene in mente? «Padova è la città da cui tutto è iniziato. Se le Fiamme Oro non mi avessero dato l’opportunità di diventare un atleta professionista, facendo un lavoro di quella che era la mia passione, tutto questo non sarebbe successo. E poi, proprio allo Stadio Colbachini, al Meeting “Città di Padova” di due anni fa, ho vissuto uno dei momenti più importanti della mia carriera, realizzando il mio primato personale nei 100 metri, portandolo a 10”03».

Adesso la domanda che tutti si pongono è: quanto può valere sui 100 oggi? «Assieme al mio allenatore un calcolo, in effetti, l’abbiamo provato a fare. Tenete presente che l’anno scorso correvo i 60 in 6”63, ora valgo 16 centesimi in meno. In prospettiva il 6”47 nei 60, mantenendo la stessa velocità standard, senza incrementarla o immaginarsi chissà che, vale un riscontro cronometrico dai 9”95 in giù sui 100, quindi molto buono. Chiaramente presupponendo che si riesca ad arrivare in estate con la stessa condizione di Torun. Quel che posso dire è che questa medaglia mi regala una consapevolezza maggiore e una marcia in più, che mi servirà ai Giochi Olimpici».

Lo ha dichiarato già dopo la vittoria in Polonia: l’obiettivo ora è raggiungere una finale storica. «Penso ai Giochi da quando sono bambino. E in modo più intenso da dopo l’edizione di Rio 2016, a cui non ho potuto partecipare a causa di un infortunio. Da allora la mia testa è proiettata a Tokyo. Ma se nel 2016 puntavo a esserci, oggi non punto solo a fare presenza».

Un obiettivo che non è solo un sogno. Alla luce della sua nuova dimensione, il rinvio dei Giochi al 2021 a lei potrebbe aver giovato. Anche perché i 100 metri attualmente non hanno un vero padrone, dopo che lo sprinter statunitense Coleman è stato squalificato per aver saltato due controlli antidoping a sorpresa. «Lui era il favorito e in questo momento è fermo, tutti gli altri sono a pochi centesimi l’uno dall’altro, quindi a meno che nei prossimi mesi non esca il nome capace di riscrivere tutte le gerarchie, si annuncia una gara apertissima. E sì, il 2021 è stato tremendo per tutti, in Italia e nel mondo. A me però ha dato l’opportunità di mettere a punto tanti dettagli tecnici che ancora dovevo sistemare».

Un pungolo ulteriore arriva grazie alla rivalità con il primatista italiano dei 100 Filippo Tortu. È vero che aveva scommesso sulla sua vittoria? «Tortu mi ha fatto subito i complimenti e mi ha scritto che ha vinto 100 euro grazie alla mia medaglia d’oro, proprio perché aveva scommesso su di me. Un buon rivale ti regala tanti stimoli. E questa rivalità fa bene a noi, ma anche a tutto il movimento dell’atletica azzurra».

Guardandola balza agli occhi l’attenzione che presta al look. Colpiscono in particolare i numerosi tatuaggi. A quali è più legato? «Sono sempre stati la mia passione, da quando ero adolescente. Ricordo che mia madre mi diceva: guai a te se ne fai. Ma lo sapete com’è, da ragazzi si vuole sempre fare tutto il contrario di quello che dicono i grandi. Oggi sono contento di averli fatti perché mi rappresentano e hanno tutti un significato particolare. Il primo è quello sul costato, l’ho fatto anni fa insieme ai miei due migliori amici. Adoro la tigre sulla schiena: è il mio animale preferito, solitario ma in grado di graffiare. E poi tanti altri. I nomi e le date di nascita dei miei figli (ne ha tre, Jeremy, Anthony e Meghan, il primo è nato quando Marcell aveva 19 anni, ndr). Un’ancora, fatta insieme alla mia compagna. Ecco, forse l’unico “sciocco” è la scritta sul petto, “Crazylongjumper”: è così che mi chiamo su Instagram. So che all’esterno fra tatuaggi, testa rasata e orecchini può sembrare che mi “atteggi”, ma vi assicuro che non sono così e chi mi conosce lo sa».

La sua storia personale è particolare. Suo padre era militare alla base Usa di Vicenza quando ha conosciuto sua madre, bresciana. Insieme si sono trasferiti a El Paso, in Texas, dove lei è nato. Poi, il rientro in Italia, a Desenzano del Garda, con la mamma. Cosa le resta dell’America? «A un anno e mezzo ero già a Desenzano: mi sento italiano al 100%. L’ultima volta negli Usa risale al 2008, in una “reunion” di famiglia, in cui ho rivisto papà. Con lui a lungo non abbiamo avuto un rapporto, si era creato un muro. Non ci siamo sentiti per tanti anni, lo consideravo un estraneo, mi cercava su Facebook e non rispondevo. Ultimamente, anche grazie al lavoro con la mia mental coach, si è ricreato un legame. E lo riandrò a trovare negli Usa». 

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