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L’uomo che trova l’acqua col bastone abita nel Bellunese. Lo cercano da tutto il Veneto

Dino Farenzena

Dino Farenzena, classe 1943, nella vita fa l’agricoltore: il suo potere di rabdomante ha fatto centro a Casera Ere. «Fin da piccolo avevo poteri strani», ecco la sua storia

BELLUNO. L’acqua scorre nei suoi occhi azzurri che guardano con intensità nei tuoi per capire se credi o meno a quello che ti sta raccontando. Zampillano soddisfazione e sofferenza in misura direttamente proporzionale a quelle che lui, il rabdomante agordino che ha trovato l’acqua a Casera Ere, sopra San Gregorio nelle Alpi, è riuscito a dare e a scorgere negli altri.

Un’ora prima ha ricevuto la telefonata grata della mamma di Matteo Paniz, il gestore di Casera Ere. Dentro a una salopette blu e a un paio di stivali verdi, Dino Farenzena, detto Subiòt, classe 1943, è poi sceso nel campo in località “I Lach” a pochi passi dagli impianti sportivi di Taibon. Sono le nove e mezza: tre righe di patate, tre di fagioli e sei di granoturco lo chiamano a rapporto perché c’è da starci dietro.

E lui non è solo un cercatore d’acqua, ma anche uno che alla fine della stagione vuole raccogliere qualcosa dalla terra. Giovedì era il “Nia de luna” (“Niente di luna”), il giorno in cui il satellite della Terra si riposa in attesa di riprendere a crescere.

«Devo “sciarì” il granturco, cioè togliere alcune piante per aumentare la distanza tra le altre», dice Dino, « e poi devo “redà” , cioè dare terra alle patate. La semente di quel granoturco», aggiunge indicando le righe più lontane, «è quella che una volta seminavamo a Veran, da dove sono partito. Lo porto a macinare ad Andraz: tra il viaggio e la macinazione mi costa abbastanza, ma quando poi faccio la polenta vuoi mettere la soddisfazione».

Vorrebbe continuare a parlare di lune, di attrezzi per dare e togliere terra; ma poi deve assecondare la curiosità del suo interlocutore...

«Era prima del 1990», inizia, «e a Soccol, frazione di Taibon, un amico non sapeva dove si trovava la saracinesca dell’acqua. Un signore originario di Campedel, ma emigrato in Francia, ha preso una bacchetta e l’ha trovata. Io non c’ero, ma il mio amico me l’ha raccontata così».

È stato quello il momento in cui Dino Subiòt ha deciso di provare a capire se alcuni “poteri” di cui aveva avuto coscienza sin dall’adolescenza potevano essere usati anche nella ricerca dell’acqua.

«Quando ero piccolo», dice velandosi di tristezza, «arrivavo a casa e dicevo a mia mamma: “Sono stati qua questo, quella e quell’altro” e lei me lo confermava. Oppure prima di arrivare prevedevo chi avrei trovato. Quando ero sotto la naja, su al confine con l’Austria, una mattina un commilitone mi chiede perché sono giù di corda e gli dico che dovrò andar via perché mia mamma è morta. Poco dopo il marconista parla col tenente e mi vengono a cercare per darmi la brutta notizia che io sapevo già».

L’acqua, invece, è la vita.

«Andavo di notte in Valle di San Lucano per vedere se ne sentivo le vene», continua Dino, tornando sui primi passi compiuti alla sua ricerca, «e le sentivo. Facevo tutto di nascosto perché avevo paura mi prendessero in giro o mi reputassero matto. Poi un giorno sono andato dal signore di Soccol, quello emigrato in Francia, e gli ho rivelato che pensavo di avere questa capacità. Lui mi ha messo alla prova nel cercare l’acqua dietro casa sua. “Sì – mi ha detto – hai questa capacità”».

Ma, prima di renderla nota in pubblico, Dino ci ha messo dieci anni: voleva essere sicuro, voleva dimostrare di essere affidabile, affinché gli altri riconoscessero in lui l’indovino con la bacchetta (dal greco rabdos=bacchetta e mantis=indovino). Oggi lo chiamano dappertutto. Estrae dalla tasca della salopette la scatola del tabacco da naso e ne versa un po’ nell’incavo tra pollice e indice. Poi ti porta in un viaggio toccando Cortina, Verona, Gorizia, Chiampo, Spilimbergo, Combai di Miane, Casera Ere dove ha dato acqua ad agricoltori e allevatori (i suoi preferiti) e imprenditori di vario genere.

L’attrezzo del mestiere è sul cassone dell’Ape Car. Un semplicissimo bastone biforcuto di nocciolo. Lo prende in mano. È quello che il giorno in cui è passato il Giro d’Italia ha trovato l’acqua a Casera Ere. Lo prende per le due estremità più corte e appoggia la forcella al petto.

«Quando c’è l’acqua la bacchetta inizia a vibrare», spiega, «a quel punto devi cercare di capire la direzione della vena. Quando sei posizionato correttamente, il legno si alza. Per determinare la profondità, invece, lo metto in piano e chiedo al cervello: la bacchetta si alza e mi batte sul petto e io conto due metri per ogni sollevamento che fa. Infine, per capire l’estensione dell’area allargo le braccia, chiedo al cervello, e lui me le fa stringere. Quando si esaurisce la spinta, quella è la misura».

Per farti capire meglio, Dino traccia con la bacchetta una scacchiera sulla gomma che ricopre il cassone dell’Ape. Sono i percorsi che fa quando entra in azione per avvicinarsi all’obiettivo. Anche una donnola è curiosa e attraversa la strada pochi metri più in là.

«Se le persone vogliono», dice, «io posso insegnare come faccio a trovare l’acqua, ma poi sono loro a dover sentirne il campo magnetico».

Lui lo sente e dopo averti spiegato come ha fatto a seguire a ritroso con un pendolo di ottone le vene nascoste delle acque delle Pale di San Lucano fino al ghiacciaio della Fradusta, punta gli occhi azzurri verso la montagna di fronte e ti fa capire con un cenno del capo che lui sta percependo la presenza del liquido vitale. Ma a volerci vedere chiaro in quegli occhi azzurri di Dino, bisogna fare come lui fa col granoturco.

Bisogna mettere da parte alcune cose del suo racconto. Come una bella spiga emerge una lezione: metti a disposizione degli altri il tuo talento, qualunque esso sia.

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