«Ferite non gravi, sono stato graziato e tornerò presto fra la mia gente»

Il neovescovo vicentino ferito alle gambe nel Sud Sudan potrebbe essere stato vittima di una lotta fra etnie rivali 

L’intervista



Padre Christian Carlassare è ricoverato in un ospedale a Nairobi. È stato operato nuovamente nella notte ma adesso è cosciente. Ricorda tutto. E pensa.

Come sta?

«Sto bene, sono stato graziato. Mi hanno sparato alle gambe, i proiettili non hanno colpito ossa o nervi ma solo trapassato il muscolo. Le gambe sono state ricucite, vediamo come va».

Ha capito cosa volevano gli assalitori?

«La polizia sta andando avanti con le indagini. Non volevano rubare e non volevano uccidermi. Potevano sparare al torace, invece hanno sparato alle gambe. Non so quale sia la motivazione, spero si possa capire. Forse un atto intimidatorio».

Nei confronti della Chiesa?

«Quando colpisci una persona della Chiesa, colpisci la Chiesa. Ma fatico a pensare che sia verso la Chiesa in modo generale. Chi ha compiuto un atto così non conosce in verità la Chiesa. Io ho vissuto e toccato il benvenuto di questa gente, la comprensione di tutti. Poi ci sono sempre persone che non capiscono o che, magari, sono manipolate da qualcuno».

In Sud Sudan c’è tensione tra cattolici e protestanti?

«Direi di no. La maggioranza qui è protestante. I cattolici sono solo il 12% ma c’è un’ottima collaborazione. Escludo che l’agguato sia riconducibile a una Chiesa non cattolica. Anzi, la Chiesa cattolica è vista come la madre di tutte le altre. Il pastore protestante di Rumbeck è passato a salutarmi, quando sono uscito dalla sala operatoria. Anche le istituzioni hanno invitato la popolazione alla fedeltà nei confronti del vescovo scelto. Ovviamente dobbiamo valutare il significato di questo attentato e la presenza di questi gruppi pronti ad arrivare alla violenza con così grande facilità».

Quali segnali coglie dalla comunità?

«Mi piangono tutti, questo ho visto, infatti non volevo andarmene. La gente era fuori dall’ospedale, in aeroporto. Loro stanno soffrendo più di me. Dopo dieci anni senza un vescovo soffrono più di me a vivere questa situazione. Io ho 4 proiettili nelle gambe ma il loro dolore è più profondo».

In quella comunità è così importante la presenza del vescovo?

«La diocesi di Rumbeck ha solo 11 sacerdoti, di questi 4 sono ammalati o fuori sede. Avere o non avere il vescovo significa molto per le persone. Il prete è la guida spirituale ma tante cose dipendono dal vescovo, a livello di sacramenti ma anche di organizzazione. Riconoscono l’autorità e il Sudan è un paese che rispetta molto l’autorità. Un leader religioso ha un ruolo molto importante».

Possibile che volessero un vescovo dinka, dunque che ci sia una questione etnica dietro questo agguato?

«Hanno avuto Cesare Mazzolari e l’hanno adorato, lo considerano un santo. Poi ci può sempre essere qualcuno che agisce per motivi etnici».

Ha mai ricevuto minacce?

«Mai. È un caso isolato e assolutamente inaspettato. Servono indagini. In termini di sicurezza bisogna capire ora come fare per vivere più sicuri».

Questo episodio può creare una distanza tra lei e la gente per ragioni di sicurezza?

«Io penso che fatti come questi rendano il legame più forte. Ho già vissuto momenti di sofferenza con questa gente, dopo alcune malattie. Vivere e soffrire lì con loro mi ha reso ancora più parte della storia di questo Paese. Ciò che mi è successo non è una croce che dà morte, ma che porterà vita».

Dunque lei vuole tornare lì?

«Questa è la mia missione, è il posto in cui devo essere. Dobbiamo accettare anche una quota di insicurezza nel servizio che facciamo. Ma io voglio promuovere la conciliazione con le persone che hanno fatto questo: dialogo, perdono, unità. Io sono il vescovo di tutti, non di un clan o di un altro clan».

Lei ha detto di voler portare il messaggio evangelico ovunque: non è che questa sua impostazione propositiva abbia causato una reazione?

«Questo è un valore talmente importante che la Chiesa non vi può rinunciare. Il vangelo deve essere per tutti. Se si cede alla violenza, la violenza dilagherà. Non è accettabile».

Lo farà anche a rischio della vita?

«La vita la si rischia per ciò in cui si crede. Non si può venire a patti con valori irrinunciabili».

Quanti erano gli assalitori?

«Erano in due, ma pare che un terzo fosse in strada. Hanno agito a volto scoperto ma era notte, non saprei riconoscerli».

Che armi avevano?

«Ak-47, Kalashnikov».

Hanno detto qualcosa?

«Quando cercavo di colloquiare loro sono rimasti muti. Sapevano cosa volevano fare».

Come sono arrivati alla sua camera?

«La casa è disposta su una struttura a U, le stanze dei sacerdoti si affacciano in un cortile. Hanno evitato le guardie ai cancelli e sono saliti».

Che messaggio le va di mandare all’Italia?

«Grazie per la vicinanza che mi state mostrando: siate coraggiosi e guardate all’Africa con speranza. Non lasciatevi abbattere da questi avvenimenti negativi. L’Africa ha tanti valori e c’è tanto di buono che deve rifiorire. Io mi preoccupo quando l’Italia pensa all’Africa come un paese violento o negativo. Qui c’è un grande futuro e sarà utile per tutto il mondo». —



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