Dopo un anno di Covid la fiducia diventa rabbia

Dall’ottobre scorso a oggi, le manifestazioni di protesta in giro per il Paese sono state oltre 2.500, con inquietanti episodi di intolleranza

Dai canti sui balconi alle urla nelle piazze. Nel giro di un anno, il contagio da Covid ha colpito lo spirito degli italiani in misura largamente superiore ai corpi, con punte di autentica esasperazione: dall’ottobre scorso a oggi, le manifestazioni di protesta in giro per il Paese sono state oltre 2. 500, con inquietanti episodi di intolleranza. Segno di un malessere diffuso, che si innesta su una pervasiva stanchezza di fondo trasversale all’età e alla condizione sociale.

Dai “Fratelli d’Italia” ai “Ce la faremo” siamo passati a slogan tra il disperato e il minaccioso. La fiducia ha ceduto il passo alla rabbia. C’è legittima preoccupazione per le brecce aperte alle infiltrazioni dei professionisti della protesta; ma sarebbe sbagliato affrontare la situazione in termini di ordine pubblico. Il disagio individuale e sociale è oggettivo e pervasivo, alimentato da concretissime questioni economiche e da impalpabili ma velenose pulsioni di vita vissuta.

Nel giro di un anno sono andati persi un milione di posti di lavoro, e molte altre situazioni occupazionali sono divenute precarie. Esistono consistenti categorie di lavoratori esclusi dagli ammortizzatori sociali. Una ricerca Istat fresca di stampa segnala che solo l’11 per cento delle aziende possono contare sulla solidità; le altre, per il 44 per cento sono fragili anche se per ora resistono, e per il 45 per cento sono a rischio. E anche questa rischia di trasformarsi in una micidiale pandemia, specie per la miriade di piccole e piccolissime imprese. Non è solo questione di bilanci, aziendali e familiari.

C’è un senso di disagio diffuso, misto a ribellione, non tanto e non solo per le misure adottate, ma per come nascono e vengono gestite. Governo e Regioni convivono in un clima confuso di dialogo misto a polemiche, sovrapposizioni e contrapposizioni.

Su chiusure e riaperture il confronto si mescola con lo scontro, e lo scenario dei colori richiama più una confusa arlecchinata che un quadro cromatico ben definito. La partita dei vaccini è inquinata da continui spunti di turbativa e incertezza: quali, quanti, quando, a chi, come. Soprattutto, si avverte la mancanza di un progetto organico e dallo sguardo lungo, che fissi gli obiettivi su cui puntare e gli step attraverso i quali arrivarci. Tutto questo deve far capire quanto il malessere individuale e collettivo sia entrato nella falda delle vite quotidiane e della coscienza civile.

La stragrande maggioranza di chi va in piazza non lo fa per cavalcare il disordine, ma per comunicare alle istituzioni bisogni e timori entrambi oggettivi, un senso di profondo smarrimento, l’esigenza di avere chiarezza sul futuro prossimo e remoto. Perché una cosa è certa: cessate le ricadute sanitarie della pandemia, resteranno ancora a lungo quelle economiche e sociali. E non ci sarà una data ufficiale in cui si potrà scrivere la parola fine: il virus condizionerà per anni le nostre esistenze.

Da qui l’esigenza di un altro e diverso vaccino fondamentale e incontestabile, che è la Politica con la maiuscola: quella cui spetta disegnare e gestire un piano regolatore condiviso della società e dello sviluppo; senza il quale sono inevitabili quanto pericolose le derive di ogni tipo e le falle da infiltrazioni. Di Covid si guarisce, di non governo si muore. — ©

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