Covid, il Veneto da regione virtuosa a epicentro della pandemia: gli esperti spiegano perchè

Dalla Zuanna, Danieli, Toniolo e Cassone interpretano l'evoluzione dell'epidemia. I ricoveri in Rianimazione, i dubbi sui tamponi rapidi, la mancata zona rossa, gli errori della politica

La scorsa primavera il Veneto aveva superato bene la prima fase della pandemia. Il governatore Luca Zaia e la sua sanità erano assurti a modello nazionale sul come affrontare, contenere e domare il Coronavirus. E le urne non avevano tardato a riconoscere i buoni risultati raggiunti sul campo. E poi? Pochi mesi dopo il naufragio del sistema, l'avanzata inarrestabile del contagio e la difficoltà a trovare soluzioni per uscire da quella che ormai è diventata a tutti gli effetti un'emergenza sanitaria. Cosa è successo. ecco l'interpretazione del caso Veneto da parte di quattro esperti.

L'ACCELERAZIONE

In Veneto accelerazione del ritmo dei contagi superiore a quella nazionale: i casi gravi raddoppiano ogni undici giorni

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I dati sui ricoverati in terapia intensiva sono i migliori a nostra disposizione per monitorare l’andamento del Covid-19 perché, a differenza del numero di positivi, non dipendono dal numero di tamponi, e, a differenza dei decessi, non dipendono dalle modalità di rilevazione delle cause di morte.

Come affermato anche dal virologo Giorgio Palù, è proprio ai ricoveri in rianimazione che bisogna guardare per comprendere come si sta evolvendo questa epidemia. Tuttavia – a differenza di quanto sembra far capire Palù in una recente intervista – sono proprio i ricoveri in rianimazione a mostrarci che le cose non stanno andando bene, né in Italia né in Veneto.

È vero che oggi i ricoverati in rianimazione per Covid-19 sono molti di meno rispetto al picco di fine marzo, quando superarono i 4.000 in Italia e i 350 nel Veneto. È vero anche che oggi in Veneto l’incidenza dei ricoverati Covid-19 in rianimazione sul totale della popolazione (1,5 per 100.000 abitanti) è inferiore rispetto alla Lombardia (2,4), al Piemonte (2,3), all’Emilia-Romagna (2,1), al Lazio (2,7), alla Campania (2,1), alla Sicilia (2,0) e alla media nazionale (2,1). Tuttavia, il faro va puntato non tanto sul numero attuale dei ricoverati, ma sulla rapidità della loro crescita.

Il tempo di raddoppio dei ricoverati Covid-19 in terapia intensiva, in Italia come nel Veneto, è oggi di 11-12 giorni. I ricoverati in terapia intensiva in Italia erano 586 il quindici ottobre, sono diventati 1.284 il ventisei ottobre; in Veneto erano 40 il quindici ottobre e sono diventati 76 il ventisei ottobre. Questo tempo di raddoppio in Italia è pressoché costante ormai da una decina di giorni, mentre in Veneto è purtroppo diminuito nel corso dell’ultima settimana, a indicare un’accelerazione del ritmo dei contagi superiore a quella nazionale.

Questi dati sono preoccupanti per due motivi.

In primo luogo, indicano la crescente pressione sugli ospedali e sulle terapie intensive: malgrado le terapie anti Covid-19 in questi mesi si siano molto affinate, evidentemente non riescono a evitare che molti pazienti, anche in età relativamente giovane, debbano essere intubati e debbano ricorrere a cure invasive garantite quasi esclusivamente dal ricovero in rianimazione.

Questo aspetto è particolarmente grave specialmente nel Lazio e nelle regioni del Mezzogiorno, quasi risparmiate dalla prima ondata dell’epidemia e meno attrezzate dal punto di vista ospedaliero, dove i ricoverati Covid-19 in terapia intensiva sono oggi numerosi come o più che a fine marzo.

E dove – al contrario di quando accadde allora – continuano ad aumentare. In secondo luogo, i ricoverati in rianimazione sono solo la punta dell’iceberg, perché la crescita dei ricoverati riflette la crescita dei contagi nei giorni precedenti.

Se questo ritmo di crescita non diminuirà, nel giro di un mese il numero di ricoverati in terapia intensiva, sia nel Veneto che in Italia, supererà abbondantemente quello di fine marzo.

Dobbiamo monitorare quel che accade nelle terapie intensive. Per farlo al meglio, sarebbe importante avere dati più raffinati di quelli messi a disposizione dalla Protezione Civile: come messo ben in luce dal professor Enrico Rettore su lavoce.info, oltre al numero dei ricoverati complessivi Covid-19 in rianimazione, dovremmo avere giornalmente anche il numero di nuovi ingressi. Questo dato permetterebbe di meglio comprendere in modo tempestivo se le draconiane limitazioni introdotto dal Dpcm di domenica venticinque ottobre sono state utili per far regredire la diffusione del virus.

*professore ordinario di Demografia presso il Dipartimento di scienze statistiche dell'Università degli Studi di Padova

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I TAMPONI

Tamponi rapidi inaffidabili: il boom dei contagi in Veneto alimentato dall’errore delle autorità sanitarie

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Il virus Sars-Cov2, che causa Covid-19, è molto contagioso, ma relativamente pochi dei contagiati sviluppano una malattia grave e soltanto il 2-3% finisce in ospedale. La maggior parte dei contagiati, in assenza di sintomi, trascurano le precauzioni e per questo il contagio progredisce velocemente se non vengono imposte restrizioni.

Il Veneto aveva superato brillantemente il primo impatto dell’epidemia, grazie all’imposizione della zona rossa a Vo’, al rigoroso tracciamento dei contatti ed all’impiego della migliore tecnologia per la diagnosi molecolare dei contagiati. Ma già tra il 14 giugno e il 15 luglio erano stati registrati 132 ricoveri per Covid, di cui 5 in terapia intensiva, e 2.595 “positivi”, ossia contagiati. In cinque mesi siamo arrivati a 3.000 ricoverati, oltre 90.000 positivi e quasi 700 morti solo nell’ultima settimana di dicembre. Ricercare le possibili cause di tale disastro è quanto si deve fare per evitare che la cosa si ripeta.

Alla ripresa dell’epidemia, la Sanità regionale ha creduto di poter affrontare il problema del tracciamento dei contagi con i cosiddetti “test rapidi”: all’inizio con un test che presentava scarsissima affidabilità e successivamente con prodotti diagnostici migliori, ma comunque meno efficienti del test “molecolare”, così detto perché individua la presenza del materiale genetico del virus. I problema dei test rapidi, segnalato da diversi studi, è che talvolta indicano come “negativo” una persona che risulterebbe positivo al test “molecolare”.

Dato l’altissimo numero di test rapidi effettuati, la strategia dei “test rapidi” può aver rimesso in circolazione un numero non trascurabile di falsi negativi, alimentando il contagio. Una gravissima responsabilità deve essere attribuita alle Autorità sanitarie della Regione quando hanno obbligato le strutture ospedaliere ad utilizzare i test rapidi anche per il monitoraggio del personale medico e paramedico, non tenendo conto di un dovuto principio di precauzione, derivante dai dati di letteratura che ne sconsigliavano l’impiego.

Un altro elemento degno di considerazione è la tardiva attivazione dell’app Immuni. A metà ottobre una persona che voleva comunicare il suo codice all’applicazione, si sentì rispondere dall’Ufficio Igiene di Padova che l’app Immuni non era attiva in Veneto. La dirigente Francesca Russo, si assunse poi pubblicamente la responsabilità della scelta di non attivare Immuni, ma in giugno lo stesso presidente Zaia aveva dichiarato in tivù: «In queste condizioni decisamente non la scarico, a noi Regioni ci mette in grossa difficoltà». Purtroppo, dall’inizio di settembre alla metà di ottobre, in Veneto si era già passati da 2.538 a 7.858 positivi.

La mancata attivazione di Immuni è stata probabilmente causata dal concorrente sviluppo della app Zero Covid. Questa app veniva definita in documenti ufficiali della Regione Veneto uno strumento di contrasto a Covid-19, che dovrebbe: «raccogliere su base volontaria i sintomi correlati al Covid-19 dei cittadini della Regione del Veneto al fine di garantire una presa in carico precoce dei casi da parte dei medici di base e del Sistema di igiene e sanità pubblica ed evitare la nascita di nuovi focolai» e dovrebbe «funzionare in tandem con i test rapidi, strumenti economici e facili da usare, che permetteranno di confermare rapidamente l’eventuale positività a Sars-Cov2 direttamente da casa, la cui sperimentazione è appena partita in Regione Veneto».

È verosimile che la ritardata attivazione in Veneto dell’app Immuni abbia consentito una più rapida diffusione del contagio; non va infatti sottovalutato che scoprire di aver avuto un “contatto” avrebbe sicuramente determinato maggior allarme nella popolazione, inducendo comportamenti più responsabili.

L’aver privilegiato la strategia dei “test rapidi” ha avuto un’altra conseguenza. Non essendo state previste strutture per isolare temporaneamente i contagiati, si è dovuto scegliere l’isolamento nella residenza, controllando per telefono lo stato di salute della persona confinata. Con l’aumentare vertiginoso del numero dei positivi, questa modalità è diventata ingestibile. Approfittando della circolare ministeriale del 12 Ottobre 2020 si è iniziato a cancellare automaticamente dalla condizione di “isolamento” tutti coloro che vi erano entrati 21 giorni prima. Il 10 novembre è avvenuto un primo “allineamento dei dati” cancellando 2.312 casi; una seconda volta, l’1 dicembre, sono stati cancellati 12.204 casi ed una terza volta, il 24 dicembre, altri 16.637 casi.

I “riallineamenti” dei dati forniti dalla Regione Veneto all’Istituto Superiore di Sanità stanno purtroppo diventando sempre più frequenti, tanto da attirare non documentate accuse che i dati siano manipolati. A livello nazionale si sono levate insinuazioni, sempre meno velate, che ci siano stati “addolcimenti” dei dati trasmessi all’Istituto Superiore di Sanità per poter restare in zona gialla.

Il 23 dicembre, la Dirigente Dr.ssa Francesca Russo ha dovuto chiarire: «Inizialmente non abbiamo caricato parte di questi dati per un problema di identificazione dello stato clinico dei pazienti. Poi abbiamo provveduto ad identificare lo stato clinico di questi soggetti e li abbiamo inviati all'Iss, c'è stato un passaggio informatico che ha creato questo problema in un momento di aumento forte di contagi. Quindi abbiamo provveduto a riparare a questo momentaneo calo di numeri e abbiamo subito recuperato». Purtroppo, sembra che la macchina di Azienda Zero, nonostante i molti addetti e la vantata informatizzazione, stia perdendo qualche colpo.

D’altra parte, all’inizio della seconda ondata dell’epidemia, sembra sia mancata agli uffici della Sanità regionale la capacità di prevedere la dimensione numerica della popolazione di positivi; sembra che nessuno si sia accorto che essendo ricoverate in ospedale il 2 ottobre 181 persone con diagnosi di Covid, i positivi asintomatici dovevano essere almeno trenta volte di più e che, poiché il loro numero era quasi raddoppiato in 15 giorni, sarebbe raddoppiato ancora, con un andamento esponenziale.

Al 30 dicembre, i positivi ricoverati sono 3.421 (3.070 in ospedali per acuti e 351 in strutture territoriali). I positivi asintomatici nella popolazione sono verosimilmente almeno trenta volte tanto, cioè tra 102.000 e 103.000, quelli identificati 90.117. Si fa presto a capire che attualmente sono contagiate almeno due persone ogni cento abitanti del Veneto.

Questa situazione giustifica norme molto stringenti per ridurre il contagio ma, anche se diminuisse fortemente il numero dei ricoveri, rimarrebbe un numero significativamente elevato di positivi asintomatici. Questi dovranno essere individuati il più celermente possibile con l’impiego di test affidabili, pena il riprodursi di una nuova crescita esponenziale con conseguente crescita esponenziale dei ricoveri e delle morti. —

*già Ordinario di Biologia applicata all’Università di Padova, Accademico dei Lincei, Presidente emerito dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere e Art

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TROPPI CASI

Covid, lo scienziato Cassone: troppi casi in Veneto, le ragioni di Zaia non mi convincono

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I dati delle curve di incidenza e mortalità attribuibili a Covid-19 in queste ultime settimane in Veneto sono sotto gli occhi di tutti. Nel confronto ormai classico con la Lombardia, cioè la regione che ha accumulato finora il maggior numero di casi e di decessi nell’intero arco della pandemia in Italia, il Veneto segna nella settimana 20-27 dicembre 23729 nuovi casi ufficiali contro i 12737 della Lombardia, nonché 656 decessi contro i 529 della Lombardia, che pure ha il doppio degli abitanti del Veneto.

Questi dati colpiscono soprattutto se paragonati ai valori di incidenza e mortalità della prima ondata epidemica quando il Veneto fu riconosciuto, anche a livello internazionale (vedi l’articolo apparso su Science il 28 agosto 2020) come un esempio di come si può efficacemente controllare la diffusione di Sars-CoV-2, non solo per l’ormai citatissimo esperimento di Vò, ma più in generale per l’intensa ricerca diagnostica del virus coi tamponi molecolari, il riconoscimento dell’importanza degli asintomatici contagiosi e l’efficienza della medicina attiva sul territorio.

Questa differenza nella risposta alla seconda ondata rispetto alla prima, appare sorprendente, se non propriamente paradossale, se si pensa che le regioni italiane sono in generale meglio preparate rispetto a quanto (non) lo fossero nella prima ondata, virus e malattia si conoscono meglio e c’è maggiore disponibilità di presidi diagnostici, di protezione individuale e consapevolezza del loro uso.

Zaia, il presidente della Regione, sembra attribuire la maggiore incidenza dei casi al fatto che nel Veneto si eseguono più tamponi suggerendo quindi che differenze, tipo quella che ho riportato su con la Lombardia, siano fittizie. Cita in proposito il tasso di contagiosità (rapporto fra positivi e tamponi effettuati) che di certo rimane più basso di quello della Lombardia ma è da notare che nella settimana di cui sopra il tasso del Veneto è passato da 6,86 a 7.44 mentre quelli della Lombardia e dell’intera Italia sono rimasti pressocché inalterati o con piccolissimi incrementi.

Tutti questi valori sono però delle stime di cui non conosciamo gli intervalli fiduciali, cioè il loro grado di incertezza, quindi diamo ancora per possibile che il presidente Zaia sostenga una valida spiegazione dei fatti.

Prendiamo allora i dati di mortalità, sui quali l’incertezza è assai minore e ragionevolmente possono essere considerati validi. In tutta la prima ondata, la mortalità attribuibile a Covid-19, qui calcolata come numero di decessi su 100.000 abitanti, è risultata essere di 161 e 43 (dati al 31.5.2020) in Lombardia e Veneto, rispettivamente, cioè quasi 4 volte inferiore in Veneto. Al 28 dicembre, le mortalità sono diventate 248 e 121, sempre per 100000 abitanti, in Lombardia e Veneto, rispettivamente, quindi la differenza di merito del Veneto si è praticamente dimezzata ed è superiore, sia pur di poco, a quella dell’intera Italia (119).

In altre parole, la mortalità della Lombardia è incrementata solo (si fa per dire!) dell’1.5% fra prima e seconda ondata (finora) ma quella del Veneto si è triplicata. Da notare che i fattori di rischio di decesso non sono sostanzialmente diversi fra Lombardia e Veneto, e la fascia di età con particolare infausta prognosi (costituita dai soggetti fra 75 e 90 anni) è praticamente identica, proporzionalmente, nelle due regioni.

I dati di mortalità respingono la spiegazione che dei contagi ha dato il presidente Zaia. E’ noto infatti che la mortalità attribuibile a Covid-19 è fortemente associata ai valori degli “effettivi e reali” contagi.

Un ultimo esempio è fornito da ricercatori americani che in un recentissimo lavoro pubblicato su Jama Internal Medicine hanno mostrato come la mortalità da Covid-19 in quasi mille ospedali americani sia fortemente correlata alla prevalenza dell’infezione da Sars-CoV-2.

Pertanto, le ragioni dell’attuale andamento dell’epidemia in Veneto vanno ricercate altrove, a meno di pensare che il virus “veneto” sia diventato più aggressivo (siamo in tema di varianti virali in questo periodo) o che il trattamento dei pazienti sia meno appropriato che nella prima ondata, due fattori che sembrano molto improbabili o di cui comunque non c’è evidenza. In ogni caso, il “miracolo” del Veneto non sembra essersi ripetuto. Sarebbe molto importante ed istruttivo scoprirne le reali cause.

*membro dell'American Academy of Mircobiology

MAGLIA NERA

Durante la prima ondata della pandemia da Covid 19 il Veneto fu unanimemente elogiato per il suo “modello sanitario”, a partire dal suo Presidente Zaia, che faceva intendere di averlo sostanzialmente inventato lui. Durante la seconda ondata il Veneto si sta rivelando maglia nera delle Regioni - con numeri impressionanti di contagi e di decessi - e da più parti si dice che il suo “modello” è fallito.

E’ così? In che cosa consiste, quando è nato il modello e perché i risultati sono stati così diversi?

1. Dagli albori alla “Riforma della Riforma” del 1992.

Il c.d. “modello veneto” dell’organizzazione dei servizi sanitari e sociali ha una lunghissima gestazione. E’ strettamente connaturato alla cultura e tradizioni venete. E’ noto che gli ospedali nascono con la pubblicizzazione delle IPAB (Istituzioni pubbliche di assistenza e beneficienza) per effetto della riforma ospedaliera “Mariotti” del 1968. Il Veneto era (è tuttora) ricchissimo di IPAB, anche in virtù della cultura e presenza sociale cattolica, essendo essenzialmente il risultato di donazioni stratificatesi nel tempo. Però la Regione del Veneto ha dovuto subito provvedere ad una riprogrammazione (L. r. 12/1974), dato che le IPAB (e quindi gli ospedali) non erano certo ben distribuite sul territorio. E molti posti letto ospedalieri furono riconvertiti in strutture territoriali di prevenzione e assistenza primaria. Dal punto di vista organizzativo e assistenziale il Veneto (L. r. 64/1975) con i “Consorzi sociosanitari – Ulss” anticipò la Riforma sanitaria (L. 833/78).

La prima vera e propria programmazione dei servizi sanitari viene stabilita con il “Piano sociosanitario 1982-84” (L. r. 13/84), che contestualmente definisce organizzazione e politiche sia per l’assistenza ospedaliera che per quella territoriale.

Ecco l’origine del “modello veneto”, che quindi affonda le sue radici molto indietro nel tempo, ben prima del 2010, anno della prima Giunta Zaia.

Chi erano gli attori, politici, istituzionali e sociali?

Politici. Innanzitutto la DC, ma anche l’opposizione di allora (PCI in particolare), che nel merito ha sempre attivamente sostenuto tale modello.

Istituzionali. I Comuni furono costantemente consultati (talvolta con confronti aspri sulla riconversione degli ospedali), nonché le Università, con le loro eccellenze assistenziali e formative.

Sociali. Le organizzazioni sindacali, il composito mondo del sociale, le professioni, furono egualmente protagoniste.

I confronti con le odierne politiche e relazioni ognuno potrà agevolmente farli.

La abbondante produzione normativa della Regione prosegue con successivi provvedimenti a dimostrazione dell’efficienza programmatoria e della costante attenzione all’adattamento dell’offerta ai nuovi bisogni di salute (più prevenzione e riabilitazione, e appropriatezza della cura). (1)

2. “Riforma bis” del 1992/93 e “Riforma ter” del 1999.

Giova ricordare che in Italia - complice anche la forte autonomia costituzionalmente garantita alle Regioni proprio in sanità – si sono consolidati diversi “modelli” organizzativo-gestionali. Volendo semplificare al massimo questi si possono ricondurre a due diverse filosofie.

La prima – quella “concorrenziale” – incentra la sua azione sulla “prestazione”, sul singolo atto (complesso o semplice che sia), lo riconosce e remunera (il DRG). La Regione ha un ruolo più che programmatorio, regolatorio, con forte protagonismo dei gestori, pubblici e privati, messi in concorrenza. L’esempio più eclatante di questa filosofia è la Lombardia. Ed infatti questo modello è ospedalocentrico, poco territoriale e ancor meno integrato.

La seconda – quella “programmatoria” – guarda maggiormente ai bisogni della persona e della collettività in modo unitario e non separabile (approccio “olistico”). Quindi è più importante la presa in carico, la continuità assistenziale, l’integrazione sociale-sanitario. La Regione ha un ruolo programmatorio e vi è la preminenza del pubblico, con il privato che ha una funzione integrativa. L’esempio più eclatante di questa filosofia è il Veneto (anche l’Emilia Romagna, Toscana e altre).

Protagonista dal punto di vista politico è la nuova maggioranza regionale (1995, post DC-PSI ecc.) che opera in assoluta continuità con “l’ottimo modello ereditato”. Il Presidente resisterà alle pressioni di parte della sua stessa maggioranza (Lega e AN), che voleva adottare il “modello lombardo”. (2)

Il primo “Piano sociosanitario 2012-16” della nuova Amministrazione (Zaia) ancora risente della vecchia impostazione e quindi nel complesso è condivisibile: a fronte di ulteriori tagli ai posti letto ospedalieri, programma altrettanti investimenti in strutture territoriali (ospedali di comunità, hospice ecc.) e un potenziamento del territorio. Ma mentre i tagli vengono fatti, le attivazioni sono circa la metà e con molto ritardo.

La svolta si ha con la L. r. 19/2016 che riforma le ULSS (da 21 a 9), istituisce l’Azienda Zero - che accentra tutto - e con l’ultimo “Piano sociosanitario 2019-23”.  E’ assolutamente evidente l’inversione di tendenza, sia nel rapporto ospedale-territorio (a discapito di quest’ultimo che subisce importanti tagli), sia nell’integrazione sociale e sanitario; vi è la sostanziale privatizzazione delle RSA-Case di riposo, un incremento del privato, ecc.

Insomma, nonostante una dichiarata volontà politica di confermare il modello veneto e il suo asse principale costituito dalla integrazione ospedale-territorio e sociale-sanitario (conferma che non va sottovalutata perché espressione di una forte adesione della popolazione regionale a quel modello) si è operato nei fatti un avvicinamento al “modello lombardo”, respinto anni prima. (3)

3. La pandemia.

Lo scoppio della pandemia di Covid 19 ha al momento fermato questa deriva. Anzi il Presidente Zaia ha riscosso un forte consenso rivendicando come merito della attuale maggioranza politica regionale se il Veneto, grazie al suo modello, ha retto meglio di altre Regioni (Lombardia in primis) durante la prima ondata, anche grazie al lock down nazionale. Il problema è che invece, con la seconda fase, la forza residuale del modello veneto, a parole riconfermato ma operativamente indebolito, ha visto esaurire la propria capacità di risposta.

Per cui l’impatto della seconda ondata – nonostante l’impegno di alcune istituzioni, in particolare l’Università di Padova (zona rossa a Vo’ Euganeo durante la prima ondata e altro) e di tutti i qualificati ed encomiabili medici e operatori sanitari – ha fatto sentire fortemente il suo impatto. Che queste non siano solo opinioni si può accertarlo guardando alle innumerevoli prese di posizione pubbliche proprio dei loro rappresentanti.

Nella seconda ondata infatti il Veneto è la peggiore Regione d’Italia.

Alcuni hanno tratto frettolose conclusioni, affermando che il modello veneto ha fallito, non è un modello da seguire.

Una pandemia come quella in atto nessuna Regione, per quanto organizzata, può affrontarla se a monte c’è un sostanziale “liberi tutti”, costituito dalla zona gialla. Paradossalmente il fatto di essere bene organizzati (i dichiarati 1000 posti letto di terapia intensiva, ad es.) ha contribuito a ritenere che la pandemia si potesse gestirla. Senza entrare nelle polemiche sui dati, quello che emerge con evidenza è che sono le stesse autorità regionali a dire che dai 700 effettivamente organizzabili per arrivare a 1000 si dovrebbero sostanzialmente utilizzare tutti quelli dedicati alle sale operatorie, paralizzando di fatto il sistema, che non potrebbe curare altro… Sono evidentissimi comunque e non contestabili i numeri dei contagiati e dei decessi, i più alti d’Italia. Di fronte ai quali la normativa nazionale consente (consiglia…) di adottare misure più stringenti da parte dei Presidenti di Regione (non palliativi come il “giallo plus”).

Le modalità d’uso dei tamponi rapidi hanno creato ulteriori problemi. Il Veneto ne ha usati molti di più di altre regioni, e continua. L’Istituto superiore di sanità ha raccomandato che l’uso sia per screening della popolazione (es. scolastica) e non per il personale sanitario del SSN e il personale e gli ospiti delle RSA per anziani, cioè in ambienti delicati e pericolosi per la diffusione del contagio. Il Veneto invece così non ha fatto, e i risultati sono purtroppo sotto gli occhi di tutti.

Le responsabilità non stanno nel modello veneto ma nella incoerenza delle scelte politiche e gestionali, che lo hanno indebolito.



*già Direttore Generale Sanità e Sociale Regione Veneto e già Presidente Agenas