Coronavirus: Veneto dichiarato ancora “zona gialla”: ma ci sono 73.706 positivi da curare

I sindacati dei medici guidati da Benazzato: visite negli ambulatori di pomeriggio e di sabato per ridurre le liste d’attesa

VENEZIA Il Veneto resta in zona gialla. Privilegio condiviso con Lazio, Molise, Sardegna e la provincia di Trento. L’élite dell’efficienza nella gestione della pandemia è stata confermata ieri sera dal Cts e l’assessore Emanuela Lanzarin si è lasciata andare a un commento essenziale: «Siamo soddisfatti per l’ulteriore conferma della tenuta del nostro sistema sanitario. Comunque non bisogna assolutamente abbassare la guardia e continuare ad essere responsabili nei comportamenti. Va indossata sempre la mascherina per ridurre ulteriormente la curva dei contagi, oggi l’RT è appena sopra l’1,1».

In mattinata Luca Zaia aveva fatto capire che la conferma dell’oscar “zona gialla” era scontato. Senza polemiche per i ristori fantasma, ma con la consapevolezza di garantire sine die la possibilità di spostarsi in tutti i comuni del Veneto, con l’unico obbligo di rientrare a casa entro le 22.

Da oggi, decade anche l’ordinanza che impone ai bar di servire le consumazioni solo ai tavoli dopo le 15. Tutti liberi di sorseggiare l’aperitivo in piedi fino alle 18. Unica raccomandazione da tenere sempre a mente: quando si entra in un negozio per gli acquisti da mettere sotto l’albero, non bisogna mai abbassare la mascherina per respirare, anche se fa caldo, perché il droplet si diffonde e crea una bolla carica di virus.

Il trend della pandemia regala qualche timido segnale di regressione della curva, ma i valori assoluti incutono sempre paura: i positivi attualmente in cura sono 73.706, con l’incremento di 2.092 malati. I deceduti dal 21 febbraio sono saliti a 4.116 e negli ospedali ci sono 2.729 ricoverati, cui si sommano altre 338 persone in terapia intensiva. Che non sia finita l’emergenza lo certifica Altems, l’Alta scuola di management dei sistemi sanitari della Cattolica, campus di Roma, che ha fotografato l’incidenza dei positivi: in testa alla classifica c’è la provincia di Bolzano (2,12%), poi la Campania (1,78%), Piemonte (1,66%) e il Veneto con l’1,65.

L’oscar della zona gialla è garantito dalla tenuta degli ospedali e delle terapie intensive, due parametri fondamentali che regalano al Veneto il record dell’efficienza.

C’è però qualche segnale di cedimento: a Legnago il boom di contagi e di accessi al pronto soccorso ha costretto la Usl scaligera ad avviare i ricoveri nell’ospedale da campo, una tenda riscaldata perché i letti dei reparti erano esauriti. Il presidente Zaia ha spiegato che si tratta di un’emergenza temporanea che verrà risolta nelle prossime ore. Ma nei comuni della Bassa c’è molta preoccupazione.

Nel corso del tg web, si è affrontata la questione delle liste d’attesa dilatate dopo lo stop delle prestazioni programmate scattato il 6 novembre scorso. Nessun problema per le emergenze ma tutti gli altri interventi chirurgici e le visite in ambulatorio sono rinviate. Le sei associazioni sindacali dei medici Aaroi-Emac, Anpo-Ascot-Fials, Fassid, Cimo-Fesmed, Anaao-Assomed e la federazione dei veterinari hanno inviato una lettera a Zaia e alla Lanzarin in cui formulano proposte alternative al piano che ha sospeso l’attività programmata. Di cosa si tratta? In estrema sintesi si parla dell’utilizzo delle terapie intensive e dell’attività intramoenia pure sospesa, con il rischio concreto del boom del settore privato.

Per ovviare alla paralisi che si profila fino ad aprile, il segretario regionale Adriano Benazzato ha proposto di organizzare le prestazioni ambulatoriali nell’arco di tutta la giornata e anche al sabato. Zaia una decina d’anni fa aveva persino aperto gli ospedali alla sera per ridurre le liste d’attesa, idea innovativa lodata dall’allora presidente Napolitano ma rivelatasi non risolutiva. Del resto, con 80 milioni di prestazioni l’anno difficile fare miracoli. Ma ciò che conta è il segnale.

Che scenario si prefigura? Zaia ha manifestato piena disponibilità a discutere le modalità operative della proposta dei sindacati dei medici, ma bisogna fare i conti con la realtà: fino a quando le risorse professionali saranno impegnate nel contrasto alla pandemia sarà difficile ridurre le lista d’attesa. Però ci si può provare con l’ottimismo della volontà. —


 

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