I presidi veneti: «Scuola, inutile tornare in aula se non c’è un piano-trasporti»

Tivelli, presidente regionale veneto dell' Associazione nazionale presidi: «Troppe ipotesi e poche soluzioni Una riapertura con un successivo stop sarebbe insostenibile a livello formativo e didattico» 

VENEZIA L’ipotesi più accreditata è riapertura subito dopo le vacanze di Natale. Si concluderà quasi certamente a distanza l’anno solare per gli studenti delle scuole superiori venete, che sperano di tornare in aula il 7 gennaio. Con una corsa contro il tempo, per risolvere i problemi – su tutti quello dei trasporti –, che avevano spinto, il mese scorso, all’attivazione della didattica a distanza al 100%. «Il mondo della scuola sta sopportando una serie di manchevolezze che non dipendono da noi» dice Armando Tivelli, presidente regionale dell’Associazione nazionale presidi. «Noi eravamo pronti a ripartire a settembre e così è stato, ma poi è successo quello che tutti sappiamo. Certo è che riaprire a dicembre, per poi chiudere con le vacanze di Natale, non avrebbe senso e sarebbe controproducente per la didattica».

Quindi siete favorevoli alla riapertura il 7 gennaio?


«A patto che, con la riapertura, i contagi non riprendano a salire, con successiva nuova chiusura delle scuole, per ragioni estranee a quelle di formazione degli studenti. Perché questo sarebbe insostenibile, a livello formativo e didattico. Per i ragazzi non è possibile trascorrere un mese in aula, uno a casa, poi un altro in aula e così via. È deleterio dal punto di vista formativo. Che l’attività didattica a distanza non equivalga a quella in presenza è evidente. Ma le decisioni vengono prese dalla politica, a partire dal contesto del quadro epidemiologico».

Nel frattempo si è lavorato per risolvere i problemi legati ai trasporti?

«È questa la questione. È un tema che avevamo segnalato già questa estate. Io ho partecipato ai lavori del tavolo regionale. Da allora sono passati sei mesi eppure ancora si discute delle ipotesi. Sono lo Stato e le Regioni che devono dirci a che punto sono e questo continuo rimbalzo di responsabilità ci lascia molto perplessi e preoccupati. Non capisco, ad esempio, perché non venga utilizzata la vasta platea di autobus privati, di tipo turistico. Una soluzione che consentirebbe di far lavorare i dipendenti di un settore in difficoltà, risolvendo il problema del sovraffollamento dei mezzi pubblici locali. Io non sono un epidemiologico ma immagino che se a gennaio apriremo alle stesse condizioni con cui abbiamo chiuso a novembre, allora il rischio è che dopo un mese torneremo al punto di prima».

Vi sentite abbandonati dalla politica?

«Noi, nelle scuole, abbiamo applicato il distanziamento tra i ragazzi, abbiamo misurato gli spazi tra i banchi, abbiamo fatto indossare le mascherine, abbiamo acquistato il gel igienizzante. Certo è che se, appena fuori dal perimetro delle scuole, vige il “non controllo”, allora non so che cosa rispondere. Si continua a dire che la scuola è la principale delle preoccupazioni, ma evidentemente non è così».

Il presidente del Veneto Zaia sostiene che i contagi tra i ragazzi siano proseguiti indipendentemente dalla questione trasporti.

«Se i dati dimostrano che le difese messe in atto nelle scuole hanno ceduto di fronte all’innalzamento dei contagi, allora che si prendano dei provvedimenti definitivi, una volta per tutte. Io continuo a sentire ipotesi, mentre vorrei sentire soluzioni. Noi non siamo semplici raccoglitori di ragazzi».

Sono state avanzate tante possibilità per ridurre la quantità dei ragazzi nelle scuole, cosa ne pensa?

«C’è chi ha parlato di lezioni la domenica, chi nel pomeriggio, chi di orario scaglionato. Penso ai paesi più piccoli, con una o due corse dell’autobus al giorno. Se facciamo suonare la campanella della prima ora alle 9, questo significa che i ragazzi arriveranno davanti alla scuola alle 8 e saranno costretti ad attendere la prima lezione al bar».

Ha una sua ricetta?

«L’ideale sarebbe l’attività in presenza, così come avevamo iniziato. Se apriremo con il rischio di una nuova chiusura, mi chiedo allora che senso abbia aprire». —


 

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