Coronavirus, la scienziata Viola boccia la cura con plasma iperimmune: "Nessuna evidenza scientifica"

L'immunologa dell'Università di Padova contro i servizi delle Iene girati in azienda ospedaliera di Padova: "Hanno distrutto il metodo scientifico in pochi minuti"

PADOVA. «I dati scientifici dicono che non c’è alcuna evidenza che il plasma iperimmune funzioni nella lotta al Covid».

Lo sostiene Antonella Viola, docente di Patologia generale di Padova, che ieri ha pubblicato un duro post su Facebook in risposta a un servizio realizzato dagli «pseudo giornalisti delle Iene» - dice Viola - a sostegno del metodo.

«Ecco come distruggere il metodo scientifico in pochi minuti» il giudizio, "tranchant", dell'immunologa. Che immediatamente ha trovato risposta in un lungo comunicato diffuso dal programma tivù. «Avremmo distrutto il metodo scientifico perché abbiamo fatto il nostro lavoro mostrando quello che succede in ospedale e dando voce ai medici?» si interrogano le Iene. 
 
Sono sempre più diffusi gli appelli delle aziende sanitarie venete alla ricerca di possibili donatori: pazienti tra i 18 e i 60 anni, che non siano mai stati trasfusi (e, se donne, che non abbiano avuto gravidanze), positivi sintomatici, ma negativizzatisi.
 
Gli inviti a farsi avanti arrivano dalle tutte le Usl regionali e quella del plasma iperimmune rimane una frontiera sulla quale il Veneto sembra puntare molto, come dimostra la creazione di una banca del plasma, già in primavera. «Ma solo per portare avanti gli studi» spiega Viola. «Non possiamo dire che il plasma iperimmune sia la cura, perché mancano gli studi clinici a sostegno di questa tesi». 
 
Ma in cosa consisterebbe il trattamento? Nel prelievo del plasma di soggetti guariti dall’infezione, con successiva somministrazione ai pazienti ora positivi, così da rifornirli degli anticorpi che erano già stati sviluppati nel sangue dei guariti.
 
«Il plasma che viene prelevato ai guariti e, trattato, viene trasfuso ai malati contiene immunoglobuline. Queste sono state prodotte nell’organismo della persona a suo tempo malata dai linfociti B in risposta all’infezione» spiega Gianluca Gessoni, primario del Servizio Immunotrasfusionale dell’Usl 3 di Venezia.
 
«Rimaste nel sangue prelevato e conservato, quando questo è trasfuso in un malato, le immunoglobuline la aiutano a combattere l’agente patogeno andandosi a legare ad esso e neutralizzandolo».
 
Una spiegazione di fronte alla quale parte del mondo scientifico tende a rallentare. «La situazione attuale è quella riportata da Cochran e cioè che al momento non è possibile dire se questa immissione funziona. Il risultato di certe esternazioni è indurre la gente a pensare che sia una soluzione che vogliamo tenere nascosta per chissà quale motivo. Sto ricevendo messaggi da parte di pazienti che mi chiedono come cambiare ospedale, dato che nella loro struttura non è un servizio attivo» prosegue Viola.
 
«Ben vengano le iniziative delle Usl alla ricerca di volontari, ma la gente non pensi che sia la soluzione per sconfiggere il virus. Ci sono ancora troppe variabili in gioco: la concentrazione di anticorpi neutralizzanti nel plasma donato, di anticorpi neutralizzanti nel plasma del paziente, lo stato infiammatorio e immunitario del paziente, la tempistica e il dosaggio di somministrazione, lo stadio della malattia. Per questo è difficile capire se la terapia funziona perché, in assenza di protocolli standardizzati, la variabilità è troppo alta. Dobbiamo basarci su fatti e non creare false aspettative».
 
Pronta la risposta delle Iene: «Visto che non esiste una cura standardizzata e certificati la cosa migliore sarebbe aspettare il risultato degli studi aspettando che le persone muoiano o come si è fatto dall’inizio pandemia provare con tutto quello che sembra funzioni? Chi danneggia la salute pubblica? Noi che diamo voce ai medici in prima linea o chi non ha fatto il suo dovere rendendo possibile la donazione e la raccolta del plasma iperimmune?».

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