Nuovo Coronavirus, anziani e mortalità: tutti i dati del Veneto

Dalle fasce di età più a rischio alla relazione fra patologie e decessi, dalla vita degli anziani in Regione al confronto con le statistiche nazionali: tutti dati su come il Veneto ha reagito allo tsunami covid-19

 
 
C’è un giorno simbolico per l’Italia e per il Veneto nella storia della diffusione dell’epidemia di Covid-19. Una data che ha cambiato per sempre il corso del 2020 e che, probabilmente entrerà nei libri di storia. Il 21 febbraio scorso, immediatamente dopo la conferma del caso zero di Codogno, muore un uomo di 77 anni in provincia di Padova, a Vo’ Euganeo.
 
Si chiama Adriano Trevisan ed è un ex imprenditore edile, oggi pensionato e padre di tre figli. L’uomo è ricoverato da giorni nell’Ospedale di Schiavonia per una “polmonite atipica”, ma non è mai stato in Cina, né ha avuto rapporti con la comunità cinese.
 
Nell’Italia pre Covid-19 basta questo a scongiurare il rischio contagio. E il tampone viene effettuato solo quando in ospedale arriva un altro paziente che presenta gli stessi sintomi, immediatamente dopo la scoperta del “caso zero” di Codogno. Per l’Italia è l’inizio di uno tsunami devastante e di una preoccupante deduzione: casi distanti che non hanno mai viaggiato in Cina indicano una sola cosa, ovvero che il contagio potrebbe essere molto più capillare e diffuso di quanto si immagini e che la ricerca del “paziente zero” è purtroppo un’utopia. 
 
Due mesi e mezzo dopo lo Stivale fa registrare oltre 200mila casi totali con una media di oltre 30mila decessi. Numeri impensabili rispetto a qualche mese fa che si sono tradotti in mesi di lutti, crisi economica e dolorose privazioni. Ma, al di là di quanto si poteva ipotizzare (e temere) allora, tanto la diffusione del virus, quanto  la sua letalità, non è stata uniforme in tutta la Penisola. 
 
 
A pagare il prezzo più alto sono state sicuramente le regioni del Nord, ma in particolar modo la Lombardia che detiene il triste primato di quasi la metà dei decessi a livello nazionale e ben il 37% dei casi. Numeri allarmanti che fanno della Regione un caso unico a livello italiano e mondiale. Seguono Piemonte ed Emilia Romagna, con medie rilevanti di decessi e contagi.
 
Il Veneto con poco più di 6500 positivi e 1500 vittime al 7 maggio 2020, aveva l’ 8.5% dei contagi nazionali e il 5.3% dei decessi per Covid-19 dell’intero stivale. E se il tasso di letalità medio per Covid-19, ovvero il rapporto tra contagi e decessi, in Italia si aggira attorno al 10%, quello veneto è dell’8.5%. Parliamo di 10 punti in meno quello registrato in Lombardia (18%), sei rispetto a regioni come Emilia Romagna (14.2%), Marche (14.6%) e Liguria (14.5%).
 
Una media che, come avvertono virologi ed epidemiologi, potrebbero essere ampiamente sovrastimata. Il numero di casi positivi potrebbe infatti essere ben superiore a quello registrato dalle autorità sanitarie: un’eventualità che farebbe scendere il tasso di letalità della malattia complessivo (anche in regioni come la Lombardia) verso livelli sicuramente più accettabili. Quel che è certo è che il Veneto, con quasi 450.00 tamponi effettuati,  è tra le regioni più scrupolose d’Italia per il monitoraggio della malattia e l’accertamento di nuovi casi positivi. 
 
È possibile però che, come esiste una larga maggioranza di casi non accertati, esistano anche un largo numeri di decessi non attributi al Covid. Un ipotesi fatta propria dall’Istat in un’indagine sui decessi del primo trimestre del 2020. Secondo l’Istituto Nazionale di Statistica i decessi sono aumentati in Italia, nel periodo compreso tra 21 febbraio e 31 marzo, del 38,7% su scala nazionale rispetto alla media dello stesso periodo nel quinquennio compreso tra 2015 e 2019. Valori in cui il Covid potrebbe aver giocato un ruolo fondamentale, come dimostra il netto incremento di città particolarmente martoriate dell’epidemia come Bergamo (+598%), Cremona (+391%) e Lodi (+370%). E in Veneto? 
 
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In generale in Regione l’aumento percentuale dei decessi è stato complessivamente del 24%, una media purtroppo alta, ma inferiore al valore nazionale. A livello provinciale l’incremento dei decessi è più visibile nelle province maggiormente colpite dall’epidemia  come Treviso e Verona, appare invece meno significativo in province, come quella di Belluno, dove l’impatto del Covid-19 è stato meno devastante. Segno che l’epidemia ha sicuramente avuto un ruolo non marginale in questi valori. 
 
 
Quello che appare evidente però, osservando attentamente i dati dell’Istituto Superiore di Sanità e quelli provenienti dalla sanità veneta è che il rischio non è lo stesso per tutti. Sebbene esistano casi di persone giovani, e prive di patologie, colpite duramente dal Covid-19, la malattia non colpisce ugualmente tutta la popolazione. 
 
 
Se ad oggi l’età media di positivi al Covid-19 è stata di 62 anni, quella media delle vittime è invece di 81 anni. Oltre l’85% dei decessi coinvolge pazienti con più di 70 anni di età, mentre la soglia si affievolisce molto per quanto riguarda i pazienti più giovani.
 
I tassi di letalità variano dal 2.5% per la fascia di età compresa tra i 50 e i 59 anni, fino a salire al 29.6% per le persone comprese tra gli 80 e gli 89 anni, la fascia di popolazione più esposta al decorso severo della malattia. Molto più marginali invece sembrano i rischi al di sotto dei 30 anni (0.3% per la fascia 30-39 anni e 0.1% per quella compresa tra 20 e 29).  La media nazionale rispecchia fedelmente anche quello che si osserva in Veneto. 
 
 
Anche nella Regione a essere più a rischio sono le persone di età avanzata: il 92% dei decessi attribuiti al Covid-19 in Veneto ha riguardato persone con più di 65 anni di età. Appena lo 0.3% ha invece colpito persone con meno di 45 anni. Una prerogativa che gli esperti correlano anche alla presenza di numerose patologie concomitanti. 
 
 
In uno studio condotto su oltre 2000 decessi, da parte dell’Istituto Superiore di Sanità, si è scoperto che oltre il 60% delle vittime aveva tre patologie croniche concomitanti, mentre la mortalità sembra essere spesso coincidere con la presenza di almeno una malattia cronica. E il punto è che quando si pensa a “patologie preesistenti” non si deve per forza pensare a malattie mortali o fortemente invalidanti. 
 
 
Una delle malattie riscontrate più frequentemente nelle vittime di Covid-19 è l’ipertensione, seguono diabete, cardiopatie, insufficienza renale e molto altro. Malattie comuni dopo una certa età e ben controllabili, ma che rendono il decorso del Covid-19 spesso infausto. 
 
 
E forse per capire il potenziale distruttivo del Covid, è utile incrociare i dati Istat con quelli dell’Istituto Superiore di Sanità: il fotogramma è quello di un Paese, e una Regione, che invecchiano a ritmi sostenuti. 
 
 
Gli ultrassentacinquenni erano il 18.3% della popolazione complessiva del Veneto e il 18.7% di quella italiana nel 2002. Nel 2018 aumentano di ben quattro punti percentuali: nella Regione ormai il 22% degli abitanti ha oltre 65 anni, quasi un quarto della popolazione. Una dinamica sulla quale influiscono più fattori, a volte negativi come scarsa natalità e saldo demografico negativo, a volte positivi come migliore longevità e migliore qualità della vita. Negli anni la vita media dei veneti si è alzata notevolmente a ritmi dell'aspettativa di vita media riscontrata nel resto del Paese.
 
 
La vita media degli uomini in Veneto è aumentata di quattro anni rispetto al 2002 ed è mediamente superiore di cinque mesi rispetto alla media nazionale. 
 
 
Anche la vita media femminile si è allungata di un anno e due mesi rispetto al 2002, allineandosi con quella che è l’aspettativa di quella registrata in ambito nazionale per quanto riguarda le donne. Ma se aumentano gli anziani in buone condizioni di salute è indubbio che esista una correlazione fra terza età e l’insorgere di patologie croniche e invalidanti.
 
 
Secondo l’Istat, dopo i 55 anni, più della metà degli italiani presenta almeno una patologia cronica. Tra i 65 e i 74 anni quasi il 50% è affetto invece da due patologie croniche; dopo i 75 anni la percentuale è addirittura superiore al 66%. E se correliamo l’incidenza delle malattie preesistenti nel caso delle vittime del Covid 19 e la loro incidenza nella popolazione italiana, soprattutto anziana, si può intuire il perché dell’alto tasso di letalità tra i più anziani. 
 
 
In particolare l’ipertensione arteriosa che rappresenta una costante nel caso delle complicazioni da Covid-19 è presente in oltre il 40% degli italiani e in oltre il 66% di quelli sopra i 75 anni. Analogo discorso può essere fatto per il diabete che sopra i 75 anni colpisce quasi il 20% della popolazione, così come altri fattori di rischio molto diffusi restano le bronchiti croniche e le malattie cardiache: patologie che si diffondono simultaneamente con l’allungarsi dell’aspettativa di vita media. 
 
 
 
Un aspetto che sembra evidente è che il nuovo coronavirus ci ha portato a contatto con un paese sempre più anziano, dove l’età media si è innalzata in maniera significativa negli anni, uno squilibrio demografico che non viene compensato né dalla natalità che continua a essere scarsa, né dalle condizioni socio-economiche che favoriscono l’emigrazione di molti giovani, né dall’ingresso di “nuovi italiani”, con un paese che da anni si scontra su temi come Ius Soli e regolarizzazione di cittadini immigrati. 
 
 
Nel 2019 in Italia gli ultrasessantacinquenni erano il 22.8% della popolazione generale, la media più alta in Europa. Un primato che condividiamo con un altro paese mediterraneo come la Grecia (22%) e, in qualche modo, la Germania (21.8%), ma che obbliga l’intero Paese a una riflessione sull’efficiente organizzazione di un Sistema Sanitario basato su una realtà sociale che è molto differente da quello di venti o trenta anni fa. Ma le statistiche non sono identiche in tutto lo Stivale. 
 
 
Anche in questo caso il dato che viene dalla Regione è in linea con la media nazionale (22.9%): le persone anziane rappresentano quasi un quarto degli abitanti veneti. Una percentuale che si assottiglia leggermente nelle regioni meridionali, ma che rimane comunque molto elevata. 
 
L’impressione è che il Covid-19 ci abbia portato drammaticamente a contatto con ciò che siamo oggi: una popolazione con un’età media crescente che ha bisogno sempre più di strutture sanitarie efficienti e capillari per garantire livelli di benessere anche nella terza età. Come disse la figlia della prima vittima di questa mattanza cominciata lo scorso febbraio: “Mio padre non è un numero”. Un insegnamento valido oggi più che mai, nel momento in cui numeri sono diventati una pioggia di informazioni dalla quale è difficile districarsi. Ma dalla quale si possono estrapolare anche suggerimenti preziosi per ripartire.