"Gentilini pericoloso, meglio in cella"

Il giudice Luca Marini

Le motivazioni-choc della condanna: "La sua è pulizia etnica, razziale e religiosa"

VENEZIA. Per il giudice veneziano Luca Marini, che ha condannato Giancarlo Gentilini per istigazione all’odio razziale, la pena detentiva «meglio si sarebbe attagliata alla grave pericolosità della condotta» assunta dall’imputato.

Lo ha scritto nelle sei cartelle di motivazioni della condanna (4 mila euro di multa e divieto di partecipare ad attività di propaganda elettorale per tre anni, pena sospesa grazie alla condizionale) che il magistrato ha depositato nei giorni scorsi. Ad evitare all’ex sindaco e attuale vice sindaco di Treviso una pena detentiva sono state la sua incensuratezza (nessuna condanna precedente) e la sua positiva attività amministrativa passata nonostante si ricordi che cosa ha portato nella ex Jugoslavia l’incitamento all’odio razziale.

Gentilini doveva rispondere di istigazione a commettere atti di discriminazione razziale durante il suo comizio del 14 settembre 2008 a Venezia. Il giudice Marini spiega che il reato di cui è accusato «è da considerarsi posto ai vertici gerarchici delle fonti di diritto, sanzionando condotte non giustificabili neppure con invocazione di altri principi di libertà individuale con essa potenzialmente confliggenti», come la libertà di manifestazione del pensero, che «non costituisce un valore assoluto in sè, ma deve essere coordinata con il contestuale rispetto degli altri valori costituzionalemente garantiti». Tra l’altro il giudice ricorda che neppure la Commissione ministeriale della riforma del codice presieduta dal pm Carlo Nordio e di cui faceva parte lui stesso, aveva epressamente escluso la possibilità di eliminare questo reato.

«Durante la coreografica manifestazione della Lega Nord - ricorda la sentenza - Gentilini, esponente di primo piano del partito, invita gli astanti ad adoperarsi a che non già il singolo straniero delinquente o comunque irregolare venga allontanato, bensì gli appartenenti ad intere categorie etniche e religiose». E ancora il giudice scrive: «Il discorso è rivolto al popolo come un’allocuzione d’impianto messianico, è prestanta quale vangelo secondo Gentilini, decalogo dello Sceriffo». «E cosa vuole il profeta Gentilini?» si chiede Marini. «Prima di tutto la pulizia delle strade da tutte le etnie straniere, che distruggono il nostro Paese...basta islamici, chiudere gli esercizi commerciali degli stranieri, niente neri, gialli, marrone e grigi nelle scuole».

Per il magistrato, Gentilini cercava il consenso ad un programma «di sostanziale pulizia entnica, razziale e religiosa... e lo ha fatto davanti ad una folla plaudente, coesa, adesiva e pertanto suggestionabile, pronta all’acoglienza di un siffatto verbo non certo un metafora, ma in concretezza». Nella sentenza si afferma che Gentilini era pienamente consapevole «circa l’influenza del propprio pensiero rispetto alle aspettative e al livello di adesione» di chi lo ascoltava. «Sarà sufficiente rammentare - conclude il magistrato - che non sono trascorsi neppure 10 anni dalla conclusione delle guerre jugoslave, là dove regimi democratici ma ispirati a rigidi principi di identità etnica hanno determinato conflitti dalle più tragiche conseguenze umane: il genocidio è ancora una realtà in Europa».
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