Viola Davis: "Ho passato la maggior parte della vita a non sentirmi a mio agio nella mia pelle"

Candidata agli Oscar per il ruolo della protagonista di Ma Rainey’s Black Bottom, dedica da sempre il suo talento e la sua vita alla lotta contro le discriminazioni razziali e di genere, ma anche per abbattere gli stereotipi più scontati sul capitolo bellezza, offrendo un’immagine femminile potente, problematica, piena di sfaccettature

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La conquista dell’autonomia, il retaggio della sofferenza, la liberazione dal male dentro. E poi un brivido di energia, una consapevolezza di sè, una forza interiore talmente marcata da diventare contagiosa. Dalla sua vita complessa Viola Davis, nata a St. Matthews, nella Carolina del Sud, l'11 agosto 1965, ha tratto una lezione importante che oggi è la sua bandiera, sventolata con orgoglio, per ricordare a tutti che c’è sempre una possibilità di riemergere, anche dalle condizioni più disperate: "Più mi ritrovo in una posizione influente, più capisco di essere portavoce di tante altre persone che non hanno la possibilità di dire la loro, e più sento di ricevere fiducia". Il mestiere d’attrice, che le ha fatto guadagnare la sua ultima nomination per il ruolo della protagonista di Ma Rainey’s Black Bottom, è una scelta viscerale, ma anche un mezzo per comunicare al meglio il suo messaggio di vita: "Sono diventata artista, e grazie a Dio se l’ho fatto, perche noi artisti siamo gli unici a fare un lavoro che celebra il senso del vivere la vita". Nel suo caso la decisione si è arricchita di valori, ha significato diventare esempio per tante donne di colore, abbattere gli stereotipi più scontati sul capitolo bellezza, offrire un’immagine femminile potente, problematica, piena di sfaccettature: "Non mi lamento, e faccio quest’affermazione in tutta onestà, ma la verità è che ci sono veramente poche donne nere nei ruoli di punte di diamante dei film. E questo non accade perchè non siamo in grado di esserlo, ma perchè c’è ancora molto da combattere".

 

Gli anni della formazione

Un’arte, quella della lotta, che per Viola Davis è stata pane quotidiano, fin da quando, dopo un’infanzia in assoluta povertà, a Central Falls, Rhode Island, quinta di sei figli, con un padre alcolista, ha iniziato a seguire la madre Mae Alice, attivista e operaia, nelle manifestazioni per i diritti civili. L’arresto, insieme alla mamma, durante una di quelle mobilitazioni è diventato il marchio di fabbrica della sua personalità: "Da quel momento ho capito che avrei dovuto costantemente combattere, per me, per i miei figli, per i miei diritti". L’amore per la recitazione nasce durante gli studi alla Central Falls High Schools, cresce sui banchi del Rhode Island College e si definisce alla Juilliard School di New York City dove Davis inizia a divorare i testi di James Baldwin, Claude Brown, Nikki Giovanni e Malcolm X: "Leggevo tutto, avevo una gran fame di apprendere".

Il teatro, un amore travolgente

Il teatro diventa presto il primo amore e resta, ancora adesso, più travolgente di quello per il cinema: "Sì, è vero, sul palcoscenico mi diverto di più, il teatro non ha bisogno di macchine, entri in scena e sei te stessa, è questo il motivo per cui ho iniziato da lì, innamorandomi di tutti, da Skakespeare a Miller. Il pubblico che viene a vederti in palcoscenico, non pensa alla tua età e nemmeno al tuo sex-appeal, cerca solamente un’esperienza umana autentica". Ovvero qualcosa in cui Viola Davis è altamente specializzata. Durante la Festa del cinema di Roma del 2019, ospite della rassegna diretta da Antonio Monda, Davis aveva ricevuto il Premio Marc’Aurelio alla carriera dalle mani di Pierfrancesco Favino: "Signora, la prego - le aveva detto l’attore tra gli applausi - mi lasci libero. Sono ossessionato dal suo talento, da quando l’ho vista in quel monologo del "Dubbio" ripenso a lei ogni volta che recito". Dall’America la diva Meryl Streep l’aveva salutata con un videomessaggio: "Cara Viola, oltre a essere un fenomeno di attrice, comunichi un’empatia che ti rende un essere umano speciale. Sei la migliore, nessuno può metterlo in dubbio. Congratulazioni cara". Ricevere un endorsment così plateale della più brava di Hollywood ("Meryl fa parte della mia tribù" ha detto Davis una volta) è come prendere la laurea con il massimo dei voti e i complimenti della commissione.

La recitazione come terapia

Eppure Davis non si è mai adagiata sui successi raggiunti e non è mai stata benevola con sé stessa. Fin da quando era ragazzina le sorelle Deloris, Diane e Anita continuavano a ripeterle che era bella, ma per cancellare le sue insicurezze più profonde, per appagare il desiderio di essere apprezzata per quello che è, ci sono voluti, tempo e determinazione: "Quando ho iniziato a recitare, ho capito subito che era un’esperienza molto terapeutica, ne avevo bisogno, mi sono sempre sentita come se fossi incompiuta". Il lavoro ha chiuso il cerchio, la serie dei successi, dal primo Emmy vinto come attrice protagonista nella serie Le regole del delitto perfetto all’Oscar come non protagonista per il ruolo di Rose Maxson in Barriere (quello di Davis era stato uno dei più commoventi discorsi di ringraziamento della storia delle statuette), hanno regalato gioie e soddisfazioni, così come l’unione con il marito Julius Tennon e l’arrivo della figlia adottiva Genesis, ma non hanno mai interrotto l’abitudine all’autocritica. Sulla partecipazione al film The Help, che le ha regalato fama mondiale, Viola Davis è ancora adesso dubbiosa: "Una parte di me sente di aver tradito me stessa e la mia gente - ha dichiarato - perchè ho fatto parte di un film che non era pronto a dire tutta la verità".

Davis, l'Oscar e l'impegno

Un neo che non riguarda l’ultima prova dove Davis recita nei panni della leggendaria Ma Rainey, cantante dalla voce inarrivabile e dal carattere difficile, capace di tenere in pugno con i suoi capricci da diva i produttori discografici bianchi che, nella Chicago del 1927, in una giornata di caldo infernale e tensioni crescenti, sopportano ogni sua richiesta pur di sfruttarne il talento. Per interpretarla, immensa, volitiva, con la scollatura abissale, il trucco sciolto dal sudore e i denti d’oro ben in vista, Davis ha dovuto acquistare molti chili e indossare una cospicua imbottitura che le allargasse punto vita e fondoschiena: "È la voce della vita - dice Ma Rainey nel film -. Non canti per sentirti meglio. Canti perché, cantando, capisci la vita. Il blues ti butta giù dal letto la mattina. Ti alzi sapendo di non essere sola".
Una sensazione che Davis deve conoscere a fondo, perchè è più o meno la stessa vissuta in rapporto alla recitazione. La probabile vittoria agli Oscar, su cui molti sono già pronti a scommettere, segnerebbe, oltre al trionfo personale, una tappa significativa nella storia della protesta contro gli #Oscarsowhite che, pochi anni, fa aveva travolto l’establishment dell’Academy: "Non è giusto limitare la questione della discriminazione solo all’Academy - aveva detto l’attrice durante l’incontro romano -, in America l’intera struttura del potere è molto bianca e molto maschiocentrica. Noi attrici e noi persone di colore vogliamo essere pagati per quello che facciamo, in modo equo. Le cose stanno cambiando, ma c’è ancora un lungo cammino da compiere". Una marcia che, per Davis, non è mai fuori da sé, ma, anzi, riflette la sua personale esperienza: "Ho passato la maggior parte della mia vita a non sentirmi a mio agio nella mia pelle. Ora non è più così".

Per lei, ogni passo coincide con la valutazione dei propri comportamenti. Da quelli cruciali, politici e sociali, a quelli più intimi e personali. Nei discorsi di Davis anche le parrucche, di cui ha raccontato di essere utente appassionata, hanno il loro peso. E non solo perchè, a 28 anni, ha dovuto usarle per risolvere un problema di alopecia areata: "Non vado a dormire truccata e pettinata come un personaggio sexy - ha dichiarato una volta commentando la scena della serie Le regole del delitto perfetto in cui la sua protagonista, in un momento di sconforto, leva trucco e parrucca -.  Non è umano, le donne tolgono la loro parrucca, in particolare quelle africane che le indossano quasi sempre, e anche il make-up. Non siamo per forza carine, e non siamo sempre magre e in forma. Alcune di noi hanno una voce molto profonda, e bisogna accettarlo".