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Cantautori italiani: la scelta impossibile

Cantautori italiani: la scelta impossibile

Come Montecchi e Capuleti ci stiamo schierati nell'impossibile esercizio di stilare una lista, molto limitata, dei migliori

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Il mio amico è troppo onesto per giurare di essere lo stesso uomo di ieri. C’è stato un tempo non molto distante in cui saliva su un vecchio furgone diretto da nord a sud, suonava con la sua band ai margini delle pizzerie, approntava i banchetti per vendere i cd con la sua voce a non più di quindici persone e si dava il cambio alla guida per viaggiare di notte e risparmiare sui costi dell’albergo. E c’è un altro tempo, il tempo di oggi, in cui riempie le arene, i dischi non esistono quasi più e qualcuno si prende la briga di diffondere le sue parole con altri mezzi facendole diventare, come dice il suo manager, delle hit. È cambiato tutto, ma in fondo, giura lui: «Della passione che nutrivo a vent’anni e mi faceva stare sveglio tutta la notte per comporre non è cambiato niente. Quella passione, identica, è sempre con me». 
Continua a cantare e lo fa in un teatro, in un palazzetto dello sport o seduto su una poltrona a casa sua, in tuta, a piedi scalzi, sentendo, giura: «la stessa adrenalina di quando ero ragazzo». Tecnicamente – ha quasi quarant’anni – non lo è più. Ma scrive canzoni in cui senza soffiare sulla polvere mette in fila ricordi che appartengono a tutti ed è davvero felice solo quando parte in tour. Il resto è nostalgia, creazione, attesa. Non si domanda mai perché ce l’abbia fatta, ma cerca di non dimenticare le ragioni che lo hanno spinto ad iniziare. «Ascoltavo i cantanti inglesi, vecchi e nuovi. Non capivo una parola, ma dentro accordi e strofe c’era qualcosa di molto potente che mi scuoteva dentro». 
L’altra sera eravamo a cena con altri amici e abbiamo fatto un gioco: scegliere i cinque cantanti italiani di cui è impossibile fare a meno. Abbiamo immaginato futuri distopici, censure preventive, scenari apocalittici alla Bradbury. Poi abbiamo preso carta e penna e sui volti di tutti è spuntata la sofferenza. «Possiamo salvarne solo cinque dunque?», ha chiesto un commensale picchiando sulla nota dell’indulgenza. «È crudele», ha  risposto gelido chi aveva proposto il gioco: «ma non uno di più». Ognuno dei convenuti ha sgranato il rosario dei propri pezzi preferiti e poi, come accade anche nelle migliori famiglie, dopo un effimero fair play ci si è accapigliati. Chi parteggiava per De Gregori, chi per Guccini, chi per Paolo Conte. Chi sentenziava massime sfiorando l’aggressione verbale: «Non mettere Battisti, Venditti e Dalla in una classifica del genere non ha cuore né cervello», chi era impegnato a restituire l’onore delle armi a Battiato «forse vi sfuggono certi capolavori», chi invitava a non sottovalutare «Fossati, Bennato e Vecchioni», chi rilanciava con Mina, Vanoni e Caterina Caselli, chi giocava alla contemporaneità con Ariete e Franco126, chi dubitava dei Måneskin, chi intonava Baglioni a squarciagola per ricordare, soprattutto a noi stessi, che non esiste un’età per i sentimenti e che siamo, sempre, cieli senza angoli. 
Alla fine della serata eravamo stremati. Il dolce sembrava amaro. Il clima si era raffreddato. Guelfi e Ghibellini, Montecchi e Capuleti: sempre la stessa storia. Per la musica, per il calcio, per la politica. Ognuno era rimasto della propria idea e, forse per non salutarci in cagnesco, abbiamo ecumenicamente convenuto di aver avuto dei cantautori straordinari. Era l’unico punto su cui eravamo propensi a un’unanimità di facciata e a quello, in mancanza di altro, ci siamo aggrappati come il naufrago alla boa. Nel mare della strada, senza bussole, io e Ilaria avevamo bisogno di un canto delle sirene. Siamo saliti in macchina e senza dire una sola parola abbiamo fatto partire una canzone, poi un’altra e un’altra ancora. Ci sentivamo soli con la nostra libertà e ci siamo persi nella città vuota, con i sacchi di sabbia davanti alla finestra. Roma era vicina e lontana, ma noi cantavamo qualcosa che avevamo già sentito senza aver perso la voglia di leggerci dentro molto più di quel che le parole sembravano suggerire.