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AVRÒ CURA DI TE
Il posto del cavallo
AVRÒ CURA DI TE

Il posto del cavallo

Quel simbolo potente di libertà

2 minuti di lettura

Non c’è più posto per Marco Cavallo. È  troppo grande, ingombra, non serve a niente, per questa ragione il sindaco leghista di Muggia – Paolo Polidori, lo stesso che da vicesindaco di Trieste buttò in una cassonetto le coperte di un senza tetto per dimostrare come avrebbe ripulito la città – ha deciso che la statua simbolo della chiusura dei manicomi in Italia sarà sfrattata dai depositi comunali dove finora trovava alloggio tra un viaggio e l’altro. Marco Cavallo infatti si sposta parecchio, tra festival, congressi, carceri. Da quando quel giorno, il 25 febbraio del 1973, è uscito dal manicomio di Trieste, seguito da un corteo di pazienti, infermieri, medici, familiari dei degenti… seicento persone che avevano partecipato al laboratorio teatrale tenuto dallo scrittore Giuliano Scabbia (che su quella esperienza avrebbe poi scritto un libro). Molti dei quali non uscivano dall’ospedale psichiatrico di San Paolo da anni, da quando erano stati rinchiusi e da quel momento trattati come carcerati. “Le conigliere”, le chiamavano, quei reparti dove stavano stipati, appesi alle grate delle finestre, che adesso sono stati recuperati e sembrano addirittura eleganti. Guidava il corteo Franco Basaglia, che per permettere a Marco Cavallo di lasciare l’ospedale psichiatrico e uscire per strada aveva personalmente abbattuto con una panchina un pezzo di muro. Tutti si accorsero in quel momento che stava accadendo qualcosa di storico, una riforma totale della psichiatrica che sarebbe diventata la legge 180, che prevede appunto la chiusura dei manicomi. 
Marco Cavallo, prima di diventare la grande statua blu che tutti conosciamo, era un cavallo vero. Tirava un carretto che trasportava i panni sporchi dentro il manicomio. I matti si erano affezionati a lui e quando era diventato vecchio, per evitare che fosse mandato al macello, chiesero di poterlo adottare. La lettera con cui si rivolsero all’amministrazione era firmata Marco Cavallo. Nella sua pancia, nella pancia della grande statua blu, avevano messo uno sportello. Nel quale potevano essere nascosti disegni, lettere, fotografie, qualunque cosa i matti intendessero portare fuori, o mettere in salvo. La storia di Marco Cavallo è rimasta nella immaginazione di tutti, più delle fotografie, spaventose, che ritraevano i pazienti legati, nudi, sporchi. Più dei racconti che filtravano, delle pompe di acqua gelata con cui venivano ogni tanto lavati, o sedati, delle terapie violentissime, di come si continuava a tollerare che la malattia mentale fosse un motivo per ridurre esseri umani in uno stadio di schiavitù, privati degli elementari diritti della cittadinanza senza aver commesso il minimo reato. 
Non voglio dire di come la legge 180 sia stata attuata solo in parte, di come sia ancora molto difficile per i familiari occuparsi di una persona con sofferenza psichica. Mancano le strutture, mancano i medici, mancano gli infermieri, mancano i soldi… manca sempre qualcosa in questo Paese per riuscire a portare a termine le imprese che il coraggio di qualcuno ha reso possibili. Non voglio parlare di questo: voglio parlare di simboli. I simboli non si possono scegliere, nessun algoritmo sarà mai in grado di trasformare un gesto – un meme – o una persona in un simbolo, a prescindere dal numero di follower o fan o estimatori. Il simbolo è un’aggregazione cellulare che contiene ragione ed emozione e agisce su una parte del nostro cervello che è collettiva. Il simbolo vale a prescindere dalla cultura che ti ha formato, dal Paese dove sei nato e anche dalla tua condizione sociale. È comprensibile a chiunque, da un bambino e da un adulto e anche dai matti. Soprattutto dai matti, che decifrano il mondo grazie a un lingua diversa da quella che usiamo noi. Marco Cavallo è un simbolo, e rappresenta la libertà, la fuga dall’orrore. Si porta addosso tutta la sofferenza di chi l’ha costruito, e il coraggio. Che in quel mondo non ci sia più posto per lui è un simbolo, un brutto simbolo.  n