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Un matrimonio di uguali
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Un matrimonio di uguali

La sorpresa di sentirsi raccontati nelle parole degli altri

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I sette gentili e sorridenti amici che seguono qui e là i miei disordinati pensieri già sanno che c’è stato un matrimonio, giorni fa, che mi ha fatto riconsiderare la bellezza di un rito di solito molto faticoso per tutti: per l’ansia di preparare ogni cosa affinché sia proprio come deve, come gli altri si aspetteranno che sia – e dunque l’ostentazione, sia detto con affetto per chi si sottopone alla durissima prova, delle proprie capacità organizzative. Ma no, non è detto. Non è obbligatorio fare “come si deve”, si può sempre fare “come si vuole”. Non ne avevo avuto sentore nemmeno questa volta, pensavo a un matrimonio tradizionale ed ero contenta così, contenta comunque, perché amo molto gli sposi – la sposa, in particolare, è mia nonna e mia figlia – ed ero pronta al rito come chiunque si attende che sia. Quand’ecco che mi sono trovata coinvolta in una cerimonia che sembrava un vestito tagliato su misura. Per loro, per noi, per tutti. Racconti, pensieri, promesse, poesie, canzoni. Desideri. Piccoli segreti dispiegati. Sono stati loro, insieme alla celebrante, a disegnare la sequenza di una serie di gesti semplici e bellissimi per arrivare alla fine – dopo un racconto divertente, commovente – alla lettura dei celebri articoli e dunque vi dichiaro, eccetera. 
Avevo assistito molti anni fa al funerale di una zia adorata in cui un tipo dai lineamenti asiatici mai visto prima nella vita si rivolgeva a me chiamandomi con confidenza per nome: con te, Concita, era rimasto in sospeso questo tema su cui lei ha molto riflettuto, e pensa di doverti suggerire questo. Sbigottita dalla precisione di dettaglio di questioni tanto intime ero andata a chiedergli, dopo, quando avesse conosciuto mia zia e dove. Come mai non ci fossimo mai incontrati prima, noi due. Lui, con un sorriso, mi aveva spiegato che era arrivato due mesi prima della sua morte: lo aveva chiamato lei per lasciargli le consegne, sciogliere alcuni nodi, chiarire, dire a ciascuno quel che avrebbe voluto. Un professionista straordinario. Non avevo idea che la stessa cosa potesse accadere ai matrimoni. La celebrante, una giovane donna inglese di nome Clarissa, ha studiato la vita dei due sposi, con affetto gentile: ne ha fatto un racconto, ha cucito un vestito. Si è rivolta agli ospiti raccontando la loro vita da bambini, il loro primo incontro, il ritrovarsi senza quasi riconoscersi, e insomma si è dipanata la storia di due vite come fosse un romanzo, davanti ai nostri occhi e ai loro, sgranati. Perché quando qualcun altro parla di te è sempre una sorpresa, è vedersi nello sguardo di un altro, scoprire pezzi, capire cose. Ci si è quasi dimenticati che fosse un matrimonio, alla fine: c’erano amici che portavano oggetti, ce n’erano altri che leggevano poesie, qualcuno cantava, infine ha cantato la sposa: che ha la voce di sorgente, antica e pura, e questo fa nella vita – per nostra fortuna. Canta. Ma ci tengo a ripetere, ne vale la pena, che prima dello scambio di anelli Erica e Alessandro hanno letto un testo che dice “questo è un matrimonio di uguali”. Lo hanno letto all’unisono, ed è una cosa che fa piangere. Semplice, no? Eppure.