AVRÒ CURA DI TE
Due o tre cose che so sull’aperitivo
AVRÒ CURA DI TE

Due o tre cose che so sull’aperitivo

Ecco a voi dunque, una puntata frivola. E se il tema è la cura, non si capisce perché non si dovrebbe aver cura di uno dei riti più praticati di questi anni

2 minuti di lettura

L’ultimo aperitivo sulla spiaggia, il primo nel localetto sotto casa di ritorno in città, quello della domenica pomeriggio per dimenticare l’appocundria del lunedì che incombe e quello del sabato per lasciarsi alle spalle la pesantezza della settimana… quando volete e ovunque vogliate, ma mi raccomando: bene. Non c’è niente di più deprimente di un aperitivo senza grazia. Quanta insuperabile malinconia in quei salamini che mostrano ancora le stigmate della plastica in cui erano avvolti e che mestizia le olive dimenticate nelle ciotoline senza il loro liquido amniotico per giorni. Chiunque sia vivo in questi anni conosce l’inerte fragranza dei salatini giapponesi arancioni, la cui consistenza ricorda un alito di vento, o quelli verdi, rotondi e durissimi. E se i mini-wurstel stanno diventando finalmente fossili dei 90, i nefasti taglieri, con la loro esposizione di affettati grigio perla e formaggi rinsecchiti, imperano. 
Abbiate pazienza ma l’autunno colpisce duro per tutti e oberati dal dovere e dal sollazzo coatto non abbiam voglia di molta riflessione. Ecco a voi dunque, una puntata frivola. E se il tema è la cura, non si capisce perché non si dovrebbe aver cura di uno dei riti più praticati di questi anni. Perché dovremmo rassegnarci a subire l’ingiuria dell’aperitivo triste, quando è intorno all’aperitivo che gira la nostra vita sociale, dall’abbordaggio al colloquio di lavoro fino alla riconciliazione matrimoniale. Si è detto quindi del pizzettume e di tutta la sua sconcezza. Ma è dell’alcol che tengo a parlare, perché quel bicchiere determina il destino della serata. Di sorso in sorso si costeggia il mal di testa, si sconta l’abbiocco oppure si scala l’euforia e la sicurezza di sé. Per prima cosa dunque non permettete a nessuno di servirvi qualsiasi cosa che non sia un’aspirina effervescente in un bicchiere di plastica. Mai, per nessuna ragione. E se questo significa ribellarsi a qualche ordinanza comunale, fatelo. 
Dalla birra al vino, dallo spritz al gin tonic niente può essere bevuto in qualcosa di diverso dal vetro. Per molte ragioni, la prima delle quali è che il vetro mantiene il fresco, oltre che la dignità di un struttura stabile, che non si deforma tra le mani. Sempre sulla questione plastica (e affini) direi che è arrivato il momento di abbandonare anche le cannucce. Nessuna persona sopra i dodici anni beve qualsiasi liquido con una cannuccia, e un cocktail ben fatto dovrebbe strutturarsi da solo, via via che il ghiaccio si scioglie, senza bisogno di essere continuamente rimestato. Per i timidi che si rifugiano nel ravanare a occhi bassi, funziona bene anche sciaguattare il bicchiere. Ma adesso, visto che la rubrica è mia ed è dal mio sdrucciolevole palcoscenico che conciono, permettetemi di parlare di gin tonic. Mi picco di avere una certa competenza, ma se volete dubitarne non dubiterete, spero, dell’esperienza. Una tour Eiffel di gin tonic mi sta alle spalle, e per questo non mi volto mai indietro. Perennemente sospinta in avanti, come l’Angelus Novus di Walter Benjamin, mi ribello però, e vi chiedo di fare altrettanto, alla dittatura dei gin bar, con la loro scelta infinita e frustrante. Come voi vorrei provarli tutti, e come voi il giorno dopo non ricorderei quelli che ho provato e dovrei ricominciare da capo. Mi lascio sedurre dai profumi regionali, le etichette vezzose, i profumi della macchia mediterranea, ma poi mi pento. I gin sono come i grandi amori: più di uno ma meno di dieci. E un’ultima cosa voglio dirla: abbiate cura che nel vostro gin tonic non entrino cose strane. Sono ammessi il limone, il ginepro, il rosmarino. In certi casi rari il cetriolo, diffiderei del lime. A chi vi propone, chessò, il basilico o lo zenzero opponete un irremovibile rifiuto: l’ho già detto, ne va della buona riuscita della serata.