È CHIARO CHE SIAMO NOI
I segreti di Nebula, il mio cane lagotto
È CHIARO CHE SIAMO NOI

I segreti di Nebula, il mio cane lagotto

Ha affilato la dentatura sull’anulare, baciato l’indice fino ad azzerare la salivazione, offerto il ventre alle più lascive tra le carezze. Mi sono dato e l’ho lasciata fare

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Da due anni incrocio il cane dei miei vicini almeno due volte al giorno. Da questi 730 incontri con il bassotto Aldo non ho ereditato che diffidenza, ostilità e un abbaiare nemico che al principio mi addolorava e adesso – accade così, anche alle persone pazienti – mi arriva come un rumore di fondo al quale do relativo peso. Con Nebula invece è stata subito passione. L’ho conosciuta che aveva poco più di due mesi e fin da subito, con la sconsiderata fiducia che solo i cuccioli sanno nutrire, ha scelto la mia mano per i suoi esperimenti. Ha affilato la dentatura sull’anulare, baciato l’indice fino ad azzerare la salivazione, offerto il ventre alle più lascive tra le carezze. Mi sono dato e l’ho lasciata fare un po’ perché appartiene alla ragazza che venero – di tanto in tanto le rivelo che l’amo, lei non risponde mai, ma un giorno, per dire «anch’io» o «sparisci», per abbandonarsi o rifiutarmi, lo sento, lo farà – e un po’ perché mi piacciono i cani e con gli occhi nascosti dal pelo e quella mantella che somiglia alla barba di un bronzo di Riace, questo mi piace più degli altri. 
È un lagotto, un cane da tartufo e da riporto, giura Wikipedia, un cane d’acqua, un cane che si ferma solo se è dipinto sui quadri del Mantegna o se sta male. L’altra mattina, Nebula stava male. L’ho trovata sotto il tavolo, esanime, immobile, silente. Non muoveva la coda, non nascondeva, una delle sue occupazioni preferite, il muso tra i cavalletti di legno, non dava segni di vita. Ho chiesto cosa avesse, la sua padrona non lo sapeva. «Ha fatto il vaccino» ha risposto, ma nel tono della voce sostava un dubbio. Mi sono avvicinato a Nebula (si chiama così per una commistione di influenze che vanno dalle galassie appena scoperte agli Avengers): respirava a fatica e sembrava una stufa. Abbiamo telefonato a due veterinari. L’uomo che l’aveva in cura fin dall’inizio ha suggerito di portarla per un controllo nel pomeriggio. La donna che non l’aveva mai vista né visitata, interpellata per un consulto, ha solo detto: «Quel tipo di cane somiglia a Satana, che sia immobile è un pessimo segno, è inutile che veniate da me: correte in clinica e fatelo subito». Le abbiamo dato retta e in un nuvoloso venerdì abbiamo raggiunto un minuscolo ospedale ai bordi della vecchia Via Flaminia. Durante il tragitto la ragazza per la quale mi struggo non ha detto una parola. Le carezzavo il ginocchio per darle forza e lei guardava con gli occhi umidi fuori dal finestrino. Si intuiva che era trafitta dal dolore più grande: la perdita che si approssima, il lutto che verrà. Ho simulato tranquillità e sotto il neon, mentre un medico brusco ma realista ci preparava al peggio, quella finzione ha lasciato posto alla preoccupazione. 
Nebula è stata ricoverata, sottoposta a qualche esame, ricevuto una medaglia, la prognosi riservata, leggera come un collare di ghisa. Dopo qualche ora di allontanamento forzato mi sono ripresentato nel tardo pomeriggio per chiedere informazioni e poi, dopo un breve saluto al cane e nonostante il foglio di via: «Gliel’ho fatta vedere solo perché ho capito che è spaventato. Non lo rifaccia perché la chiameremo noi. Venga domani e ne sapremo di più» a tarda notte ho violato la consegna e sotto una luna sinistra ero di nuovo di fronte all’ambulatorio. Ho suonato tre volte, mi si è parata di fronte una donna dagli occhi buoni. Ha portato il cane. Nebula era provata, ma più vivace. Ci siamo seduti per terra, io, la dottoressa e il cane e salvando la forma senza smarrire la sostanza sono andato al punto: «Non si offenda: se il cane fosse suo, lei che farebbe? Non voglio annoiarla, ma qui non si tratta solo di Nebula. Ogni cosa assume un valore simbolico, tutti dobbiamo morire, ma questo cane morire non può». Lei ha capito e ha detto: «Noi i cani li amiamo tutti, ma abbiamo dei limiti. Lo porti in un’altra clinica, come io farei con il mio». «Cos’ha davvero?» ho domandato e lei, come uno sciamano, le ha tastato le zampe: «Forse un male incurabile, forse una poliartrite. Secondo me la seconda». Aveva ragione. 
Il giorno dopo, trascorse ore di paura e di angoscia, in un tempo psichedelico e dilatato, il prodigio si è compiuto e Nebula è tornata a casa con molte ricette e qualche pillola. A divorare battiscopa e a pisciare sul pavimento. La ragazza che adoro è tornata a sorridere e i suoi segreti, adesso, sono un po’ meno misteriosi.