AVRÒ CURA DI TE
Bambini inadatti
AVRÒ CURA DI TE

Bambini inadatti

Adattarsi, questo è il titolo del romanzo, si sviluppa per alcuni anni. Accadono molte cose, leggetelo, è uno di quei libri che tira il lettore verso un centro, immobile ed eterno, che riordina le priorità.

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"Un giorno, in una famiglia, nacque un figlio inadatto”. Inizia così il romanzo di Clara Dupont-Monod, pubblicato in Italia dalle Edizioni Clichy. Inadatto è un aggettivo brutto e umiliante, scrive, ma dà conto dell’assenza e della mollezza, della eccezionalità rispetto al quadro funzionale tradizionale (una mano serve ad afferrare, le gambe a camminare) che caratterizzano il bambino: della sua assenza. Come un’ombra nell’angolo del quadro, scrive, allo stesso tempo intrusa ma voluta dal pittore. Il bambino è molto bello, ha guance rotonde e pallide e grandi occhi scuri. Ma non parla. Piange, sorride, prende il biberon ma non ha interesse per i volti, i sonaglini, i giochi. I suoi grandi occhi scuri vagano senza mai posarsi su niente. 
Un giorno la madre si inginocchia davanti a lui e gli passa, dolcemente, un’arancia davanti agli occhi. In questo modo si accorge che il bambino è cieco. A quel figlio inadatto il medico interpellato profetizza una vita molto breve e nessun miglioramento. Nei tre anni circa che avrebbe avuto a disposizione, sarebbe rimasto come un neonato, incapace di parlare, camminare e fare qualunque altra cosa, dice il medico, perché il cervello non trasmette ciò che deve. Per accompagnarci in questa storia, Clara Dupont-Monod utilizza un accorgimento letterario bizzarro: lascia che siano le pietre a raccontarla. Le pietre rossastre della casa sui monti, testimoni millenarie della storia e di questa famiglia. Composta, oltre che dal bambino e i genitori, da un fratello maggiore, una sorella minore e un ultimo, che arriverà sulla scena soltanto alla fine, quando tutto quello che doveva accadere sarà accaduto. Le pietre, amiche dei bambini, narrano con epica saggezza lo svolgersi del dolore e dell’amore, partendo dall’affetto misterioso che si sviluppa tra il bambino e il maggiore, che gli somiglia e diventa l’interlocutore privilegiato di quel silenzio, segnato da minuscoli, quasi invisibili cambiamenti di umore: sospiri, sorrisi, una lieve contrazione delle dita. Il maggiore lo lava, lo cambia, lo nutre, torna in fretta dalla scuola per occuparsi di quel fratello che gli insegna la pazienza. Che gli consegna un messaggio arrivato da lontano “che richiamava la quiete della montagna, la presenza immemore di una pietra o di un corso d’acqua, la cui presenza basta a se stessa. Agiva in lui la sottomissione alle leggi del mondo e ai suoi incidenti, senza ribellione o amarezza. Il bambino era lì, come una zolla di terra”. 
Adattarsi, questo è il titolo del romanzo, si sviluppa per alcuni anni. Accadono molte cose, leggetelo, è uno di quei libri che tira il lettore verso un centro, immobile ed eterno, che riordina le priorità. Ne parlo qui perché i figli inadatti sono tanti, e la loro impossibilità ad adattarsi può avere diversa gravità. Ma sempre si riconduce a una norma, dalla quale differiscono, anche di pochissimo. Gli inadatti sono gli esseri viventi verso i quali dovremmo avere più cura. Tutti, non solo le madri e i padri, sui quali ricade tutto il peso e la fatica. E non per bontà, ma perché le comunità sono composte di esseri diversi. Cani, neuroscienziate, bambini petulanti, gatti spelacchiati, nonni scoreggioni, quelli che non sanno giocare a padel e quelli che non sanno scrivere, i grassi, le altissime, quelli coi tatuaggi e quelli balbuzienti. Per distrazione, ci capita di pensare che solo gli eccellenti mandano avanti il mondo e lo rendono un posto migliore. 
Ma sappiamo bene che non è così. Che i migliori sono in grado di costruire la bomba atomica e gli inadatti possono scrivere L’infinito. Non è dunque per bontà che dovremmo aver cura l’uno dell’altro, ma perché l’altro è sempre un mistero, e quel mistero va preservato, protetto. Non sai mai in quale momento dirà la parola, o farà il gesto che potrebbe trasformare la tua vita in quello che avresti sempre desiderato, o il mondo in un paradiso. Soltanto le pietre lo sanno, e i bambini.  n