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Mall: ecco come cambiano i grandi centri commerciali

Foto di Stephen DiRado
Foto di Stephen DiRado 
Una previsione li dava per morti entro il 2025. Eppure i mall, simbolo di un sogno a stelle e strisce di periferia, non hanno esaurito la loro funzione sociale. Qui ce la racconta la storica dell’architettura Alexandra Lange
3 minuti di lettura

C’è stato un momento in cui, resi infrequentabili dal Covid, gli sterminati centri commerciali sembravano spacciati. Da tempo poi, su di loro incombeva anche l’escalation degli acquisti online e la previsione della chiusura di un quarto degli oltre mille mall americani entro il 2025, appariva perciò corretta e sufficiente a giustificare l’ennesimo necrologio per questo simbolo del sogno americano, nato negli anni Cinquanta per rivitalizzare le periferie del dopoguerra. Eppure potrebbe essere una previsione affrettata: come un giardino che si adatta al clima, il mall sta rinascendo puntando, più che sul commercio, sulle altre risposte che offre alle esigenze della comunità. Due tra tutte: essere l’occasione di una socialità sensoriale, diretta, casuale e uno spazio di libertà (da noia, solitudine, scarsità di stimoli, soprattutto per giovani e anziani). Nella dettagliatissima indagine Meet Me by the Fountain. An Inside History of the Mall (Bloomsbury), la storica dell’architettura Alexandra Lange invita a immaginare il futuro dei centri commerciali – inventati da Victor Gruen, un architetto socialista fuggito negli Usa da Vienna – come a un luogo pubblico, inclusivo, attento a soddisfare bisogni culturali e d’intrattenimento, incubatore per business di immigrati, sede di coworking o scuole. Una democratizzazione degli spazi in cui i negozi saranno la cornice. Così da non perdere quella potente sensazione di spaesamento, che ha reso di nuovo popolari i mall nella puntata di Strangers Things in cui Undici va a fare shopping dall’amica Max. Madonna canta Material Girl e lei apre la scatola delle meraviglie. Abbiamo intervistato Alexandra Lange.

Alcuni scatti del vasto progetto fotografico Mall Series di Stephen DiRado che, dal 1984 al 1986, ha documentato i clienti del Worcester Center Galleria. Considerato tra i migliori mall del New England, è poi decaduto ed è stato demolito nel 2006.
Alcuni scatti del vasto progetto fotografico Mall Series di Stephen DiRado che, dal 1984 al 1986, ha documentato i clienti del Worcester Center Galleria. Considerato tra i migliori mall del New England, è poi decaduto ed è stato demolito nel 2006. 

Qual è lo stato di salute dei mall?
«Non c’è una risposta univoca, come per il destino di ogni grande struttura urbana. Il loro stato di salute dipenderà dalla creatività con cui se ne affronterà l’evoluzione, fondamentale anche per quella delle comunità periferiche, non solo degli Stati Uniti. La quota di e-commerce, al 15% prima del Covid e raddoppiata durante la pandemia, ha iniziato a scendere. Quindi per i mall è andata meglio del previsto».

Quali pregiudizi dobbiamo abbandonare?
«Per le persone di sinistra il mall è un simbolo del capitalismo e dello sfruttamento del lavoro. Capita, ma non è la regola. Dovremmo riflettere sul fatto che, nato per il consumo, è più il risultato di come la comunità l’ha trasformato. Non è la conseguenza delle scelte dell’architetto, ma delle storie che ci abbiamo portato noi. È un luogo di memorie. Si pensi alle tante prime volte accadute nei centri commerciali. E come farebbero i ragazzini del Minnesota? Non hanno le calde piazze italiane. Quando scrivo di chi va a spasso nei mall, penso alla gente che passeggia senza comprare, per vedere e farsi vedere».

Senza mall, che cosa perderemmo?
«Un luogo pubblico dove, per incontrare gli altri, non è necessario fare programmi. Nelle periferie urbane, a parte chiese e scuole, cosa c’è? Le persone se ne stanno a casa o girano senza fine in auto. I mall offrono casualità, e questa, quando ogni conversazione o attività è mediata dall’artificio e dalla programmazione in orari stabiliti, è importante. E permettono di socializzare al di fuori della propria classe sociale».

Invitato a redigere un manifesto in lode dei mall, lo scrittore Ray Bradbury celebrò, pensando ai ragazzini, il piacere di “perdersi” in modo “sicuro”. Ai tempi dei social media, come attrarli?
«Penso che l’esperienza del confinamento per Covid sia stata frustrante. A differenza del virtuale, i mall non offrono loro il “tutto”, ma il “molto”, con l’aggiunta però dei nostri sensi».

Foto di Stephen DiRado
Foto di Stephen DiRado 

I mall stanno diventando più sostenibili rispetto all’ambiente?
«La catena Whole Foods ha installato pannelli solari nei parcheggi, ma è appena l’inizio. Altri, in accordo con le autorità pubbliche, stanno espandendo le aree verdi a scapito del cemento. Un caso esemplare è il centro di Meriden Green nel Connecticut, come altri – si pensi alla Florida –  costruito sopra zone umide. Dopo due allagamenti che hanno fatto fuggire gli ultimi negozi, è intervenuto il Comune: ha tolto parte delle coperture, lasciato il fiume libero di scorrere in mezzo alla struttura rimanente, e costruito due chilometri di passeggiata nella natura, un anfiteatro e un mercato per i coltivatori. Meriden Green insegna che non occorre abbattere i mall in crisi; meglio ricondurli alla loro natura originaria. Questa riconversione verde è ancora più necessaria per tanti bellissimi grandi magazzini europei».

Ci sono esempi in cui la decisione di puntare sulla funzione pubblica dei mall si è dimostrata economicamente valida?
«Ha avuto successo chi si è avvicinato alla società locale, promuovendo cibi, consumi e culture diverse. La rinascita è legata anche alla diminuzione degli affitti e alla collaborazione tra pubblico e privato. Un caso da manuale è il Lloyd Center a Portland: uno spazio in crisi è diventato una lavagna bianca su cui i locali hanno iniziato a “scrivere” il loro futuro: in un ambiente luminoso, economico, ricco di energia e parcheggi. Molti negozi alternativi che mai avrebbero lasciato il centro, hanno scelto di trasferirsi lì. La catena Blue Zoo ha approfittato degli spazi rimasti vuoti in cinque mall per installare aquari tra i negozi, diventati attrazione per le famiglie».

E in altri Paesi?
«Il Forum di Groningen, in Olanda: un investimento di cento milioni di euro con cui la città ha messo a disposizione del pubblico dieci piazze, una sopra l’altra. Tra le offerte, anche una biblioteca su più piani».

Quali altri utilizzi auspica?
«Ci vogliono visionari e progetti ambiziosi. Dopo il ripensamento del lavoro causa pandemia, possono diventare coworking. A Austin, Texas, una partnership ha trasformato l’Highland Mall in un college universitario. Lo studio BGK Architects ha creato ampie finestre e aperture nel tetto, trasformando quella che era una triste scatola di calcestruzzo».  

Foto di Stephen DiRado
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