Storie
Dario Argento. The Exhibit (dal 6 aprile al 16 gennaio 2023).
Dario Argento. The Exhibit (dal 6 aprile al 16 gennaio 2023). 
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Dario Argento non crede all'inferno. E si racconta così

"Nell’aldilà ci ritroveremo tutti insieme, buoni e cattivi". Alla vigilia di una grande mostra a Torino sulle sue 'ossessioni' cinematografiche, il Maestro ci consegna un bel racconto di sé

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A uno che ama la solitudine, ovvio che omaggi e bagni di pubblico facciano paura. «Dovrò fare un incontro, spero non troppo lungo perché dopo un po’ che parlo mi va via la voce». Ma è un timore minore se paragonato alle inquietudini che lui ci ha suscitato per decenni.

La mostra Dario Argento. The Exhibit, al Museo nazionale del cinema della Mole Antonelliana di Torino (dal 6 aprile al 16 gennaio 2023) è comunque la più ricca mai dedicata al regista. Immagini, cimeli, installazioni, costumi che raccontano i suoi film, da L’uccello dalle piume di cristallo del 1970, fino all’ultimo, Occhiali neri, presentato in anteprima alla Berlinale lo scorso febbraio. «Ci sarà la testa del pupazzo meccanico costruito da Carlo Rambaldi per Profondo rosso, girato proprio a Torino, insieme ad altre “creature” di Sergio Stivaletti, che ha curato gli effetti speciali di molti suoi film», racconta orgoglioso Domenico De Gaetano, direttore del Museo e co-curatore della mostra insieme al critico cinematografico Marcello Garofalo. «Ma il pezzo più prezioso è la spilla realizzata da Bulgari per Inferno».

Dario Argento, 81 anni. Al regista e sceneggiatore il Museo nazionale del cinema di Torino dedica la mostra Dario Argento. The Exhibit (dal 6 aprile al 16 gennaio 2023).
Dario Argento, 81 anni. Al regista e sceneggiatore il Museo nazionale del cinema di Torino dedica la mostra Dario Argento. The Exhibit (dal 6 aprile al 16 gennaio 2023). 

Argento, 81 anni portati con dolcezza, vive felicemente da solo in un piccolo appartamento-studio a Roma. «Sono un fautore della solitudine, ti permette di avere tempo per pensare, immaginare, leggere, guardare la tv. Cosa? Non le serie, già il fatto che siano in più episodi mi innervosisce», sorride. Nessuno dei pezzi in mostra è stato fornito da lui, per la semplice ragione che non ha tenuto nulla dei suoi film. «Perché? Non lo so. Ho cercato di conservare solo i libri che hanno scritto su di me, come alcuni saggi giapponesi sulla psicoanalisi del mio cinema. Ci tenevo molto, ma non li trovo più. Qualcuno me lo hanno rubato, altri li ho persi nei traslochi. Nel corso della vita, ne avrò fatti una dozzina. Ho iniziato a vagabondare da ragazzo e non ho più smesso. Mi piace cambiare ambiente, vicini, vedere un panorama diverso dalla finestra». A Roma, in realtà, non si è quasi mai allontanato dal quartiere Coppedé, il più “argentiano” della capitale, dove ha ambientato anche un paio di film. Più di tre quarti delle sue sceneggiature, confessa, le ha scritte però in grandi hotel, in pensioncine sul Lungotevere o vista mare a Sabaudia. «Mi sento protetto ed è comodo, mi basta chiamare in reception e chiedere ciò che mi serve, inoltre se non dico dove sto nessuno mi viene a scocciare. È bello anche cambiare camera, dormire in letti diversi».


La mostra torinese è stata voluta per evidenziare le ossessioni del cinema di Argento. Per far vedere, da un lato, le ragioni per cui registi come Guillermo del Toro o Quentin Tarantino amino i suoi film, dall’altro esplorare le sue passioni cinematografiche: Fritz Lang, Alfred Hitchcock, Sergio Leone (con lui e con Bernardo Bertolucci scrisse il soggetto di C’era una volta il West), Michelangelo Antonioni. Proprio l’ammirazione per i maestri Hitchcock e Lang è uno dei motivi per cui, in Suspiria, scelse Alida Valli, nel ruolo di miss Tanner e Joan Bennett in quello di madame Blanche: «Alida Valli nel 1947 aveva lavorato con Hitchcock in Il caso Paradine. Quando la incontrai le chiesi che ricordi avesse di quel set. Mi rispose: “Te lo dico alla fine delle riprese”. Ma non mi ha mai raccontato niente. Lo stesso con Joan Bennett: Lang l’aveva diretta in ben quattro film. Andai a trovarla a New York, in un super attico sulla Fifth Avenue, poi le dissi: “Mi racconterai qualcosa su di lui?”. E lei: “Ve bene”. Ma poi ogni volta, se provavo a introdurre l’argomento, cambiava discorso».


Nessuna location come la Mole, con il suo percorso a spirale, potrebbe comunque rappresentare meglio l’ossessione per l’inconscio che alimenta Dario Argento, da sempre appassionato di psicoanalisi. «Ho cominciato da ragazzo, dopo aver trovato alcuni libri di Freud nella biblioteca di mio padre. Ogni volta che capito a Vienna, visito la sua casa-museo, guardo incantato il divano, le foto. Poi vado a mangiare al ristorante cinese lì sotto. Studiando Freud, ho scoperto che abbiamo vissuto un’esperienza identica: con i miei genitori, durante un viaggio ad Atene, andammo al Partenone e io mi persi, ebbi una sorta di mancamento, non ricordavo neppure l’hotel in cui alloggiavamo. Freud, molti anni prima, era svenuto nello stesso luogo».


La sindrome di Stendhal («Una scoperta di Freud») è anche il titolo di uno dei suoi thriller, girato in parte agli Uffizi di Firenze. «Lavoravamo di notte perché di giorno il museo era aperto. Avevo voluto come direttore della fotografia Peppino Rotunno, dopo aver visto come aveva curato le luci al museo del Prado. Illuminare i quadri è complicato e serve tempo. Mentre lui preparava il set, io con una grossa torcia me ne andavo in giro per le stanze. Puntavo il fascio di luce contro i dipinti: era impressionante». Ricorda l’effetto, nel buio, delle opere di Botticelli, Michelangelo e Giuditta che decapita Oloferne di Artemisia Gentileschi: «Da ragazza era stata violentata, quel dipinto è la sua “vendetta” nei confronti dello stupratore». 
E qui aggiunge che nel 90% dei suoi film le protagoniste sono donne. Come Jennifer Connelly in Phenomena – quando il film uscì, nel 1985, aveva 15 anni – vestita da Armani (i bozzetti e una copia di un abito saranno in mostra). «O mia figlia Asia», prosegue, «con lei ho girato sei film. Fin da quando era bambina, i registi venivano a casa e dicevano: “Sarebbe perfetta per una parte”. Dopo di che nel 1988 Cristina Comencini la scelse come protagonista di Zoo e io nel 1993 scrissi per lei Trauma». A produrre tutti i suoi film fino a Tenebre del 1982 fu «mio padre Salvatore. Fino ad allora eravamo stati distanti, lavorando insieme ci siamo scoperti amici». E proprio la morte del padre, nel 1987, lo ha riavvicinato alla fede. «Mia nonna era una specie di suora, da bambino andavo a messa, ho fatto il boy scout, ho studiato in un istituto religioso. Poi, da critico cinematografico di Paese Sera, venni conquistato dal comunismo ateo. La fede l’ho riscoperta lentamente».
Ora crede nell’inferno? «Non tanto. Ci si comporta bene in vita per noi stessi, per il piacere di dare una mano. Nell’aldilà ci ritroveremo tutti insieme, buoni e cattivi. Verremo tutti perdonati».

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