Una vacanza detox dallo “scrolling selvaggio”. Quando i social generano frustrazione (soprattutto in estate)

Una vacanza detox dallo “scrolling selvaggio”. Quando i social generano frustrazione (soprattutto in estate)
Le vite degli altri raccontate attraverso i filtri dei social possono trasportare in un universo di insoddisfazione e ansia. Ecco perché, soprattutto d’estate, sarebbe meglio cancellare, almeno per una settimana, le app incriminate. Difficile, ma non impossibile. E soprattutto salvifico.
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Esistenze perfette, ostentazione di regali e acquisti, buon umore e positività a tutti i costi, viaggi che non finiscono mai, maternità senza crucci, il tutto condito da quello stile aesthetic, filtrato e spesso artefatto, che piace tanto a Instagram&Co. Per chi dei social network non sa proprio fare a meno, c’è un altro pericolo in agguato oltre al doomscroolling, la tendenza a “scrollare” senza sosta i feed delle app e a scandagliare il web in cerca di notizie non piacevoli, anche se queste stimolano ansia e preoccupazioni più o meno latenti: in estate, quando le vacanze incombono e i confronti tra le possibilità personali e quelle altrui aumentano, il rischio che i social creino un cortocircuito mentale sono molto alti.

Secondo uno studio portato avanti dai ricercatori dell’Università di Bath e pubblicata su Cyberpsychology, Behaviour and Social Networking, basterebbe una settimana di detox ciclica per abbassare i livelli di stress generati dai social e dal confronto attivo con stili di vita (reali o paventati, non è dato saperlo) che vanno oltre le possibilità individuali. La ricerca ha coinvolto 154 persone tra i 18 e i 72 anni, tutte abituate a usare i social network quotidianamente, anche per un monte ore molto alto. Diviso in due, un gruppo ha continuato a utilizzare Facebook, Instagram e TikTok come prima; il secondo invece ha sospeso ogni attività, sia quella di posting che di controllo dei contenuti altrui, per una settimana. All’inizio dello studio sono stati tracciati i livelli di stress, ansia e depressione dei partecipanti appartenenti all’uno o all’altro gruppo.

Risultato: stoppare anche solo per una settimana l’attività di scrolling selvaggio aiuta a mantenere alti i livelli di benessere generale, riducendo l’impatto negativo che la visione di video, post e contenuti prodotti da terzi può provocare sulla mente e i suoi equilibri.

L’estate, la stagione più difficile

L’estate, in questo senso, diventa la stagione più ingrata di tutte, perché prodiga di stimoli non sempre edificanti che possono fungere da trigger, ovvero da sovra-stimolo, per chi, ad esempio, non può andare in vacanza per questioni logistiche ed economiche. I corpi altrui, soprattutto quelli che sui social network vengono presentati come perfetti secondo canoni di bellezza condivisi e spesso non realistici, possono generare frustrazione e rabbia, innescando una serie di sensazioni negative che tendono ad abbassare i livelli di autostima e ad innalzare quelli dell’incertezza e dell’insicurezza. Vite perfette, vissute al massimo delle proprie possibilità – anche se siamo consapevoli che potrebbero essere state costruite solo a favor di camera e non trovare corrispondenza nella realtà – scatenano, allo stesso modo, stress e ansia. In ultimo, c’è il gap economico tra chi può permettersi ferie da favola in luoghi esotici del mondo e chi, al contrario, deve accontentarsi di vacanze meno scenografiche.

 

Instagram&Co: quelle vite perfette che provocano frustrazione

Abbiamo raccolto una serie di testimonianze dirette per tracciare i contorni della relazione tra social e benessere mentale: quali sono le cose che ci infastidiscono di più? Quali quelle che provocano sensazioni negative, ansia, frustrazione e tristezza? E perché, in ultima battuta, non riusciamo semplicemente a liberarcene?

In generale, la sovraesposizione di corpi, soprattutto quelli etichettati come “summer bodies”, dunque pronti per l’estate secondo alcuni canoni preimpostati e decisamente non validi per tutti, oltre che gli scatti prima e dopo una dieta, tendono a generare ondate di frustrazione e delusione; la sovraesposizione di lutti, fatti dolorosi, malattie o problemi familiari, invece, scatenano reazioni di rabbia; grande scetticismo anche nei confronti di chi usa l’immagine di minori per vendere o promuovere prodotti; infine, chi lavora nel settore viaggi e dunque si sposta per mostrare luoghi del mondo a seconda di esigenze di marketing e professionali, spesso fa nascere un sentimento di inappagamento.

A., ad esempio, ci ha detto che la infastidisce «la montagna di cose comprate e regalate dai brand agli influencer, sia per lo spreco, sia per la frustrazione di desiderare e magari non poter comprare». M. invece patisce la tendenza, involontaria, «a misurarmi con le vite degli altri. Sono cosciente che spesso il social è pura finzione ma comunque riesce ad influenzare le mie opinioni. Mi spiego: se mi capita di vedere storie di una vecchia amica sui social, vedo cosa fa, dove va, con chi va e che pare abbia una vita sociale molto attiva ed una romantica storia d'amore, io comincio a pensare che se la passi molto bene. Anche se razionalmente so che sui social si mostra solo quella parte di vita ideale che ci piace mostrare agli altri».

V., a questo proposito, ci ha detto: «I contenuti di famiglie, viaggi, esperienze felici mi fanno sentire frustrata. Non perché io non ne viva, semplicemente non amo postarle sui social. Solo che, aprendo Instagram e vedendo ciò che fanno gli altri, è come se le mie esperienze, vissute in analogico, si svalutino. Come se perdessero valore».

I confronti con modelli di maternità che sembrano perfetti, ideali, non problematici o non conflittuali generano probabilmente le ondate di frustrazione e inadeguatezza più impattanti, così come la percezione di gap professionali, spesso giocati su social come Linkedin. V. a questo proposito ci ha detto: «Linkedin mi fa sentire costantemente non brava, nonostante abbia un ruolo e una formazione di livello. Eppure, quando entro nel mio profilo ho davvero l’ansia».

La prepotenza, il razzismo, le polemiche che diventano virali, i guru a tutti i costi, la ricchezza ostentata sono ulteriori trigger e generatori di ansia e stress.

 

L’importanza di cancellare le app

Come già anticipato, basterebbe allontanarsi dai social network per circa una settimana per riequilibrare i livelli di stress generati da questa sovraesposizione a cui spesso non riusciamo a sfuggire ma che, anzi, ricerchiamo. Il detox digitale è dunque fortemente consigliato da esperti e psicoterapeuti a partire da metodi drastici che vanno dalla disinstallazione delle app alla sospensione temporanea degli account. Sempre sulla scia di questa esigenza, sono nate tantissime strutture turistiche che offrono percorsi di disintossicazione digitale e che promettono di rimettere in pace corpo e mente attraverso processi di decompressione che si avvalgono della natura e dei suoi poteri.

Una strada intermedia potrebbe essere quella del defollow, ovvero della selezione dei profili che ci generano ansia e stress per i motivi sopracitati e la cancellazione di massa: operazione più immediata e anche efficiente nell’ottica di evitare la sovraesposizione. Sui benefici di una sospensione, anche temporanea, dei profili social, C. che ci ha provato con successo, ha detto: «Ogni anno a Pasqua faccio il fioretto di non usare i social per una giornata intera. Se lì per lì mi sembra una cosa difficilissima da fare, dopo già qualche ora di "disintossicazione" mi sento decisamente meglio. Per quel che mi riguarda, i social mi creano ansia relativamente all'attualità: ad esempio mi fa sentire incredibilmente impotente leggere tutte le notizie relative al cambiamento climatico. Il covid e i fatti della guerra in Ucraina, tra le altre cose, hanno su di me lo stesso effetto che la cronaca nera esercita su molte persone: una sorta di pornografia di immagini e notizie che esulano dal fatto in sé, ma vogliono solo creare fame di notizie. Quindi sì, i social creano ansia, e il distacco da questi mezzi crea davvero un sollievo immediato».

Infine B., che ha individuato in Facebook l’origine del suo malessere social, ha scelto la via più drastica, ovvero la cancellazione dell’account: «Mi sono cancellata 4 mesi fa dopo 14 anni e non avrei potuto fare scelta migliore! Rimango su Instagram, ma ne faccio un uso molto limitato per seguire alcuni profili di interesse per i miei hobbies. Non stavo molto su Facebook in termini di ore quotidiane, ma anche quei 40/50 minuti la sera li percepivo come tossici: tempo speso inutilmente che aveva effetti disastrosi sui miei neuroni. Da 4 mesi ho trovato energie nuove, ho iniziato prendermi più cura di me e delle mie passioni e a leggere libri, riempiendo il tempo recuperato da Facebook con attività che, finalmente, hanno un valore».

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