Coppia

L'uomo mammone, un 'grande classico'. Ecco come riconoscerlo e affrontarlo

L'uomo mammone, un 'grande classico'. Ecco come riconoscerlo e affrontarlo
Il maschio debole e dipendente dalla figura materna, da cui non riesce ad emanciparsi, è un grande classico delle teorie sulle coppie. Ma cosa c'è di reale oltre al mito? Ecco come riconoscere e affrontare questo tippo di individuo, e decidere se davvero vale la pena averci a che fare
3 minuti di lettura

L' idea del maschio debole e dipendente, soffocato da una madre invadente, è un classico delle teorie sulla coppia. Il cosiddetto mammone ha una pessima reputazione: è l'uomo nutrito emotivamente ancora dalla mamma, incapace di stabilire legami profondi con la partner in quanto già impegnato in una relazione infantile prolungata.

Esiste un'ampia ricerca psicologica sulla dipendenza materna, nessun'altra relazione è stata esaminata così attentamente come quella madre-figlio maschio. A volte ne sono scaturite interpretazioni esagerate, se non inquietanti, che hanno in qualche modo contribuito alla costruzione di questa maschera maschile. Del resto, un padre coinvolto nella vita della figlia va bene, un legame profondo della madre con il figlio maschio invece turba, ripropone spettri edipici. Sentiamo dire che una mamma non deve tenere troppo vicino il suo bambino altrimenti poi il piccolo si attacca troppo, diventa dipendente, cresce male, chissà, forse assorbe tratti femminili così tanto detestati dai codici della mascolinità.

Eppure la scienza ha ampiamente dimostrato come l'attaccamento tra genitori e figli, indipendentemente dal genere, sia alla base di un sano sviluppo e di come, al contrario, una separazione prematura o una distanza precoce dalla madre, porti inevitabilmente guai. La ricerca ha verificato anche che i ragazzi e gli uomini con relazioni materne strette sono psicologicamente più sani, più empatici e sanno costruire rapporti migliori. La vicinanza tra madre e bambino aiuta tra l'altro a combattere derive educative pericolose volte a smorzare l'emotività nei maschi. E' in genere attraverso la madre che il piccolo si allena con training di intelligenza emotiva importanti per imparare ad avvicinarsi al mondo interiore, ad esprimere le emozioni, ad impossessarsi degli strumenti migliori per avere successo nelle relazioni, articolare i pensieri e gestire l'autocontrollo. Una mamma tanto coinvolta non cresce un imbranato se non impedisce al proprio figlio di svincolarsi, di definire la propria identità. E questo non significa tagliare quel legame speciale che la unisce a lui, semmai ricalibrarlo nel tempo su nuovi confini.

 

Per dire che forse il cosiddetto mammone è in parte il risultato di questo doppio standard nel modo di interpretare l'attaccamento materno. Relazioni strette, soffocanti e patologiche esistono dopotutto anche tra madre e figlia ma non risultano sospette. Anche lei, ormai cresciuta, spesso permette alla mamma di mettere bocca, di intromettersi, di influenzare la propria vita. L'ingerenza materna è tossica in ogni caso. Esiste inoltre un mito culturale che vuole la suocera impicciona e gelosa del proprio figlio, in perenne rivalità con la nuora - che ripropone a sua volta il mito della rivalità femminile -. La dipendenza psicoaffettiva del mammone inoltre non è neppure spiegabile semplicemente con il fenomeno della permanenza sempre più lunga dei giovani nella casa dei genitori.

Cosa significa avere a che fare con un mammone 

Esistono però effettivamente coppie mamma-figlio con cordone ombelicale ancora intatto. Esiste il figlio simbiotico di mamma. Esiste l'uomo dipendente e incontrarlo nella propria vita sentimentale può essere frustrante. E' un po' come impegnarsi con qualcuno già impegnato, vivere un rapporto di coppia a tre con una presenza tanto potente, più di quella di un'amante, ritrovarsi in triangolo psicologico promiscuo dove non si capisce quale sia la vera coppia. Spesso finendo in paragoni sciocchi, in situazioni imbarazzanti dove ci si sente criticate, sfidate, ignorate. Quello che soprattutto fa male è sentirci violate nell'intimità, private di quel contorno rassicurante del Noi, lo spazio privato della coppia. E provare tanta fatica per farlo capire all'altro.

Cinque passi per riconoscerlo e risolverlo

  • Il primo passo da compiere, innanzitutto, è prendere consapevolezza di non poter risolvere quell'intreccio madre-figlio, cercare di aggiustarlo causa solo stress: non saremo in grado di cambiare il loro modo di stare insieme, non possiamo caricarci oltretutto della responsabilità della crescita psicoaffettiva di questo uomo. Le dinamiche delle famiglie di origine sono sempre portate in qualche modo nella relazione a due, cerchiamo però di distinguere tra attaccamento sano e disturbato. Se ci sentiamo in competizione, se fatichiamo ad avere l'affetto e le attenzioni dal nostro compagno, se ci rendiamo conto che non sa capire il nostro disagio o il nostro risentimento rispetto a questa situazione, allora probabilmente non siamo in un posto dove stare bene.
     
  • Riflettiamo sulla nostra scelta, sul perchè siamo attratte da una persona dipendente, sul nostro modo di costruire e stare nelle relazioni profonde, su cosa vogliamo effettivamente costruire, quanto stiamo investendo e da cosa ci protegge un partner inutilizzabile per stabilire un confronto profondo.
  • Concentriamoci sul rapporto con il nostro compagno e cerchiamo di capire quanto siamo noi stesse ad alimentare certe dinamiche, a farci agganciare dalle sfide, a non riuscire a sfilarci da certi balletti. Sicuramente è lui a mettere la madre sempre in mezzo ma siamo anche noi senza rendercene conto a permetterlo, lasciando spazio, tirandola dentro, concedendo potere a questa entità proprio impegnandoci così tanto nel combatterla. Cerchiamo di costruire e mantenere uno spazio indipendente dentro la storia, evitiamo di farci infilare nelle loro dinamiche.
     
  • Stabiliamo confini chiari, dei limiti insieme al partner. Consideriamo che una madre molto coinvolta può diventare estremamente manipolativa e che il figlio può non riuscire a resistere alle sue richieste. Possiamo provare a per fargli capire che noi stesse non vogliamo comportarci come sua madre, non saremo lì a tirarlo dalla nostra parte e che ci aspettiamo di avere a che fare con una persona indipendente, capace di prendersi cura di se stesso. Cerchiamo di promuovere la sua parte adulta, così poco stimolata dalle sue esperienze passate.
     
  • Prendiamo coscienza però anche di stare con una persona che non può dedicarsi a noi così come ci aspettiamo, che non può essere un partner esclusivo. Decidiamo se siamo disposte a stare accanto a qualcuno che non è in grado di farci sentire al sicuro, di tutelare l'intimità e che se gli confidiamo le nostre paure probabilmente va a parlarne con sua madre.

 

 

 

 

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