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Controvento. Inge Morath a Venezia: quella luce che la fece diventare fotografa

Inge Morath è stata la prima fotogiornalista donna dell'agenzia Magnum 
Nel novembre del 1951 aveva appena compiuto ventotto anni e si era sposata da poco. Era redattrice alla Magnum e intraprese un viaggio in Laguna nello stesso mese di una delle più eccezionali alte maree del Novecento. Fu proprio quando arrivò alla meta più ambita e consumate di tutte, che accadde qualcosa di speciale che la spinse a intraprendere il percorso che non avrebbe mai più lasciato
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Sono sempre particolari le ragioni che ci spingono ad arrivare in una città in cui non siamo mai stati. Differiscono sempre un poco, a seconda di chi si appresta a quel viaggio. Il desiderio di camminare per le strade che abbiamo veduto in un film, il fascino di una cupola di una chiesa di cui abbiamo sentito a lungo parlare. Il cibo, il cielo, l'atmosfera. Le pitture e gli edifici. I ponti e le voci della gente. Un ricordo. C'è sempre qualcosa di specifico che ci attrae e ci spinge a compiere il primo passo. Eppure poi, quando arriviamo in quella città in cui non siamo mai stati, anche se è la più consumata delle mete, il motivo che ci aveva spinto quasi scompare e finiamo per essere testimoni di qualcosa che non avevamo avuto l'ardire neppure di immaginare.

Nel novembre del 1951 Inge Morath aveva compiuto da poco ventotto anni. Si era trasferita solo da qualche mese a Londra. A portarla lì era stata l'attrazione per il giornalista Lionel Birch. La loro relazione era culminata nel matrimonio. Inge non sapeva ancora quanto sarebbe durato quel vincolo. Forse proprio per quella incapacità di prevederne la durata, proprio in quei giorni aveva deciso di compiere con Lionel il viaggio a cui pensava da tempo: andare a Venezia.

All'epoca Inge era riuscita a entrare nell'agenzia Magnum come collaboratrice redazionale. Aveva iniziato lavorando con il fotografo Ernst Haas. Il giovane viennese si era avvicinato alla fotografia quando il padre era morto e aveva lasciato dentro la propria camera oscura un universo di fotografie ancora da sviluppare. Insieme con Inge avevano condiviso l'interesse per chi, come loro, aveva sofferto i terribili avvenimenti della guerra. Ernst l'aveva portata con sé quando aveva deciso di scattare delle foto ai prigionieri di guerra nel momento in cui ritornavano a Vienna. Fu la sensibilità che emergeva da quelle foto, scattate da Ernst, e dai testi che l'accompagnavano, scritti da Inge, a spingere Robert Capa, allora alla guida della Magnum, a invitarli tutti e due a Parigi.

A Venezia nei giorni precedenti l'arrivo di Inge e Lionel, la pioggia era scesa con una certa insistenza. Pioveva sulla Laguna anche il giorno del loro arrivo. Allora non esistevano ancora i dettagliati bollettini di previsioni meteorologiche che oggi, a ogni istante, si possono consultare freneticamente prima di partire. Non c'era ancora modo di sapere, con precisa approssimazione, se il cielo sarebbe stato sereno o piovoso. Così non appena Inge giunse a Venezia venne sorpresa dalla luce argentea e dall'atmosfera acquorea e brillante. La pioggia non incupiva, piuttosto, ai suoi occhi, pareva far risplendere ancora di più. Gli spazi che si trovò davanti emanavano una luce che non aveva mai veduto. Le sembrò di assistere a una meraviglia. Uno straordinario evento che era necessario testimoniare in qualche modo. Ma come?

Inge pensò subito a qualcuno che scattasse qualche foto e trattenesse quella luce mai veduta. Con lei però non c'era Ernst Haas, ma Lionel. Inge allora chiamò la Magnum a Parigi. Dall'altra parte del filo a rispondere fu Robert Capa. Inge spiegò al direttore ciò che vedeva. Descrisse i canali, le donne con gli ombrelli, le punte annerite delle gondole, l'argenteo riverbero dell'acqua. Gli disse che c'era bisogno di un fotografo che andasse lì. Qualcuno che potesse trattenere quella meraviglia.

Capa, dall'altro capo del filo, dalla capitale parigina, quasi impassibile, non stupefatto dallo stupore di lei, forse per una certa indisponibilità a disporre di altri fotografi, forse perché dalla descrizione che Inge riuscì a dare, intuì ancora una volta il talento di Inge a osservare e a cogliere, a narrare e a riportare, le disse che il fotografo a Venezia c'era già. Che quel fotografo era lei. Peccato che Inge, fino ad allora non aveva mai scattato professionalmente. Ma qualcosa a Parigi aveva imparato. Anche se aveva sempre scritto testi, non aveva potuto fare a meno di trascorrere il tempo a osservare i provini di quelli che erano i grandi fotografi dell'epoca. Quelle immagini potenti, quelle composizioni così ricche, avevano profondamente attratto la sua attenzione e toccato la sua sensibilità. Erano state,  inconsapevolmente, la sua formazione sentimentale ai segreti del linguaggio della luce.

Chiusa la telefonata, Inge si mise quindi a cercare, per la prima volta, con una certa urgenza, insolita e precipitosa, la macchina fotografica Contax che le era stata regalata dalla madre e che Inge aveva dimenticato e quasi perduto più di una volta. L'ultima, su di un taxi a Napoli. Anche con la macchina in mano, mancava però ancora qualcosa. Si recò allora in un negozio di articoli fotografici, uno di quei negozi che all'epoca vendevano rullini e che sviluppavano le fotografie dei turisti bramosi di vedere i propri scatti. Una volta entrata nel negozio, Inge mostrò all'omino la macchina fotografica e gli chiese il rullino adatto. Il commesso, che non poteva immaginare chi sarebbe divenuta di lì a poco Inge Morath, ebbe l'ardire di dirle che con quel clima era meglio non scattare alcuna immagine. Disse, con il sussiego di chi non attende altro che spiegare agli altri quel poco che conosce, che era meglio aspettare che spiovesse.

Nel frattempo, fuori dal negozio continuava a piovere. Per fortuna Inge aveva già veduto altre immagini alla Magnum e aveva capito che erano proprio quelle le condizioni meteorologiche per scattare. Nonostante il commesso, Inge si fece sistemare il rullino, salutò e uscì. All'epoca le macchine non offrivano ancora la possibilità di ottimizzare automaticamente le scelte relative ai diversi parametri, messa a fuoco o tempo di esposizione, così ricorse ai generici suggerimenti indicati nel foglio delle istruzioni.

Scattò diverse immagini. Passò sopra alle campate dei ponti. Si fermò a guardare. Si avvicinò alle chiese. Scattò ancora. Comprò un nuovo rullino. E scattò ancora e ancora. Quelle foto, però, non le pubblicò mai. Ripartì. Il 12 novembre l'alta marea allagò completamente Venezia. Calle, campielli e salizade. L'acqua arrivò a un metro e cinquantuno sopra il livello normale. La gente fu costretta a uscire dalle case su barche improvvisate. Il matrimonio con Lionel durò solo tre settimane. Il legame con Venezia invece rimase per sempre. Nel 1955 quando Inge tornò nella Laguna per uno dei primi servizi che le vennero commissionati, quando cominciava a divenire la grande fotografa che sarebbe stata, scattò di nuovo alcune immagini di quella città maestosa che di lei rimangono a testimonianza, non di quel giorno in cui lei decise, senza ancora dirlo a nessuno, di divenire fotografa, ma dei ricordi che lei rammentò e di tutte le nuove cose che si apprestava a scoprire.

 

*Federico Pace è autore del libro Controvento, storie e viaggi che cambiano la vita edito da Einaudi