Controvento. Helen Mirren e quel viaggio attraverso il Sahara: la solitudine, le stelle e la lingua segreta dell'amicizia

Una giovane Helen Mirren  
Era il dicembre del 1972 quando Helen Mirren lasciò Parigi. A bordo di un aereo partì per l'Algeria. Da lì in poi, si inoltrò per un viaggio attraverso il deserto del Sahara che, tra andare e tornare, le fece percorrere quasi  quattordicimila chilometri
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Helen Mirren aveva poco più di ventisette anni quando partì per l'Africa per attraversare il deserto e partecipare a un esperimento mai veduto prima. Non fu un'impresa solitaria. Ma ogni viaggio, anche quando avviene in compagnia di qualcun altro, è quasi sempre l'occasione per trovarsi più soli di quanto non accada mai. Ancora più soli di quanto non lo siamo nella città in cui viviamo sempre. Eppure, fu proprio in quel viaggio, che scoprì la lingua segreta dell'amicizia.

Partì insieme alla compagnia di Peter Brook. Il rivoluzionario regista teatrale aveva aperto a Parigi un centro di sperimentazione teatrale e aveva attratto alcuni tra i più originali talenti da ogni parte del mondo. Il viaggio doveva essere l'occasione per indagare nuovi modi di raccontare e mettere in scena. Attingere a qualcosa di arcaico e persistente. Qualcosa che appartenesse agli uomini e alle donne di ogni parte del mondo.

Una volta atterrati, quando partirono da Algeri, Helen si meravigliò della leggera pioggia che scendeva e del verde della rigogliosa vegetazione. Helen, che aveva interpretato già importanti ruoli nella Royal Shakespeare Company e sembrava pronta per una carriera classica, aveva sentito il bisogno di sperimentarsi e di mettersi alla prova. Fece quella scelta anche contro i convincimenti del proprio agente e della sua famiglia. Aveva avuto coraggio, ma all'inizio non fu semplice. Dalla testimonianza di alcuni compagni, nei primi giorni Helen era già in lacrime.

Con lei, in quel viaggio irripetibile, tra gli altri, c'era Andreas Katsulas, l'attore statunitense di origine greca. Il primo giorno indossava dei pantaloni verdi e un paio di giganteschi stivali neri. C'era Katsushiro Oida, il primo attore della compagnia, serio e compassato. C'era il batterista africano Ayan Sola con il suo kalangu, il tamburo a clessidra, che non parlava alcuna lingua che gli altri capissero. C'era Lou Zeldis con la sua posa da giraffa. C'era l'eclettica compositrice Elizabeth Swados, l'attrice tedesca Miriam Goldschmidt e Malik Bagayogo, un attore del Mali.

Helen, nel primo giorno, aveva trovato posto nel retro della Land Rover che era in testa alla carovana. Insieme a lei c'erano la moglie di Brook e John Heilpern, un trentenne che sarebbe divenuto un grande critico teatrale. Brook era davanti. I primi giorni di un viaggio di quel tipo sono sempre i più vertiginosi. I più spaesanti. I più complessi. I più affascinanti. Presero la Hoggar Route e viaggiarono per cinque ore. Si accamparono e trascorsero la prima notte vicino alla catena montuosa dell'Atalante. L'unico modo per addormentarsi, per ciascuno di loro, fu rimanere a lungo a guardare le stelle.

Nella oasi di In Salah, lì dove si trovava la cittadella ricoperta dalle tempeste di sabbia, a cospetto di quasi trecento persone, misero in scena la prima delle loro improvvisazioni. Ci furono anche degli applausi. Brook disse che quella gente aveva gusto. La sera spesso cantavano e bevevano il vino algerino. La notte praticavano il Thai-Chi. Tra i loro bagagli dominava un grandissimo box in cui c'erano una infinità di strumenti da ogni parte del mondo: Bali, Tibet, Cina, Iran, India. Ciascun attore provava a misurarsi anche con quella forma d'arte. Brook era attento a tutti. Era paziente e capace di risolvere ogni problema. La sera, raccontava dei granelli di sabbia che migravano attraverso il deserto.

Proseguirono verso sud. Arrivarono a Tamnrasset ai piedi del massiccio dell'Ahaggar. Helen ha ricordato di quando incapparono in un grande accampamento Tuareg. Erano almeno in duemila. Per Helen le tuniche che indossavano erano del colore del cielo al crepuscolo. C'erano anche le donne, con i loro meravigliosi gioielli in argento. La compagnia improvvisò sotto le sollecitazioni di Brook. Gli uomini del deserto si mostrarono curiosi e sconcertati.

Helen Mirren oggi 

Helen la notte pativa il freddo del deserto tanto che, anche quando sorgeva il sole, non riusciva a uscire dal sacco a pelo. A ogni modo, alle dieci del mattino il caldo era già terribile. Entrarono in Niger, passarono a Agades. Videro le carovane che trasportavano sale da Bilma. Dopo la cena, ogni notte si sedevano intorno al fuoco e parlavano. Fu allora che Helen fece amicizia con Ayan Sola. Il percussionista che non conosceva alcuna lingua nota agli altri. Brook era rimasto colpito in uno spettacolo dal modo unico che aveva di suonare e lo aveva invitato con sé. Il giovane però era un enigma per tutti. Rimaneva quasi sempre in silenzio. A parlare per lui era la sua radio e il suo mangianastri. Aveva una registrazione di James Brown e ogni notte, quanto più penetravano nel deserto, continuavano a sentire James Brown. Get Up. Get on Up. Get Up. Get on Up. Alla fine le batterie si scaricarono. A Ayan Sola rimase solo il silenzio.

Passarono la città di Zinder, il palazzo del Sultano e il vecchio suburbio tuareg. Fu in quei giorni che Helen si mise a parlare con Ayan. In viaggio, le solitudini finiscono quasi sempre per avvicinarsi. Helen ha raccontato che Ayan non aveva alcuna idea di dove fosse, così disegnò una mappa nella sabbia per spiegarglielo. Da allora divennero buoni amici. La notte, Ayan e Helen tornavano a parlare come fossero fratello e sorella che comunicavano con il linguaggio segreto e inventato che spesso usano i fratelli e le sorelle quando, di notte, rimangono da soli. Helen parlava di tutto quello che le veniva in mente. Ayan, dal canto suo, parlava a lungo nella sua meravigliosa lingua.

Entrarono in Nigeria e poi passarono Kano, uno dei sette regni degli Hausa. Alla fine arrivarono dall'altra parte del deserto e il paesaggio cominciò a tornare a essere verde, e poi più verde ancora. Da lì, quando si svegliavano spesso trovavano un gruppo di curiosi intorno. Fu allora che si avvicinarono a Ife e Osogbo, i luoghi, pieni di cultura e storia, dove la gente Yoruba pensava che fosse nata l'umanità. Era da lì che arrivava Ayan Sola. La notte a Osogbo, a una festa in onore di Ayan, c'era finalmente qualcuno che parlava sia la lingua di Helen sia quella di Ayan. Ayan era molto eccitato. Era tornato a casa per rimanere. Prese l'interprete e lo mise tra lui e Helen per tradurre la loro conversazione. Nessuno, tranne loro due, e l'interprete, comprese cosa si dissero. Fu l'ultima conversazione che ebbero.

La comitiva arrivò al porto di Cotonou tra l'Oceano Atlantico e il lago Nokoué. Risalirono seguendo un percorso più a ovest. Passarono di nuovo in Niger fermandosi a Niamey. Le loro performance continuarono. Vennero spesso multati per quelle improvvisazioni. Salirono ancora verso il Mali. Si fermarono a Gao. Helen confessò che venne travolta dalla magia delle sponde del maestoso fiume Niger. E, forse ancor di più, dalla generosità e dalla ospitalità delle persone più povere. Entrarono di nuovo in Algeria. Il viaggio, dopo quattro mesi, infine terminò. Nessuno di loro sapeva ancora quanto quel viaggio sarebbe rimasto nel fondo della memoria di ciascuno. Da Algeri tornarono a Londra. Quella notte Helen, e molte di quelle successive, non riuscì a dormire sul materasso. Si sdraiò sul pavimento vicino al letto. Nella sua stanza londinese, per tutta la notte, non potè fare a meno di pensare alle stelle del cielo africano.

*Federico Pace è autore del libro Controvento, storie e viaggi che cambiano la vita edito da Einaudi