Storia fantastica degli abiti originali di Turandot, perduti e ritrovati, oggi in mostra

Al Museo del Tessuto di Prato sono in mostra i costumi, gli accessori, le maschere e i copricapi dell'opera incompiuta di Puccini andata in scena la prima volta alla Scala nel 1926. Ritrovato in un baule dopo quasi 100 anni, il tesoro comprende anche l’incredibile tiara indossata da Rosa Raisa, soprano ebreo sfuggita ai pogrom scritturata da Toscanini. Dolce & Gabbana ne fecero una copia per la sfilata ispirata all’opera, nel 2019

4 minuti di lettura

Prato - E luccica ancora, questa seta così vecchia e preziosa, ha quasi cent’anni eppure rimanda bagliori e lampi d’oro, i colori sono appena sbiaditi dal tempo e sono i colori della principessa più cattiva di sempre, che è Turandot. Esposti nella penombra, per via delle stoffe così delicate, questi costumi che si credevano perduti raccontano molte storie assieme, alcune sono molto crudeli, altre ci portano dritti nella vita dei teatri dell’opera, che sono fatti di musica, e anche di polvere e sudore. E ci parlano della Scala, e delle grandi dive che sono entrate in questi abiti sontuosi, e cantando e recitando hanno costruito il mito della principessa dal cuore di ghiaccio, capolavoro incompiuto di Giacomo Puccini, che morì pensando a lei – “Povero me! Dicono che ne avrò per sei settimane. E Turandot?” – e alla musica che doveva assolutamente finire, senza riuscirvi. Aveva un cancro alla gola, andò a Bruxelles per una cura all’avanguardia ma tremenda, gli fecero una tracheotomia con molta morfina per mettergli un collare da cui sette aghi di platino irradiato penetravano il tumore. Infine gli tolsero quel cilicio, il celebre specialista disse “C’est le coeur qui ne résiste pas”, e così morì Puccini, il 29 novembre 1924, con 23 fogli di carta da musica sul comodino.

Luigi Sapelli (in arte Caramba) Costume di Turandot [atto I]  Prato, Museo del Tessuto inv. n. 18.03.37 

La prima mondiale andò in scena il 25 aprile del 1926, alla Scala. Sul podio, Arturo Toscanini, il migliore, a parte il carattere tremendo. Serata memorabile, non fosse perché fermò l’orchestra al terzo atto, su un Mi Bemolle, si voltò e disse alla platea “qui finisce l’opera, perché a questo punto il Maestro è morto”. Lasciò le repliche ad altri. Era amico di Puccini, perciò ne aveva ospitata la salma nella tomba di famiglia al Monumentale di Milano, in attesa del trasferimento a Torre del Lago. Era di pessimo umore, addolorato, in camerino aveva anche pianto. Ma lo spettacolo era stato meraviglioso, abbagliante. Qualcuno scrisse che l’allestimento era di “smaglianza frastornante”, un altro “straricchi i costumi, certamente bellissimi, ma disordinati nella loro concezione d’insieme”.

Luigi Sapelli (in arte Caramba) Costume delle guardie  Torino, Sartoria Devalle 

 

Oggi li possiamo vedere anche noi, nella mostra “Turandot e l’Oriente fantastico di Puccini, Chini e Caramba”, al Museo del Tessuto di Prato (fino al 22 novembre), organizzata dalla Fondazione Museo del Tessuto e dal Sistema museale di ateneo dell’università di Firenze.

Luigi Sapelli (in arte Caramba) Costume di Ping, Pong, Pang  Torino, Sartoria Devalle 

Ma prima di entrare nella ex Cimatoria Campolmi, che è una delle fabbriche più antiche della città, bisogna tornare al colpo di teatro che ha consentito questa esposizione, e a un giorno dell’aprile 2018, quando arriva una telefonata dalla Sardegna, e un privato racconta di avere un baule appartenuto al soprano pratese Iva Pacetti, volete comprarlo? Dentro ci sono alcuni vecchi costumi, una parrucca di capelli veri, e dei gioielli di scena, a pezzi. La curatrice Daniela Degl’Innocenti chiede delle foto, intanto fa ricerche sul soprano, una celebrità di Prato, assieme a Paolo Rossi e Curzio Malaparte. Arrivano le foto, “e lì mi è battuto forte il cuore”. Vede un disegno, un grande uccello fantastico, una fenice blu su fondo oro, ricamata su una manica. Lo stile è degli anni Venti, senza dubbio alcuno. Decide di prenderli.

Abito Turandot Atto II 

E arriva il baule, intanto si cercano immagini della diva in scena, e quando finalmente si estrae il primo costume, compare la targhetta cucita a mano, “Caramba, Milano”, fornitore del Teatro alla Scala. Caramba era il nome d’arte di Luigi Sapelli, dal 1922 costumista del teatro. Un mago. Si controlla sui vecchi registri conservati nell’archivio del Teatro alla Scala, e tutto torna, i costumi sono i suoi. Finiti non si sa come nella valigia della Pacetti, soprano di un certo successo (anche se Toscanini una volta la prese a male parole, “signora, per questa parte non ci vuole una pecora, ma una tigre!”), e poi molto amata dal regime. Come altre famose dell’epoca, aveva un suo personale guardaroba di scena, e – forse comprati, forse donati – anche quei due abiti meravigliosi, uno sui toni del blu, l’altro oro e verde, e soprattutto la corona di perle e camelie argentate, con farfalle metalliche create con la tecnica en tremblant. Il gioiello aveva incoronato anche altre teste cantanti, come Bianca Scacciati, Maria Pedrini, Gina Cigna, e anche il cipiglio inglese di Eva Turner.

Ditta Corbella, Milano Corona di Turandot [atto II]  Prato, Museo del Tessuto inv. nn. 18.03.01, 18.03.02abc 

Ma la prima Turandot a indossare l’incredibile tiara firmata dai Corbella di Milano, fornitori della Scala, era una donna che aveva già una storia. Rosa Raisa, vero nome Raitza Burchstein, polacca di origine russa, ebrea sfuggita al pogrom di Bialystok e poi arrivata a Capri dove un altro ebreo, Dario Ascarelli, ne riconobbe le doti e la fece studiare al conservatorio di Napoli. A Puccini piaceva la sua voce, e la scelse per Turandot. Toscanini la confermò, ne restano le foto in cui appare con la corona addobbata da un ventaglio di piume di struzzo, e gli abiti ritrovati (un terzo manca ancora, e chissà dov’è), nello stile di quegli anni, gli occhi bistrati alla Luisa Casati, il fascino di una Theda Bara. Più che principessa cinese, una femme fatale della Mitteleuropa.

 

Leopoldo Metlicovitz Manifesto per la Turandot  Milano, Archivio Storico Ricordi, ICON010367 

“È un Oriente emotivo, della Cina e del Siam soprattutto, e nell’eclettismo si riconosce la matrice déco”, spiega la Degl’Innocenti, e Caramba probabilmente conosceva la collezione di oggetti che Galileo Chini, scenografo dell’opera e pittore, décorateur, aveva riportato da tre anni di lavoro alla corte del re del Siam, Chulalongkorn. E una scelta di abiti e ventagli, disegni e ceramiche, arricchisce la mostra di Turandot, assieme ad altri 30 costumi di scena, recuperati dall’archivio della famiglia Devalle, a Torino, una istituzione per la storia dello spettacolo, e riconosciuti come autentici negli anni Novanta. Ping, Pong e Pang, Calaf, le ancelle, il Mandarino, mancavano quelli della protagonista e l’“addobbo da testa”, così bello e così turandottiano che Maria Callas ne aveva ordinata una replica, e con quella si era fatta fotografare da Patellani per la copertina del disco EMI. E ancora affascina, se Dolce & Gabbana ne hanno usata una copia in una sfilata ispirata all’opera, nel 2019.

Maschera di drago. Comunità cinese in Thailandia, fine del XIX secolo. Cartapesta dipinta Firenze, Sistema Museale di Ateneo, Sede di Antropologia e Etnologia, Collezione G. Chini, inv. n. 31788 

“È un intreccio di storie, come nelle passamanerie preziose”, dice la curatrice, che ha allestito la mostra assieme a Monica Zavattaro. Sdruciti e sporchi, con le cuciture di filo dorato - e con molto oro - saltate ma ancora lucenti, i pesanti costumi sono stati restaurati sotto l’occhio assai vigile della Soprintendenza, e così i gioielli di scena, grazie a un crowdfunding cui hanno partecipato molte persone, appassionati d’opera o d’arte o amanti del bello, ora anche loro parte di queste storie multiple dove con 20mila euro si è resuscitato un giorno speciale, quando Toscanini alzò la bacchetta, e lì nacque Turandot, tra molti lampi di lamè.