Lettere a chi non c'era

Un viaggio letterario attraverso l’Italia colpita dai terremoti, partendo dal ricordo di quello, devastante, a Sant’Angelo dei Lombardi, in Irpinia

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1.

23 NOVEMBRE 1980

Ci sono giorni in cui si muore in molti. Sono i giorni delle grandi sventure.

 

Avevo vent'anni, abitavo nell'osteria di famiglia. Quella sera mi stavo lavando le mani nel bagno. Mia madre mi aveva appena messo sulla tavola un piatto di broccoli. Mentre la terra ancora tremava andai verso la casa dove abitava mio nonno. Ricordo più di tutto l'oscillare dei lampioni. E ricordo che lungo una piccola discesa un signore con due stampelle sembrava volare.

Finita la scossa mi avviai verso la piazza. Ancora non sapevo niente del disastro nei paesi vicini, ma sentivo che era successa una cosa che mi avrebbe cambiato la vita. Ricordo che qualche mese dopo a Teora un uomo mi parlava commosso davanti alle rovine del suo paese e mi indicava il luogo dove era il bar, il sarto, il fruttivendolo. Io mi rimproveravo di non essere mai stato a Teora e di non poterla mai più vedere come era prima. Forse quel giorno è nata la mia passione di andare nei paesi. Ogni volta è come andare a trovare un vecchio zio in ospedale. E mentre lo salutiamo a noi e a lui vengono le lacrime agli occhi. Ogni volta può essere l'ultima volta che ci vediamo.

Arrivai con un mio amico a Sant'Angelo dei Lombardi verso le dieci di sera e per la prima volta nella mia vita vidi dei cadaveri. Erano stesi su un marciapiede, pancia a terra, non erano coperti da un lenzuolo, ma dalla polvere. C'erano persone che scavavano in cima alle case cadute. Si scavava dove si sentiva una voce. E c'era chi scavava anche dove non si sentiva niente.

Fu una giornata caldissima. La mattina avevo giocato a tennis a torso nudo con l'avvocato Arminio. Non potevo immaginare quello che sarebbe successo la sera e neppure che l'avvocato si sarebbe suicidato molti anni dopo. Quel giorno ognuno avrà fatto le sue cose. Al cinema di Lioni, che ancora non era una multisala, davano un film con Mario Merola. A Roma il presidente del consiglio aspettava l'arrivo del primo ministro inglese. L'Avellino vinse quattro a due con l'Ascoli. Quell'anno il festival di Sanremo fu vinto da Toto Cutugno. Ad agosto ci fu la strage di Bologna, a dicembre venne ucciso John Lennon.

Al telegiornale delle venti si fa cenno a una scossa di terremoto, ma non si capisce la zona di provenienza e l'entità. Un'ora dopo si parla della Basilicata, il primo paese che viene nominato è Balvano. Qui è caduta una chiesa e sono morte tante persone. A quell'ora dall'Irpinia scena muta. A quel tempo c'era la sip e le sue linee sono fuori uso. Ovviamente è andata via la luce. Il cuore del terremoto è un buco nero.

Il lunedì mattina l'elicottero mostra le rovine. È come se interi paesi fossero stati schiacciati dal dito di un gigante. Il terremoto ha colpito un pezzo d'Italia che era conosciuto solo da chi lo abitava. Nessuno a Roma e a Milano aveva mai sentito parlare di Santomenna, Laviano, Castelnuovo di Conza. Eccoli i paesi, ognuno con la sua forma: uno era una nave ferma da secoli sulla collina, un altro era ignaro di essere nel cuore della crepa.

L'Italia trema, ogni tanto. E ogni volta sembra una sorpresa, un evento inaudito, un disastro accresciuto dalla nostra impreparazione. Da questo punto di vista il terremoto che colpì la provincia di Avellino e quelle vicine ne è l'emblema. Molte abitazioni non erano antisismiche. Non lo erano le case vecchie e non lo erano molte delle case nuove, fatte con un cemento disonesto, disarmato.

La terra cominciò a tremare quando mancavano sette secondi alle 19.35. In una stanza dell'Osservatorio di Monte Porzio Catone l'ago del sismografo accelerò il suo ritmo, ma non ci fu nessuno a dare l'allarme. La grande scossa durò novanta secondi e colpì un'area vasta quanto il Belgio. Alla fine ci furono duemilanovecentoquattordici morti, ottomila feriti, trecentomila sfollati.

Il boato è impressionante mentre Radio Alfa di Avellino manda in onda una musica popolare. Magnitudo di 6,9 della scala Richter, una forza enorme, pari a quella di quindici bombe atomiche, la forza accumulata nella frizione tra la placca africana e quella europea.

Noi guardiamo case, strade, lampioni, asfalto, ma dovremmo sempre fare attenzione a quello che c'è sotto. La ragnatela taciturna delle faglie all'improvviso lancia il suo urlo.

Il terremoto si sentì dalla Sicilia al Veneto, solo a Nord-Ovest non fu avvertito. L'Appennino e le Alpi sono la nostra oreficeria geologica, creazioni bizzarre, gioielli che percepiamo separati, ma che vengono da un'unica mano: i sassi della Sila hanno la stessa radice dei sassi del Monviso. L'Etna e il Vesuvio sono sillabe isolate della stessa lingua di fuoco che ci percorre nel profondo.

A volte viene una dolorosa nostalgia a rivedere le vecchie immagini dei paesi, come se si volesse riacciuffarla, quell'aria mitemente sgraziata, come se si volesse passeggiare nelle piazze con quella gente magra, ossuta. Erano vecchi già a sessant'anni,

avevano gli acciacchi di chi non è mai partito o di chi è andato via senza volerlo. Alla fine di una strada buia c'era un silenzioso negozio di scarpe, il ronzio di un bar. L'odore dei mesi e delle ore esisteva ancora: sentivi l'uva, le mele, il freddo delle stanze lontane dal camino.

Il terremoto ha accentuato la mutazione già in corso tra il mondo rurale e la modernità incivile. Tornano alla mente storie di emigrazione, l'adiacenza tra la vecchia civiltà contadina e l'avvento della civiltà dei consumi, la fornacella e il cestino con la frutta di plastica sul tavolino, i ragazzi che andavano all'università e i muli che andavano in campagna. C'era il senso che le cose stavano insieme, come se il paese fosse tutto un unico quadro e tutti stessero dentro la stessa cornice.

La guerra, il terremoto, l'emigrazione. Tra il 1951 e il 1971 tre dei quattro milioni di meridionali che lasciarono il Sud venivano dalle zone interne. Nei paesi colpiti dal terremoto negli anni cinquanta abitavano centoquarantamila persone. In vent'anni se ne andarono via in settantamila. Qualcuno tornò dopo la scossa. C'era lavoro, c'era l'economia drogata dell'emergenza, ma poi inesorabilmente il flusso migratorio ha ripreso vigore. Ed è un'emigrazione cattiva, si va via senza la prospettiva di tornare.

Sono passati quarant'anni, tante cose sono cambiate. La televisione, per esempio, non trasmetteva ventiquattr'ore al giorno. La domenica davano solo un tempo di una partita. E molti quella sera stavano davanti allo schermo a vedere Juventus-Inter. Sul campo finì due a uno per la Juve, ma nella zona del terremoto la partita finì al 34° minuto del secondo tempo.

Prima che una vicenda utile a fare polemiche, il terremoto è una tragedia. Puoi stare mezz'ora o anche un giorno con una trave sulla pancia. Puoi gridare aiuto o non puoi farlo perché hai la bocca sepolta dai mattoni. Puoi essere solo o avere davanti a te un braccio. Eri seduto e ti trovi steso, oppure sei in piedi, puoi allungare una mano verso l'alto, c'è un buco da cui entra la luce. Il tetto non è più un riparo, ma un abisso. I muri, le porte, le travi formano vocali, nicchie misteriose, croci in cui ti salvi o muori.

Si perde anche un pettine, una fotografia, un libro, una chitarra. E muore anche il tuo gatto e il pesce nell'acquario. Capita che neppure hai voglia di ritrovare le tue cose. Da un muro squarciato appare dopo mesi un rotolo di carta igienica, una saponetta che nessuno ha più usato.

Franco Arminio 

Lettera a chi non c'era, Bompiani, 169 pagine, 16 euro