La storia

Trame. Da Cenerentola a Freud, tutti i messaggi nascosti nelle scarpe

Celebrate nelle fiabe classiche, studiate dalla psicoanalisi ma anche citate nei Vangeli e proposte nei dipinti medievali: le indossiamo tutti i giorni, sono una sorta di biglietto da visita ma hanno anche un valore simbolico fondamentale. Ripercorriamo allora la lunga storia delle calzature, partendo da 40 mila anni fa e arrivando alla rivoluzione della Silicon Valley

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Nel 2018 in tutto il mondo si sono prodotte 66,3 milioni di paia di scarpe al giorno, per un totale di 24,3 miliardi di paia nel corso di un anno. Una cifra vertiginosa come segnala Tansy E. Hoskins in un libro che racconta questo settore industriale e della moda, Lavorare coi piedi (traduzione italiana di Giovanni Garbellini, Einaudi pp.295), un’approfondita indagine su come funziona il sistema produttivo di questo comparto tra Cina, Bangladesh e altri paesi asiatici. Si tratta di uno dei capi di abbigliamento più richiesti intorno a cui si è sviluppato negli ultimi cinque anni un business rilevante con effetti che hanno coinvolto soprattutto i giovani consumatori, come dimostra il fenomeno degli sneakerheads, i maniaci delle sneaker che pagano cifre rilevanti per entrare in possesso di tirature limitate di scarpe sportive.

 

Dal sandalo al mocassino il passo è breve

Le scarpe sono un oggetto davvero singolare. André Leroi-Gourhan in suo studio dedicato al rapporto con la materia racconta come l’Homo sapiens sapiens abbia cominciato produrre calzature. I sandali sono state le prime scarpe utilizzate: “Suole di cuoio o di fibre vegetali, generalmente intrecciate, che si legano al piede per mezzo di cinturini o di una allacciatura con le stringhe”, così che la parte superiore del piede resta scoperta. Ci sono molte varianti per queste calzature; la più famosa è quella con il cinturino tra alluce e secondo dito, il cosiddetto infradito, che si usa ancora oggi. Poi ci sono i sandali aperti con suola di legno e il mocassino, uno dei primi tipi di scarpa: suola di cuoio o di pelle sollevata e arricciata per ricoprirlo almeno in parte. La scarpa vera propria è definita da una suola, sui cui bordi si fissa la tomaia; è il contrario del mocassino, che ha la tomaia rivolta verso la suola. Almeno così alle origini di questo strumento per camminare. Poi c’è anche lo stivale, con una storia diversa e interessante.

Secondo il paleontologo Erik Trinkaus le scarpe sarebbero indossate dagli esseri umani a partire da 40.000 anni fa. I reperti disponibili sono davvero pochi per via del deperimento rapido di questi materiali naturali. In Oregon è stata trovata una “scarpa” di corteccia di 10.000 anni fa, e nel Missouri centrale un sandalo di 8.000 anni fa. Poi esistono reperti di mocassini dell’Età del Rame, il periodo cui appartiene la mummia ritrovata tra i ghiacci alpini e battezzata Ötzi, che oggi si trova in nel museo di Bolzano, vecchia di 5.000 anni fa. Un mocassino ritrovato in Armenia fu confezionato 5.500 anni fa, composto di pelle di vacca, fu cucito intorno al piede cui era destinato.

 

Protagoniste nell'arte e nei Vangeli

La storia della scarpa è la storia di tante piccole produzioni realizzata localmente, non come accade oggi che è un grande affare globalizzato. Negli ultimi cinquant’anni pian piano sono scomparse figure come il ciabattino e il calzolaio dedite a soddisfare le esigenze delle comunità locali. Tansy E. Hoskins sottolinea come gli esseri umani siano l’unica specie del pianeta che utilizza scarpe come protezione dal freddo o dai terreni accidentati; una pratica che ha avuto un peso enorme nell’ambito dello sviluppo della specie. Ci siamo elevati in piedi e il peso del nostro corpo è andato gravando sulle gambe e sui piedi in particolare. La locomozione si è sviluppata sia senza scarpe, a piedi nudi, sia usando le scarpe. Ne parla in un libro davvero bello e singolare Virtus Zallot, storica dell’arte medievale a Brescia: Con i piedi nel Medioevo (il Mulino 2018). La sua ricerca si indirizza verso la pittura, affreschi o su tavola, e osserva con occhio acuto i particolari delle scarpe tra l’età di mezzo e il Rinascimento. Il primo capitolo è dedicato ai piedi che soffrono, perché le calzature sono sì uno strumento per salvaguardare i piedi, ma anche una possibile fonte di sofferenze. Primo Levi in Se questo è un uomo ha scritto “la morte comincia dai piedi”. Nel Lager i prigionieri indossavano dei sandali di legno che non erano certo fabbricati per i piedi di ciascun deportato, ma erano da scegliere alla rinfusa in mezzo al mucchio sperando di trovare le scarpe della medesima dimensione e lunghezza. La scarpa stretta o scomoda provocava ferite o altro ai piedi e da lì, per le condizioni di denutrizione del Campo, si potevano contrarre infezioni pericolose. I piedi sono preziosi e, sempre in un libro di Levi La tregua, il personaggio del Greco spiega al giovane chimico torinese, uscito come lui salvo dal campo di sterminio, che senza scarpe non si va da nessuna parte: il cibo ce lo si procura in questo modo, camminando.

Nel Medioevo pochi avevano le scarpe, i più camminavano a piedi nudi. Gesù viene spesso raffigurato così nei quadri: privo di scarpe. In realtà nei Vangeli si parla dei suoi calzari, quando Giovanni Battista lo incontra si dice indegno di slegare i suoi calzari. L’iconografia lo vuole al più con i saldali o con l’infradito, come nella Basilica di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna (fine del V-inizio del VI secolo). I francescani riprenderanno questa tradizione del piede senza scarpe o sandalo, mentre i monaci erano calzati. Venanzio Fortunato nel raccontare la vita di Santa Redegonda (VI secolo) dice che la santa puliva e ungeva le scarpe di tutte le monache mentre dormivano e le rimetteva al loro posto una per una. Nei monasteri esistevano i calzolai, come è indicato nella abbazia di san Gallo. Al riguardo c’è un passo famoso di Matteo 10,14, dove Gesù ordina ai suoi discepoli: là dove non verrete accolti e ascoltati, uscite da quella casa e città “e scuotete la polvere dai vostri calzari”. Il dettaglio della polvere è interessante, perché oggi la polvere non sembra dominante nelle strade e sui marciapiedi delle nostre città, mentre un tempo era la realtà dove si poggiavano i piedi; e diventava subito fango appena pioveva. Pulire le scarpe prima di entrare in casa era fondamentale; oggi si è diffusa anche al Sud un’abitudine del Nord Europa: lasciare sulla soglia di casa le proprie scarpe e indossare ciabatte di varia foggia per stare in casa. Sono pure scomparse fuori dalle case i ferri su cui mondare le scarpe infangate in inverno, mentre gli zerbini fungono da oggetti d’arredamento e non sempre hanno una vera utilità. Sono anche un messaggio per chi entra. Nel tardo Medioevo, spiega Virtus Zalot, le classi agiate usavano già sovrascarpe o pianelle infilate sopra i calzari o calze solate per camminare all’esterno. Chi entra nei templi mussulmani, induisti o buddisti, oggi si toglie le scarpe, perché non si può calpestate il suolo sacro se non con i piedi nudi o ricoperti da calze.

Da Cenerentola a Freud: cosa nascondono le scarpe

Il valore simbolico delle calzature è fondamentale. Del resto Tansy E. Hoskins nel suo libro che tratta di sociologia ed economia delle scarpe nel mondo globalizzato, parte proprio dalle fiabe e dalle leggende che riguardano le calzature. C’è una leggenda narrata da Strabone in cui una bellissima cortigiana subisce il furto di un sandalo a opera di un’aquila; la scarpa finita casualmente nelle mani del Faraone d’Egitto provoca, per la sua evidente eleganza, un moto di vivo interesse verso la proprietaria sconosciuta. Anche in Cina ci sono analoghi racconti in cui la scapa al singolare o al plurale ha un ruolo importante. La fiaba più famosa è quella di Cenerentola, con la scarpina persa, le sorellastre e la matrigna. Tansy E. Hoskins ricorda giustamente che nella versione Seicentesca di Charles Perrault la vicenda viene edulcorata, togliendo le parti più tremende: i piedi che sanguinano e le dita mozzate, eludendo i fantasmi delle precedenti versioni popolari. Chi non ricorda le scarpe rosse rubino di Doroty nel Mago di Oz della versione scritta di Frank Baum ma anche nel film che ne ricavò nel 1939 Victor Fleming? Le scarpe sono un oggetto magico, e anche un oggetto dal forte significato sessuale: la scarpa indicherebbe il sesso femminile.

Il feticismo delle scarpe, che sembra oggi esteso a tutti noi, è ampiamente trattato da Sigmund Freud in molti passi delle sue opere, così come nelle memorie di Leopold von Sacher-Masoch, da cui viene il termine “masochismo". Non bisogna poi dimenticare un altro dettaglio. Il grande narratore romantico Hans Christian Andersen, reinventore della fiaba tradizionale, era figlio di un ciabattino che cuciva scarpe e lavorava col martello nella stessa stanza dove dormiva il piccolo Hans. Chi frequenta oggi la bottega del ciabattino per riparare le scarpe? Pochi. Oggi vige il metodo usa e getta, anche perché l’introduzione delle scarpe sintetiche, prodotte con la chimica e non più provenienti da materiali naturali – naturale non sarebbe più neppure il cuoio se si è animalisti – fa sì che le scarpe si usurino e vengano gettate, mentre un tempo le si tenevano da conto a lungo e le si mandava a riparare, come si legge in fiabe e racconti di tutto il mondo. Si parla perciò di calzolai e ciabattini. I calzolai producono scarpe; tra loro un posto a sé occupavano i cordovanieri, che lavorano il cuoio di Cordova. Le pagine che Virtus Zallot dedica a loro sono molto interessanti e mostrano capitelli o sculture che li raffigurano al lavoro nel Medioevo apposte con i finanziamenti della loro corporazione.

Dimmi che scarpa indossi e ti dirò chi sei

A Venezia verso la fine della Repubblica l’arte dei calzolai (calegheri) aveva 350 botteghe e 1200 persone impegnate e c’erano pure altri calzolai che si occupavano solo di calzature femminili. La distinzione ovviamente permane ancora oggi, ma ci sono periodi della vita e tipi di scarpe che non sono né maschili né femminili. Forse potremmo dire neutro, un genere che nel latino c’era, in tedesco pure, ma in italiano no. E le scarpe non sono ancora un segno sociale importante, un segnale di identità personale oltre che di censo? Scarpe diverse per le ore del giorno, per le occasioni della vita, per i lavori più o meno importanti, seri o ritualizzati. Le scarpe di banchieri, finanzieri e uomini d’affari un tempo erano speciali, ma poi tutto cambia: dopo Silicon Valley tutto diventa informale e anche i milionari o miliardari si vestono come i nerd e indossano scarpe che un tempo si definivano “da ginnastica”. Chiara Frugoni, che ha scritto la prefazione al libro Con i piedi nel Medioevo, ricorda il film di Nanni Moretti Bianca, in cui il protagonista Michele Apicella è davanti al commissario di polizia, il quale comincia a pensare di essere di fronte all’assassino di molti delitti inspiegabili. Nel soliloquio-confessione Michele parla delle scarpe, del modo con cui osservandole si coglie la personalità di chi le indossa: “Ogni scarpa una camminata. Ogni camminata una diversa concezione del mondo”. Lo stesso Moretti, alter ego di Michele, e viceversa, ha confessato che nella vita reale per lui le scarpe sono un’ossessione. Ma non è l'unico. Di sicuro, per il solo fatto che, a parte Abebe Bikila che ha vinto l’Olimpiade correndo scalzo, tutti noi indossiamo scarpe, e ci piace portarle in giro e farle vedere. Però è meglio non farsi scorgere da Nanni Moretti o dal suo sostituto cinematografico: è pericoloso.