Helmut Newton, 100 anni del fotografo che ha cambiato la moda

Nell’anniversario della sua nascita, torna alle stampe un iconico volume che lo celebra. Ma è ancora difficile tratteggiare un ritratto univoco del grande fotografo

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Helmut Newton ritratto durante la Fiera del libro di Francoforte, 1999. Foto tratta dal libro "Helmut Newton. Baby Sumo", quasi 10 chili di peso, edizioni Taschen
Helmut Newton ritratto durante la Fiera del libro di Francoforte, 1999. Foto tratta dal libro "Helmut Newton. Baby Sumo", quasi 10 chili di peso, edizioni Taschen 
Ciò che in un’epoca viene considerato ‘controverso’ è spesso sdoganato in quella successiva. O, al contrario, ciò che una volta era accettabile diventa col senno di poi disdicevole. Questo assioma pressoché infallibile non si può applicare alla fotografia di Helmut Newton: a 100 anni dalla sua nascita (31 ottobre 1920) il grande fotografo rimane un personaggio dibattuto, provocatorio, controverso, complesso. Tra i più grandi fotografi di moda di sempre (il più grande, qualcuno non esiterebbe a dire) è stato il punto di svolta di tutto ciò che, da lì in avanti, sarebbe stato l’immaginario patinato. C’è una fotografia di moda ‘pre’ e una ‘post’ Newton.
 
Berlinese di origine ma strettamente legato a Parigi, Los Angeles e Montecarlo, dove ha vissuto gli anni più proficui della sua carriera, Helmut Newton ha ritratto attori e attrici, membri delle famiglie reali, politici, celebrità di ogni genere. Ma sono i suoi iconici nudi e i ritratti femminili ad essere rimasti indelebilmente impressi nell’immaginario collettivo. Donne statuarie, dai corpi perfetti, forti e trasgressive: Newton ha portato la nudità e la sessualità sulle pagine delle riviste più importanti del mondo, creando un immaginario che, a volte riduttivamente, viene indicato come porno-chic. Sono immagini drammatiche, teatrali, spesso cupe, fredde nella composizione perfetta. Non c’è sentimentalismo, non c’è emotività. A volte sono persino volgari “Amo la volgarità. Sono molto attratto dal cattivo gusto. È molto più eccitante del presunto buon gusto, che non è altro che un modo standardizzato di vedere le cose” affermò in un’intervista del 1978 a Thames Television.
 
HELMUT NEWTON. BABY SUMO. Una raccolta epica disponibile in sole 10,000 copie con leggìo disegnato da Philippe Starck edito e rivisto da June Newton
HELMUT NEWTON. BABY SUMO. Una raccolta epica disponibile in sole 10,000 copie con leggìo disegnato da Philippe Starck edito e rivisto da June Newton 
In occasione del centenario della nascita del fotografo, il 31 ottobre, e dei 40 anni della casa editrice, Taschen lancia la versione ‘mini’ di SUMO, il gigantesco libro che nella prima edizione dedicata a Helmut Newton pesava ben 30 chili e misurava 50x70 centimetri. Un volume enorme, pazzo, oltraggioso, che ha fatto la storia della fotografia di moda e che per essere sfogliato ebbe bisogno di un leggio creato ad hoc da Philippe Starck. Baby Sumo è la versione rieditata, realizzata in collaborazione con June Newton, moglie e stretta collaboratrice del fotografo, ed è esattamente la metà dell’originale (ma è comunque corredato di piedistallo di design). La cover di Sumo è uno degli scatti più celebri di Newton, e dell’intera storia della fotografia: Henrietta Allais completamente nuda con addosso solo un paio di decolleté color carne, in posa scultorea, statuaria, con i muscoli tesi, lo sguardo deciso in camera, dominante, sottolineato da una luce dura.
 
Gli scatti contenuti in Sumo, e non solo, hanno ampiamente erotizzato la moda. Le fotografie di Newton hanno sfidato il concetto di stesso di pubblicità (pare che la maison Bulgari non fosse particolarmente contenta dello scatto in cui la modella ingioiellata smembra un pollo arrosto), e sono stati una chiave di volta nell’empowerment della sessualità femminile. O almeno questo è il punto cruciale della ‘controversia’ attorno alla sua opera: la donna ritratta da Helmut Newton è oggettificata o è elevata, ‘trionfante’ come amava dire il fotografo? In effetti le sue donne sono valchirie, sono Amazzoni, sono consapevoli della propria fisicità, sono esibizioniste. Amano il feticismo e la trasgressione. Usano gli uomini come corredo, come accessorio che, ogni tanto, completa la mise en scène, ma la maggior parte delle volte non è affatto necessario, anche grazie a giochi di pruriginose intersezioni di genere.
 
Difficile definirle passive: al contrario, sembrano sempre in controllo della situazione, anche quando vengono imbrigliate – una delle sue foto più scandalose ritrae una modella a quattro zampe con una sella Hermès – complici di un gioco kinky. Sono sexy, ma anche minacciose,  padrone della situazione (Sigourney Weaver con il vestito bagnato, o la sopra citata Henrietta Allais nell’iconica cover di Sumo).
 




Nonostante ciò, l’approccio voyeuristico, lo sguardo indubbiamente maschile, gli è valso non poche critiche, che oggi, in piena epoca ‘Metoo’, lo rendono ancora un personaggio controverso. Eppure ad indagare il punto di vista delle attrici, delle modelle, delle celebrità che ha ritratto, non sembra mai esserci un elemento di disagio, di forzatura nel lavorare con lui. Un documentario realizzato in occasione del centenario, ‘Helmut Newton: The Bad and the Beautiful’, diretto da Gero von Boehm (doveva essere presentato al Tribeca Film Festival ma, a causa dell’emergenza sanitaria, non è mai arrivato nelle sale), racconta proprio Newton attraverso le parole di alcune delle sue muse.
Charlotte Rampling: “La sensazione che mi dava essere fotografata da Helmut era di grande potere”.
Grace Jones “Era un po’ perverso, ma lo sono anch’io quindi tutto ok!”.
Isabella Rossellini: “Le foto erano inquietanti, ma c’era sempre un certo humor”.
Hannah Schygulla: “Ero in controllo, non ero la preda, ero alla pari del cacciatore”. A onor del vero il documentario include anche una voce dissonante dal coro, ed è quella di Susan Sontag, che in una trasmissione francese definì le sue fotografie misogine e spiacevoli, dando vita ad uno scambio di battute che fece storia, e divenne emblematico di quello che molte femministe dell’epoca pensavano di lui.
 
Non tutte le sue modelle erano inizialmente disinibite, ma il fotografo sapeva quali erano le ‘donne forti’ che voleva e sapeva immortalare. Catherine Deneuve, scrive un articolo del Guardian del 2001, ha impiegato un po’ di tempo per abituarsi alla sua immagine ritratta da Newton. “Era molto professionale, piuttosto fredda, molto bella”, racconta il fotografo. All’epoca, spiega, era inorridita dagli scatti in lingerie con la sigaretta stretta tra i denti. “Voleva essere molto signorile, ambasciatrice per la Francia e così via”. Ma poi, prosegue, ha cambiato idea e ha adorato le immagini. Tutte le testimonianze concordano sul fatto che Newton fosse una persona piacevole, simpatica, a modo, divertente. Raquel Welch una volta disse di lui “Pensi che Helmut è un pasticcino, un pezzo di pane, e intanto ti punta addosso il suo obbiettivo perverso. Un paradosso assurdo”.
 
Nella stessa intervista il fotografo sottolinea quella che per lui è la primaria qualità che deve avere un soggetto per attirare la sua attenzione e ispirare la sua arte: bisognava essere interessante. Al contrario, detestava tutto ciò che era noioso, incluso il giudizio dei benpensanti “Invecchiando spero di diventare sempre più politicamente scorretto!”. In effetti, la visione di Newton aveva totalmente senso nel suo tempo, quando una ‘rivoluzione’ estetica e culturale era necessaria. La fotografia di moda degli anni ’60 e ’70 andava rinfrescata, rinnovata. Bisognava scrollarsi di dosso un po’di bigottismo, di puritanesimo, emanciparsi – e pensare che oggi molte delle sue foto non passerebbero il filtro di Instagram. Ma ci sono anche tante altre sfumature che a volte passano in secondo piano di fronte alla scultorea nudità.
 
I riferimenti culturali per esempio, sono tantissimi. Cinematografici (Hitchcock), pittorici (la Maja desnuda e la Maja vestita di Goya come ‘Sie kommen’, il dittico con quattro modelle prima abbigliate e poi denudate), fotografici (la Parigi notturna di Brassai). Le atmosfere che non possono non evocare la Berlino anni ’30, nella quale Helmut Newton nacque e visse fino alla fuga – prima a Singapore, poi in Australia – necessaria quando scattarono le leggi razziali (era ebreo), e la decadenza dell’epoca. E poi, i paparazzi, con cui per un breve periodo lavorò, a Roma, all’epoca in cui il fenomeno stava nascendo. Molte delle sue foto sono fintamente rubate, ma in verità meticolosamente messe in scena. Infine lo humor, a volte oscuro, inquietante, ma sempre presente, canzonatorio, irriverente.
 
Un personaggio molto, molto complesso, che non amava essere chiamato artista, ma come altro si può definire qualcuno che cambia per sempre l’immaginario estetico di un intero settore, che rifà i connotati a un’industria culturalmente potente ed esigente come quella della moda? A 100 anni dalla sua nascita è ancora difficile tratteggiare con un solo colpo di penna Helmut Newton, l’unico modo di ricomporre il puzzle della sua personalità, fotografia, visione, è quello di osservare le sue opere e continuare a porsi le domande che, da bravo provocatore ma anche da astuto anticipatore, non smette di suscitare.