Trump continua a cercare prove di presunti brogli elettorali ma non ne trova

I suoi legali non le hanno presentate né in primo grado, né in secondo; ora sostengono di averle e chiedono di bloccare la certificazione della vittoria di Biden: in realtà è una mossa per bloccare il processo elettorale

DALL’INVIATO A NEW YORK. Trump continua a contestare la sua sconfitta elettorale, ma ora anche lui ammette che rovesciare il risultato del 3 novembre grazie all’intervento della Corte Suprema non sarà facile. Lo ha detto parlando con la televisione Fox News, nella prima intervista rilasciata dopo il voto: «Il problema è che è dura coinvolgere i giudici» del massimo tribunale degli Stati Uniti.

Il capo della Casa Banca ha ripetuto alla Fox le accuse di presunte frodi, nonostante finora i suoi avvocati non abbiano presentato prove concrete, abbastanza solide da convincere i magistrati ad intervenire. La sua posizione però sembra irremovibile: «La mia opinione non cambierà nel giro di sei mesi». Trump ha attaccato così i tribunali: «Noi stiamo cercando di presentare le prove, e i giudici non ce lo consentono. Io vorrei fare una bella e grande causa, parlando di molte cose. Abbiamo centinaia di dichiarazioni giurate. I tribunali però dicono che non ho il diritto di farlo. Come presidente degli Stati Uniti non ho il diritto? Che sistema giudiziario è questo?».

La realtà è che gli avvocati di Trump hanno avuto tutto il tempo e il modo di presentare nei tribunali statali e federali le prove dei presunti brogli, ma non lo hanno fatto. Così hanno perso oltre trenta cause, fra quelle presentate dal presidente, dal Partito repubblicano, e dai loro alleati. Durante un dibattimento avvenuto in Pennsylvania, il giudice ha espressamente chiesto ai legali se con la loro causa stavano denunciando il reato di frode, ma loro hanno risposto così: «Al momento no». Allora il magistrato ha chiuso il procedimento, perché non aveva merito. 

Ora gli avvocati di Trump vorrebbero riaprire i dibattimenti, sostenendo che adesso hanno le prove, ma la Corte di Appello ha rifiutato il permesso perché il momento di presentarle è passato. I legali del presidente stanno preparando il ricorso alla Corte Suprema, dove pensano di avere il supporto della maggioranza conservatrice, tra cui i tre giudici Gorsuch, Kavanaugh e Barrett nominati da lui. Il problema è che il compito del massimo tribunale non è quello di rifare i processi, ma analizzare come sono stati condotti nei gradi di giudizio inferiori, per verificare se le leggi sono state applicate in maniera corretta. Quindi non è possibile presentare nuove prove davanti alla Corte Suprema, che potrebbe anche rifiutarsi di esaminare il ricorso di Trump, perché alla sua origine non c’è una questione di natura giuridica. In primo grado e in appello le cause del presidente sono state bocciate perché non erano sostenute dai fatti, e quindi il massimo tribunale potrebbe semplicemente prendere atto della situazione e negare l’udienza. Questo è il motivo per cui Donald ha detto alla Fox che «è duro coinvolgere la Corte Suprema». 

I giudici magari potrebbero intervenire rimandando il caso ai colleghi dei gradi inferiori, per chiedere che ammettano le nuove prove di cui ora gli avvocati di Trump sostengono di essere in possesso. Il problema però sono i tempi. Entro l’8 dicembre i cinquanta stati devono indicare la lista dei grandi elettori che intendono mandare alla riunione del Collegio Elettorale, dove il 14 dicembre verrà votato il nuovo presidente. Una settimana difficilmente sarebbe sufficiente per riaprire e portare a conclusione l’intero processo, e quindi la Corte Suprema potrebbe decidere di non intervenire, perché le prove non sono state presentate a tempo debito, e le accuse di presunti brogli non riguardano un numero di elettori abbastanza grande da paralizzare l’elezione e cancellare la volontà degli oltre 150 milioni di americani andati alle urne.

L’obiettivo di Trump, però, è stato sempre questo: ostruire il processo per farlo deragliare. Fin dalla campagna elettorale aveva preparato il terreno, dicendo che Biden poteva batterlo solo imbrogliando. Una volta perso ha denunciato la frode, ma seguendo il percorso inverso di quello usuale. In genere se un candidato nota l’esistenza di frodi durante le elezioni, raccoglie le prove e le denuncia immediatamente. Trump invece ha denunciato preventivamente i brogli, e poi è andato a ritroso a cercare le prove. Non le ha trovate, e infatti i suoi legali non le hanno presentate né in primo grado, né in secondo. Ora però sostiene di averle, e chiede di bloccare la certificazione della vittoria di Biden, ma non ha dato alcuna conferma concreta della loro esistenza. 

In realtà Donald punta solo a paralizzare il processo elettorale, perché spera che il 14 dicembre il Collegio Elettorale non sia in grado di votare Biden come nuovo presidente. In quel caso la decisione sul nome del prossimo inquilino della Casa Banca passerebbe alla Camera, dove però non si voterebbe in base alla maggioranza dei deputati, ma delle delegazioni dei singoli 50 stati. I repubblicani ne controllano più dei democratici, pur essendo minoranza in termini di seggi complessivi, e quindi potrebbero fare il colpo di assegnare la vittoria a Trump nonostante abbia perso le elezioni. 

L’ultima parola ora spetta alla Corte Suprema, che deve decidere se vuole farsi coinvolgere in questo gioco. Se non lo farà, Donald verrà sconfitto. Ma presumibilmente continuerà a sostenere che Biden gli ha rubato la Casa Bianca, per rivendicare il diritto alla rivincita e candidarsi alle presidenziali del 2024.         

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