Crisi, quale crisi? Per le Borse un novembre da record

Merito dei vaccini e (forse) di Biden, la cui presidenza però potrebbe cominciare a gennaio con una forte correzione

Siamo tutti bloccati in modalità “crisi” e questo potrebbe averci impedito di apprezzare lo strepitoso novembre che hanno vissuto le Borse europee e mondiali. Il mese che sta finendo è stato da record: l'indice globale Msci è salito del 13% e lo Stoxx Europe 600 del 14%. Meglio ancora ha fatto Piazza Affari: a novembre l’indice Ftse Mib è cresciuto del 27%, corrispondente al maggior rialzo in un singolo mese dagli anni 2000.

A diffondere ottimismo sono i ripetuti annunci di vaccini già quasi pronti all’uso arrivati da Pfizer, Moderna e AstraZeneca; c’è ancora molta strada da fare prima di sconfiggere il coronavirus, ma i mercati guardano lontano. Non così lontano però da apprezzare i titoli dei settori più direttamente colpiti dagli effetti della pandemia: turismo, trasporto aereo e petrolio in primis. Riguardo a questi settori si aspetta di vedere se hanno subìto soltanto danni congiunturali o invece permanenti (Warren Buffett ad esempio nella tarda primavera ha venduto in perdita l’intero portafoglio in suo possesso di azioni di compagnie aeree, ritenendo che non si riprenderanno se non fra molti anni).

Nel caso del petrolio c’è da considerare anche un’altra variabile, oltre all’effetto della pandemia sui consumi: per caso è cominciato il suo declino, e la mano sta passando alle energie rinnovabili? Gli ambientalisti ne sono convinti, ma è meglio andare cauti: nel 2019 il consumo mondiale di greggio ha superato per la prima volta i 100 milioni di barili al giorno, e quello è stato un anno normale, mentre è il 2020 a essere fuori norma; in secondo luogo, anche se il coronavirus avesse accelerato la transizione energetica va notato che le aziende la cui attività è da sempre legata agli idrocarburi si stanno rapidamente riconvertendo, come mostra il caso di Saipem le cui commesse sono ormai legate al 70% alle energie rinnovabili. 

I pronostici sono più complicati di quanto si creda anche riguardo alla vittoria elettorale di Biden in America. Per esempio: il futuro presidente ha annunciato vasti programmi legati all’economia verde, ma se la sua prima mossa fosse quella di arginare lo shale oil, cioè il petrolio da scisto la cui estrazione è estremamente nociva per l’ambiente (oltre che sostanzialmente anti-economica, perché finora non ha fatto altro che bruciare capitali, lo si dimentica spesso), il risultato sarebbe un calo dell’estrazione complessiva e quindi una risalita delle quotazioni del barile; non si tratta né di una previsione né di un auspicio, è solo una nota di cautela.

Una cautela ancora più generale dovrebbe riguardare le prospettive della presidenza Biden dal punto di vista delle Borse. Si sente dire da molti analisti che Wall Street preferisca Biden a Trump, ma per 4 anni Wall Street ha osannato Trump battendo un record dopo l’altro; adesso che l’incertezza fra i duellanti è venuta meno, i mercati ne approfittano per correre un altro po’, ma se fino a poche settimane fa si sentiva mormorare che il Dow Jones è a rischio bolla, e ancora di più lo è il Nasdaq, siamo sicuri che la presenza alla Casa Bianca del simpatico Joe Biden basti a far correre gli indici all’infinito, senza badare ai fondamentali dei conti aziendali? Un segreto di pulcinella è che l’inaugurazione della presidenza Biden a gennaio potrebbe essere accompagnata da un crollo di Wall Street, con una correzione (in ipotesi) del 20%, e questo (si badi bene) non significherebbe affatto che le Borse rimpiangano Trump, è solo che si tende a dare troppa importanza, a sproposito, alla personalità dell’uno o dell’altro presidente. Come sopra per il petrolio e per i titoli petroliferi, sia chiaro, quella dell’imminente correzione di Wall Street non è una previsione  (e tanto meno un auspicio), ma un’eventualità da tener presente.

Purtroppo un eventuale calo degli indici di Borsa americani sarebbe accompagnato da un analogo movimento al ribasso nel resto del mondo, compresa l’Italia dove non ce ne sarebbe proprio bisogno, visto che i nostri indici a Milano sono già ben lontani dai massimi storici.

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