Maria Falcone: “Trent’anni in nome di mio fratello, che fatica combattere la mafia”

La sorella del giudice ucciso il 23 maggio 1992: «Difenderne con forza la memoria è stata la prima missione. I politici? Cossiga mi scrisse di non andare oltre con il Csm, Andreotti non venne al funerale e mi rimproverò»

I familiari delle vittime della violenza mafiosa sembrano destinati a dover sopportare un dolore più acuto di quanti abbiano avuto perdite in altri ambiti. Alla ferita del danno subìto, molto spesso si è aggiunta la frustrazione, il senso di impotenza di fronte alla giustizia negata. E per questo li abbiamo visti sempre in prima linea nella difesa di una memoria che non può essere cancellata perché senza memoria è impossibile la ricerca della verità. Maria Falcone, sorella e cognata dei due magistrati uccisi a Capaci insieme con tre dei poliziotti di scorta, è certamente tra quelli che questa «missione» la portano avanti da sempre, certamente sin dal giorno in cui il tritolo sull’autostrada le ha aperto un mondo che mai e poi mai pensava di dover conoscere.

Sono passati trent’anni da quel 23 maggio del 1992, un tempo intimamente lunghissimo, ma mai la «professoressa Maria» ha dato segni di stanchezza o di cedimento, anche di fronte all’altalenarsi dell’impegno antimafia di cittadini e istituzioni, anche di fronte alle inevitabili delusioni che una simile battaglia può offrire. Tutto questo segmento di vissuto adesso, Maria Falcone, lo ha voluto «chiudere» in una sorta di diario che racconta la sua «nuova vita», nata dalle macerie di Capaci. Ne è venuto fuori un libro emozionante scritto per Mondadori, con l’aiuto della giornalista Lara Sirignano: «L’eredità di un giudice», «Trent’anni in nome di mio fratello Giovanni».

E allora, cominciamo dal titolo. Perché questo racconto a distanza di tre decenni?

«Il tempo trascorso mi sembra quello giusto per una riflessione su ciò che è accaduto, a me, alla mia famiglia, alla mia terra e al Paese intero. La storia di Giovanni Falcone non appartiene più soltanto agli affetti familiari, ciò che lui è stato, la sua eredità in termini di esempio, di etica e correttezza istituzionale, è entrata a far parte di un patrimonio collettivo ormai intoccabile. Gli stessi strumenti giuridici lasciati a chi è venuto dopo rappresentano una ricchezza che ci viene invidiata e copiata da molte legislazioni di Paesi anche più progrediti del nostro. Ecco l’eredità del giudice».

Un ruolo fondamentale in questa difesa della memoria di Giovanni Falcone è da attribuire alla Fondazione nata subito dopo la strage.
«Era troppo fresco il ricordo di quanto aveva dovuto subire Giovanni in vita, ingiustizie, avversione politica e professionale, calunnie e bugie, per non aver chiaro che bisognava costruire una protezione forte alla memoria di mio fratello. La Fondazione nacque per volere dei familiari più stretti e con l’ausilio di poche persone: il ministro Martelli, Liliana Ferraro, il rettore dell’epoca, Ignazio Melisenda, e Giannicola Sinisi che di Giovanni era stato stretto collaboratore al ministero. Passo dopo passo, è diventata un centro di aggregazione di uomini e donne di buona volontà e cuore pulsante di tante attività rivolte alla creazione e al sostegno di una coscienza antimafia».

Lei stessa è stata, per anni, protagonista di un instancabile giro per le scuole d’Italia.
«Sono stata e rimango convinta che una delle battaglie fondamentali da vincere è riuscire a strappare i giovani al fascino della “via breve”, dei soldi facili e delle scelte “furbe”. E nessuno sa meglio di me quanto difficile e impari sia la lotta contro il fascino del male, specialmente nelle zone più diseredate del nostro Paese».

Immagino sia andata incontro a più d’una delusione.
«Certo: una volta, in una scuola della Campania, si alzò un ragazzino che parlò in difesa della mafia perché, a suo dire, assicurava lavoro e benessere. Disse che la stessa sopravvivenza era garantita dal boss del suo paese. Rimasi per un attimo paralizzata, poi gli spiegai che la sola cosa che i boss potevano garantirgli era il carcere e la morte. Ma è dura contrastare la suggestione della mafia buona».

Ci saranno stati, però, momenti più esaltanti, vero?
«Nel carcere di Rossano, in Calabria, dove un gruppo di detenuti aveva dipinto ottanta tele e aveva organizzato una mostra dal titolo emblematico: “La riconciliazione è possibile”. Il ricavato delle vendite vollero donarlo alla Fondazione, certamente un bel segnale di speranza».

Nel suo libro ricorda i momenti difficili di Giovanni a Palermo e a Roma. I «processi» al Csm, le «bocciature», l’astio dei colleghi e dei politici, il dolore terribile di quel 23 maggio dopo l’illusione della vittoria in Cassazione che confermava le condanne di primo grado al maxiprocesso. Un racconto davvero faticoso e doloroso.
«Neppure dopo la sua morte, si rassegnarono gli sciacalli. Anche cercando di disperdere quanto di buono il pool antimafia aveva creato in Sicilia e quanto Giovanni aveva reso “sistema” stando agli “affari penali” del ministero. Da vivo aveva subìto attacchi anche da persone insospettabili: Sciascia con la polemica sui professionisti dell’Antimafia (con lo scrittore però si chiarì) e Orlando che lo accusò di tenere le carte nei cassetti, come se mio fratello volesse nascondere la verità per mire politiche. Per non parlare degli attacchi sul Giornale di Sicilia e le critiche di semplici cittadini che lamentavano il continuo via vai di sirene della sua scorta».

Poi fu accusato di essersi venduto alla politica.
«Già. Io poi ho avuto contatti con alcuni politici e non sempre felici. Ricordo una lettera di Cossiga che, senza neppure troppa reticenza, mi consigliava di non andare oltre nella mia richiesta di essere ascoltata dal Csm e una risposta di Andreotti di cui avevo sommessamente sottolineato l’assenza ai funerali di Giovanni in contrapposizione con i funerali di Salvo Lima, dove invece era andato pure per difenderne l’onore macchiato dai sospetti di contiguità con la mafia. Andreotti mi scrisse quasi rimproverandomi di essermi prestata a una strumentalizzazione antidemocristiana. Cose da pazzi».

E la sinistra?
«Ricordo gli attacchi a Giovanni di grandi nomi della sinistra: Augias durante la trasmissione di Babele, la recensione di Sandro Viola su La Repubblica che gli rimproverava di aver scritto Cose di Cosa nostra quasi a voler chiedere: ma chi si crede di essere? E poi l’attacco di Pizzorusso che lo bocciava come candidato alla Procura nazionale perché troppo intimo di Claudio Martelli. Io stessa, in anni più recenti, ero stata convinta da Valter Veltroni a candidarmi nel Partito democratico. Misteriosamente, però, quando fu resa pubblica la lista dei candidati non conteneva il mio nome».

Per concludere, prof. Maria Falcone, non mi sembra sia molto presente dalle nostre parti una cultura dell’antimafia.
«Mi duole ricordare come, mentre in Italia si cercava di dimenticare il nome di Giovanni Falcone, negli Usa veniva eretto un busto nell’atrio della sede principale dell’Fbi. E quando chiesi al direttore della polizia federale cosa rappresentasse Giovanni per loro, mi rispose: “La personificazione del senso dello Stato”. Atteggiamenti distanti dalla nostra politica. Ripenso, e finisco, a una riunione a Palermo nel terzo anniversario della strage per parlare di azioni di contrasto alla mafia. Invitammo, insieme con i leader di tutti i partiti, Silvio Berlusconi che rispose di non poter venire ma avrebbe mandato al suo posto l’avv. Previti. Non accettammo la sostituzione perché c’è un limite a tutto e così Berlusconi si liberò dagli impegni e venne».

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